
di Massimo Maugeri
Alessandro Defilippi, psicoanalista torinese, ha pubblicato le raccolte di racconti Una lunga consuetudine, con Sellerio, e Cuori bui, usanze ignote, con Antigone Edizioni. Per Passigli sono usciti i romanzi Locus animae, Angeli e Le perdute tracce degli dei. Per Einaudi ha pubblicato Manca sempre una piccola cosa (2010). Nel 2011 ha preso parte al progetto “Il romanzo di Roma” con il volume Danubio rosso. Ha inoltre collaborato alla sceneggiatura di Prendimi l’anima di Roberto Faenza.
Autore “trasformista” (come lo ha definito Bruno Quaranta su Tuttolibri de La Stampa del 24 settembre 2012), Defilippi ha pubblicato di recente un nuovo romanzo intitolato La paziente n.9 (anche questo edito da Mondadori).
Una storia “forte” e ad alta tensione, ambientata nella Genova del 1942, che si dipana sullo scenario cupo di un manicomio che ospita – tra gli altri – una paziente molto particolare.
Ne parliamo con l’autore.
– Alessandro, per quale motivo hai deciso di ambientare il romanzo nella Genova del 1942? Cosa ti attrae, o colpisce, di quel periodo?
La paziente n.9, anche se può essere letto come romanzo del tutto autonomo, si inserisce in una sorta di trilogia, con Le perdute tracce degli dei e Angeli, pubblicati da Passigli. Il periodo storico va dai secondi anni trenta alla guerra. Mi sono spesso domandato perché quel periodo abbia su di me un tale fascino. La prima possibile risposta è connessa alle storie che mia madre e suo fratello, mio zio, mi raccontarono su quegli anni. Storie legate al fascismo e all’occupazione tedesca, che hanno nutrito la mia immaginazione. In secondo luogo trovo difficile raccontare la contemporaneità. Per scrivere ho bisogno in genere di un distacco, di un punto di vista abbastanza oggettivo che mi permetta di trattare temi per me “bollenti”, come il male, il mistero, l’amore, la sofferenza e il coraggio. Trovo questo distacco attraverso la dislocazione, di tempo e anche di spazio. Terzo: ho sempre pensato e più ancora “sentito” il nostro Paese legato a quegli anni, come se non ne fosse mai del tutto uscito. La fascinazione per l’uomo forte, la reazione individuale al male, l’essere, tuttora, un Paese di contadini inurbati, cui è mancato il rigore della Riforma luterana e quello del liberalismo. Noi abbiamo avuto in compenso la Controriforma e il fascismo, senza avere la possibilità di sviluppare un vero ceto borghese e un autentico senso dello stato.
In ultimo, ma non ultimo, credo che nei miei libri vi sia anche un tono epico, seppure sommesso e “postmoderno”. E, che ci piaccia o no, dopo il Risorgimento, che sento lontano, il fascismo, le colonie, l’Impero sono, nel bene e nel molto male, la nostra unica epica.
– I personaggi si muovono all’interno del manicomio di Pratozanino. È tutto immaginato, o le descrizioni dei luoghi sono frutto di ricerche e di “visite sul campo”? Continua a leggere→