Quella che segue è una querela culturale (no, non una querelle, proprio una querela). Io desidero qui e ora querelare il Sig. Franchini Antonio per diffamazione a mezzo stampa, in ordine all’articolo pubblicato in data 21 dicembre 2008 sul supplemento Domenicale del Sole 24 Ore.
Questi i fatti.
In data [omissis] la casa editrice Mondadori ebbe a pubblicare il romanzo dello scrittore, esordiente, Giordano Paolo, dal titolo La solitudine dei numeri primi. Dopo aver fatto incetta di noti premi letterari il libro si avvia (così si dice) a vendere la sua milionesima copia.
Decidere di pubblicare il romanzo di uno scrittore esordiente e trovarsi, dopo un anno, a staccare la milionesima copia venduta è certamente prova di grande fiuto e di grande fortuna (come lo stesso Franchini, editor e direttore della narrativa italiana per la summenzionata casa editrice, ammette).
Le ragioni per le quali un romanzo vende un milione di copie sono le più diverse. A un certo punto, superata una certa soglia, diventa quasi inevitabile.
Non è la prima volta, anzi, succede sempre: agli artefici di tanto trionfo la legittima soddisfazione, la gratificazione del successo non basta. Essi rivendicano una verginità commerciale e il riconoscimento del portato culturale del loro intuito. Pretendono l’unanime consenso in ordine al valore letterario del romanzo. Non tollerano le critiche, non sopportano che timidamente, sommessamente e soprattutto inutilmente (dal punto di vista commerciale) si metta in discussione la bellezza del romanzo fortunato. La sua indiscutibile potenza narrativa. La sua natura di capolavoro.
Per Franchini non esistono dubbi: “La gioia di aver messo tra le mani di così tanti lettori un libro di qualità è la più grande per un editore”. Da cui si evince che il libro è senza alcun dubbio “di qualità” (bisogna crederci per fede, non ci viene spiegato perché: tanto a che serve? ha venduto un milione di copie…). E’ di qualità perché è subito piaciuto “a tutti”. Avrebbe potuto anche non avere alcun successo, rimarrebbe comunque un libro “di qualità”. La cosa strana è che Franchini ha incontrato detrattori del libro “solo dopo”. Non prima. No. Prima neanche uno. Ergo: i detrattori del romanzo non sono in buona fede. Lo conferma anche Stefano Salis, nell’articolo pubblicato accanto alla nota di Franchini: poche storie, il libro è bello “qualunque cosa ne dicano i bloggers con il senno del… dopo il trionfo”.
Ho letto questa estate La solitudine dei numeri primi e non mi è piaciuto affatto. Conosco molte persone che condividono questo giudizio. Personalmente l’ho trovato un libro semplicistico, ordinato, poco originale talvolta scritto “male”. Insomma: un ottimo prodotto commerciale.
Per queste ragioni secondo Franchini io sarei uno “snob di ritorno” (da dove?). Perché? Evidentemente perché non condivido l’opinione della maggioranza.
Ora: è fin troppo facile contestare il fatto che il fatto di vendere un milione di copie di per sé non voglia dire nulla. Lo stesso Franchini sembrerebbe d’accordo.
Non può voler dire, di per sé, né che il romanzo sia bello (posto che si sappia cosa voglia dire, ma non è il caso, ora, di approfondire), né che non lo sia. Né che sia un capolavoro (se un capolavoro è un libro il cui valore sia unanimemente condiviso, al di là di quattro o cinque classici non so se si possa essere sicuri che un tale libro esista).
Ma gli antoniofranchini e i suoi colleghi creatori di best-seller ne sono sempre convinti. Vendere un milione di copie (come Grisham, come Faletti, Coelho, Moccia, Fallaci, Rowling…) è la prova che ci avevano visto giusto: hanno pubblicato un gran bel libro e zitti e mosca, lividi invidiosi bloggers falliti.
Chi dissente è degno di essere pubblicamente offeso: ebbene sì, signori della corte, egli è uno snob.
Vostro onore, chi ritenga che il dissenso sia da addebitarsi puramente a “snobismo” (di ritorno) attenta al principio che sta a fondamento dello sviluppo e della conservazione stessa della società civile, quello della diversità culturale, e merita per questo di essere perseguito. Per questo chiedo che sia condannato alla pubblicazione di romanzi di nicchia, che non strizzino l’occhio al gusto dominante, che sappiano sfidare la moda e il facile successo, che magari vendano mille, duemila copie, o chissà, ma che, piccoli come un grammo di lievito, sono indispensabili alla crescita della società (e che il successo dei paologiordano non aiuta ad essere pubblicati – è ancora Salis ad affermarlo – . Non funziona più così, purtroppo: ogni libro pubblicato fa storia a sé e deve portare a casa un risultato in termini di copie vendute. Ciascun titolo deve produrre utile. Non è detto che ci riesca e l’editore lo sa. Ma se quella è la prospettiva chi rischia più? Chi scommette più sulla scelta difficile? Su libri “mostruosi“? Cfr. Schiffrin, André, Editoria senza editori. Torino, Bollati 2000).

Caro Ezio,
il discorso che fai si può anche condividere, ma temo che sia un po’ semplicistico. Un libro di narrativa che trova un editore è tante cose.
E’ un manufatto.
E’ un’affermazione di sé dell’autore.
E’ un progetto culturale, un veicolo di una determinata interpretazione della realtà.
E’ un prodotto che seleziona già al suo apparire il suo pubblico.
E’ soprattutto un calcolo imprenditoriale.
E’ tante altre cose che dipendono da un contesto sociale.
Ecco, il contesto sociale della narrativa italiana mi pare oggi difficile da definire, e un tantino anomalo rispetto a altri paesi del Primo Mondo, se non altro perché la base dei compratori di libri è ristretta, in termini relativi e assoluti, e il numero degli scrittori, per ragioni storiche (tradizione culturale umanistica etc.) e sociali, è ampio.
Ne discende, da come la vedo, che i piani diversi di considerazione del libro conflano e non mantengono un profilo distinto.
Da ciò discende una delle difficoltà di definire, oggi, un canone ragionevolmente condiviso della letteratura italiana contemporanea. Ci sono tentativi, ad es. la
NEI, ma anche lì rimane il problema di dire con sufficiente sicurezza “questo è bello”, “questo è brutto”, pur nella necessaria umiltà che chi si prende carico di questi giudizi dovrebbe professare.
Ho una limitata esperienza di consulente editoriale, e – sarà stata sfortuna – non ho mai incontrato tra i manoscritti un oggetto monstrum che mi facesse raccomandare la pubblicazione. Ho esaminato molti lavori di buona fattura, scritti bene, e le mie raccomandazioni sono cadute nel vuoto. Se il lavoro è dignitoso e rispettoso delle regole di composizione letteraria, la valutazione finale dell’editore è che non è originale. Se è anomalo rispetto allo standard pubblicato, l’editore non si prende la responsabilità di farlo uscire. Sapessi quante volte ho letto la frase “non si vede a quale pubblico si possa rivolgere”.
Questi problemi poi toccano soprattutto coloro che a vario titolo si definiscono operatori dell’industria culturale. Andare sul sicuro, e operare nella convenzionalità, o osare ricercare l’opera innovativa, rischiando di equivocare sulla valutazione dell’opera, cioè prendere per buoni lavori mediocri (se non peggio) e il fallimento di vendite (sicuro, perché i libri che fanno fatturato li vende il supermercato, e lì non trovi Arbasino).
Tutto questo per dire ovviamente che io il libro di Giordano non l’ho letto, così come non l’hanno letto in parecchi, ma non ho nulla contro questa astuta operazione di marketing. E altrettanto ovviamente sono d’accordo che quantità e qualità non possono coincidere, mi pare che Aristotele abbia già detto parole definitive su questo.
Siti come questo dove scriviamo sono buoni mezzi per segnalare in modo ragionato ciò che vale la pena di leggere, anche se non hanno la possibilità di influenzare gli ordini dei supermercati.
Un caro saluto.
a me è piaciuto molto il libro in questione, per il tema delicato che tratta e per la “sobrietà” con cui viene affrontato…
ciao
@ Roberto
grazie infinite della bella riflessione. Voglio solo chiarire un paio di punti. Esistono piani diversi dai quali affrontare un discorso del genere. Questo – se vuoi apocalittico – dove è legittimo (credo) estremizzare per spolpare l’osso dei temi in discussione; e quello – se vuoi integrato – che ragiona sul vil denaro e sul modo estremamente complesso di coniugarlo con una impresa culturale.
io ritengo che il problema della diversità culturale oggi sia centrale e che quindi occorra tematizzarlo anche a costo di collidere con le buone o cattive pratiche delle scelte quotidiane di chi le decisioni le deve prendere, i soldi li investe ecc.
Come forse sai dò una mano nella non tanto utopistica (perché esiste!) VibrisseLibri che si è data come obiettivo quello di pubblicare online e gratuitamente libri “mostruosi” (l’aggettivo non stava lì per caso). Con la speranza di trovare un editore (“vero”) disposto a pubblicarli in fomrato tradizionale. E’ molto difficile. Lo so benissimo. Conosco certe dinamiche e se ne discute all’interno della redazione (ricordo che il papà di VibrisseLibri è giulio mozzi, uno dei più attivi consultenti di narrativa italiana, quindi uno che ueste cose le conosce bene). Tuttavia non ci si può arrendere.
Una seconda cosa: lo spunto per questo articoletto polemico, penso si capisca, deriva da questo atteggiamento di supponente sottomissione alle ragioni del mercato, per le quali chi osa criticare un libro di successo è, come minimo, un invidioso bilioso. Ma che, davero davero? si dice a Roma…
@Carla. Le utlime righe del commento a Roberto valgono anche per te. A me non è piaciuto a te sì. Viva la differenza. Non è questo in discussione. O pensi che io sia invidioso del successo di Giordano?
Buon Natale a tutti,
Ezio
Il libro in questione mi è stato regalato due mesi fa con la premessa: ti regalo, per una volta, un libro brutto. E con tutte le motivazioni di contorno a questa dedica particolare.
Giusto ieri una ragazza mi ha detto: è il libro più bello che io abbia mai letto negli ultimi tempi.
Incredibili estremi, ma il mondo è bello perchè è vario.
A me non è piaciuto molto, ma non lo condanno del tutto. E’ un libro furbo, con degli spunti lodevoli ma mal sfruttati, e certe volte, sì, scritto non benissimo. Ma è semplice, o semplicistico, e può arrivare alle emozioni più elementari. Tutte queste carte ne hanno fatto un libro, a mio parere, medio. Non un capolavoro, non un mostro, non indimenticabile, non originale. Nella media, appunto.
Eppure, in qualche modo, ha sfondato. Forse dovremmo chiederci altre cose, a questo punto.
Forse che anche i lettori sono ormai incasellati in una media mediocre?
Forse che non c’è più voglia di impegnarsi nella lettura di qualcosa di diverso, o solo un po’ più impegnativo?
Forse che la stanchezza che caratterizza questi anni difficili in cui si cerca di sopravvivere alla crisi imperante impedisce di cercare altro che non uno svago scacciapensieri?
Forse che i parametri dei valori sono scaduti un po’ in tutti i campi?
Non lo so.
La mia ricerca del romanzo “bello”, però, non è ancora terminata. Non con questo libro, almeno.
Ramona, anche io conosco persone a cui è piaciuto molto (oltre a quelle cui ha fatto schifo in un modo ancora più radicale di quanto non lo abbia fatto a me – e non sono blogger, neppure per sbaglio). Adolescenti, lettori inter-medi (che cioè non leggono molto ma solo quello che a un certo punto leggono tutti -e anzi che leggono, vivaddio…). Io ho il massimo rispetto di tutti coloro, sia come lettori che come esseri umani….
Io poi sono fautore da sempre di una letteratura media di qualità, che però non vedo in giro. Faccio dei nomi per semplificarci la vita. McEwan è letteratura media. Nick Hornby è letteratura media. Jonathan Coe è letteratura media. E così via e così via. Poi ci sono i best-seller. Dei best seller nemmeno si dovrebbe parlare mai, non dovrebbero vincere premi e scassarci gli zebbedei, ancorché agghindati con cascate di lucine intermittenti visto che siamo a Natale. Questi libri vivono di vita propria negli scaffali delle librerie (intese come nogozi e scaffali casalinghi). Vendono e tutti sono felici. Invece no: dobbiamo anche riconoscerne la qualità eccelsa. Inchinarci di fronte a loro. Quello di Giordano è un buon libro che vende. Come quelli di Ammaniti, o di chi vi pare (gli esempi alla fine sviano, mi rendo conto, ma prendeteli proprio come esempi). Fine della storia.
Ezio
Ciao Ezio!
in effetti avrei potuto pensarlo, che tu fossi invidioso, un esordio giovanile,il successo alla prima pubblicazione…
ma no, non l’ho assolutamente pensato.
la tua ha più il sapore della provocazione 🙂
ma tant’è, hai espresso un tuo giudizio, e il mondo è bello perchè è vario!(l’hai scritto anche tu).
un buonissimo e caro Natale
C.
Se è vero che la maggioranza degli umani è costituita da coglioni (e lo si vede regolarmente anche alle elezioni), è ovvio che una cosa che piace alla maggioranza sia una coglionata. Mai fidarsi dei best-seller perché sono indice di bassa qualità…
Si può dire che un romanzo è degno, ben scritto, ha dentro un’idea non banale (raccontare due forme di schizofrenia che fanno fabula), e persino che preferisco vedere Giordano alla milionesima copia che Moccia o la Panariello, senza dire che è un capolavoro? Quanto al legittimo orgoglio di Franchini, glielo riconosciamo volentieri, anche se mandare in cima alle classifiche un libro di Mondadori non è proprio un’impresa, purchè sia chiaro che è orgoglio di regista, non di autore. Come autore Franchini è di una noia mortale.
non ho letto l’articolo citato…ma se la prendeva proprio con te?…cioe’ proprio tu? Cioe’ ti chiamava per nome e cognome? azz…
Dai…magari ci fai pace e te lo pubblica pure a te il romanzetto da un milione di copie!
Andrea, è chiaro che il mio intento era quello.
Ezio
il problema della classificazione della letteratura tra alta media e bassa in italia ha caratteristiche sue proprie, nel senso che presso di noi ciò che non è alto è immediatamente declassato a non-letteratura e pregato di non rompere i cabasisi mescolandosi con opere letterarie di pregio. su queste mi chiedo come si faccia a convenire che lo siano, rispetto a letteratura nazional-popolare che vende spudoratamente tanto. ho l’impressione che la tendenza d’élite della nostra storia letteraria ci impedisca di guardare le cose da punti di vista diversi, con criteri non troppo soggettivi e un po’ di elasticità.
posto che sul basso, di consumo (polpettone, feuillettone) possiamo convenire senza traumi, si potrebbe cercare di classificare tutti gli altri romanzi a partire dalla banda infrarossa (o ultravioletta, fa lo stesso) del romanzaccio di consumo e vedere quanto un’opera se ne allontana.
per esempio conosco qualche decina di persone che avrebbero da ridire su “mcewan letteratura media”: la lingua originale è un buonissimo inglese e l’invenzione di certe sue storie non è che la si trovi proprio sotto i cavoli.
in italia ritengo, criterio del tutto personale, che sebastiano vassalli costituisca il corrispettivo, per “peso”, di i.mcewan: vassalli è medio? certe cose che ha scritto (3012, per esempio) sì, ma in genere, no, non lo è.
susanna tamaro ha venduto va dove ti porta il cu…ore a livelli stomachevoli. è media? no, è bassa. ma era piaciuto anche a persone capaci di valutazione. non ne andiamo fuori.
fai bene a scrivere di queste cose, Ezio: se non si fa qui, o in luoghi simili, dove mai? non si arriverà a una conclusione, ma avremo cominciato a ragionare.
comunque oggi ho preso l’Eneide in edicola, con la traduzione a fronte (non si sa mai).
Ottimo acquisto. Fabrizio! Se non c’è pietas verso i padri (e lì si impara) non si può arrivare all’età adulta. Sapevi che in età imperiale e fino a tutto il Medioevo l’Eneide era una specie di libro di testo dell’istruzione primaria?
non lo sapevo, Roberto: ai tempi nostri se ne studiavano parecchi brani, nella traduzione di Annibal Caro, se ricordo bene. cose che rimangono impresse.
un abbraccio
fabrizio
‘talvolta scritto “male”’, un esempio?
Grazie
A me il libro di Giordano non è piaciuto però riconosco che ha una qualità difficile: la capacità di prendere il lettore. Storia semplice, intreccio poco o niente complesso, nessuna struttura (narrazione che mette a fuoco brevi passaggi cronologicamente ordinati in sequenza), nessuno stile, nessun carattere dello scrittore. E tuttavia l’ho divorato, l’ho letto senza sforzo e con interesse dal principio alla fine. Non è un capolavoro e non ha rivelato un grande artista, però è un libro migliore dei tanti che scalano la classifica per non esser letti (i saggi sul declino politico del Paese) o che gettano una luce triste sui lettori (Moccia & Co.).
Ma l’idea di commentare questo post nasce dall’esilarante riassunto di “La solitudine dei numeri primi” che ho sentito tra un ragazzo e una ragazza alla Feltrinelli di viale Libia a Roma sabato scorso: «Ah ma questo è il libro dei due sfigati…» «Sì, lei quella che faceva sci e si cag* addosso» «E lui quello che c’aveva la sorella che s’è suicidata». Giuro che è tutto vero! E vorrei chiosare che in effetti, stringi stringi, non è che ci sia poi così tanto altro da tirar fuori, a voler raccontare il libro… 🙂
Tantopercapire, “ogni anno una stellina in più, da quando avevi quattro anni ed eri abbastanza alta per infilare tra le gambe il piattello dello skilift, a quando ne compivi nove e il piattello riuscivi ad acchiapparlo da sola. Tre stelle d’argento e poi altre tre d’oro. Ogni anno una spilla per dirti che eri un po’ più brava, un po’ più vicina alle gare agonistiche che terrorizzavano Alice” (p. 12 del libro, la seconda del romanzo).
Un salto dalla seconda alla terza persona davvero orribile (il “tu” essendo la stessa Alice). Alla seconda pagina del romanzo poi… “che ti terrorizzavano” non lo cavava dall’impiccio?
C’erano altri passaggi abbastanza brutti o addirittura con la sintassi scricchiolante: non me li ero appuntati e ora non li ritrovo, ma non è questo il punto. Bello o brutto non ha importanza. Non avrei mai parlato di questo libro se, lo ripeto per l’ultima volta, il fatto che non mi sia piaciuto non mi avesse fatto passare per snob (Franchini) e per invidioso (Salis).
Ezio
http://cletus19.blogspot.com/2008/12/la-solitudine-dei-numeri-primi-in.html
Non possiamo restare in silenzio dinanzi all’operazione condotta, pressoché in parallelo, dai due potenti gruppi editoriali: Mondadori, col lancio del ventiseienne dottore in fisica Paolo Giordano; Rizzoli, che punta sul “geniale” ventitreenne Alcide Pierantozzi. Lettura facile la prima, a tratti scontata, superficiale, impersonale; ostica la seconda, indigesta, talora fastidiosa per non dire urticante – dato il minestrone di citazioni e rimandi neanche per sbaglio lontanamente affidati alla difficile arte dell’understatement (al contrario resi con ostentazione, dichiarati, urlati con una tale supponenza da ingannare quel lettore che si trovi spiazzato dinanzi alla sostanziale mancanza di un disegno che ne giustifichi organicamente la percezione manieristica – dunque di un’opera fine a se stessa: un’opera inutile) – da risultare anch’essa scontata, superficiale, impersonale. La questione è un’altra. Una volta poteva aver senso cercare la qualità in opere “facili” (Il vecchio e il mare, Il piccolo principe, Canto di Natale e tanti altri titoli di successo) quanto in lavori non altrettanto comunicativi, che però incontravano anch’essi il favore del pubblico (pensiamo soltanto al “pasticciaccio” plurilinguistico dell’ing. Gadda). Oggi la società è cambiata. I lettori sono cambiati, ma non è vero che si legge meno. Oggi leggiamo di più, eccome se leggiamo di più. D’altra parte dove sono oggi tutti quegli straccioni analfabeti degli anni Cinquanta? Bene o male un titolo di studio ce lo abbiamo tutti. Oggi è cambiata la qualità della lettura. Oggi leggiamo in aeroporto, davanti alla fermata del tram, leggiamo per ammazzare la noia della metro (ché di scambiare quattro chiacchiere col viaggiatore che ci alita sul collo, per carità: chi lo conosce…). Oggi una persona non l’apprezziamo per quel che riesce a dare in termini di valori, sensibilità culturale, umanità… in termini di ricchezza interiore. No. Oggi una persona l’apprezziamo per la quantità di soldi che ci fa intascare. E ce ne vantiamo anche. Ah! quello lì l’ho scoperto io, e mi fa fare una barca di soldi. Mamma mia come sono bravo!
Mi piace molto lo spunto di riflessione di Pasquale Giannino: un’analisi della facilità/difficoltà non in quanto categorie assolute ma in rapporto al contesto, alla scena culturale nella quale trovano il loro consenso (o dissenso). Da ripensarci. Grazie,
Ezio
La solitudine dei numeri primi (in classifica ?).
Di questo testo si è detto di tutto. Dalla fortunata scelta del titolo definitivo (vanto dell’editor Mondadori, l’autore avrebbe voluto un diafano “Dentro e fuori dell’acqua”) , della professione dell’autore (la favola dell’outsider: un milione di copie vendute da uno che con bonomia può esser definito “un non addetto ai lavori”). Facile ne esca anche un film, (visto il feeling, tutto commerciale, che impera fra best-seller e l’industria cinematografica).
Non ho letto il libro. In compenso lo sta leggendo mia figlia, come compito per la scuola: a fine lettura dovrà redigere una scaletta, immagino ideata dalla sua insegnante d’italiano (una donna degnissima) per saggiare e stimolare la capacità critica dei suoi alunni.
Ma è il dibattito che si è acceso intorno a questo “fenomeno” editoriale che svela impietoso l’attuale combinato disposto degli addetti ai lavori (parlo della critica letteraria.e degli scrittori, o presunti tali) e il mercato.
E mi pongo una serie di interrogativi. E’ lecito stroncare un testo per il solo fatto che venda un milione di copie pur non ravvisandone particolari pregi qualitativi ?
La decisione che non ne abbia, mi pare evidente, poggia su caratteristiche soggettive molto forti.
A me può piacere gustare il caffè senza zucchero, a qualcun altro no. Me ne faccio una ragione.
Ma pretendere di avere il verbo (cristianamente parlando) e tacciare di usurpazione un titolo quando questo arriva alle vette delle classifiche (ritenendo) che non ne abbia i numeri, a me pare frutto del più contrito provincialismo culturale in cui versa la situazione italiana.
A me non interessa se Giordano abbia i numeri o no. Se appartenga o meno al gotha della stantia intellighenzia nostrana. So che, forte del battage mediatico (ma sicuri si tratti solo di questo ? voglio credere che anche per altri testi in casa editrice si siano spesi con egual forza), la storia ha funzionato. Ed è scattato il passaparola.
Dall’alto del loro Aventino, coloro che storcono il naso, svelando tutt’intera la loro incapacità a dialettizzarsi con questi fenomeni, forti del loro birignao, sparano a zero. Fanno il paio con lo sfogo di Uto Ughi, in questi giorni sui quotidiani, contro Allevi. Ci sono, non ce ne eravamo accorti, dei depositari della verità assoluta, che stanati dal pifferaio magico delle classifiche, vengono allo scoperto per stigmatizzare gli immeritati numeri dei successi altrui.
Ora sgombrando il campo dalla tentazione di dare valore all’equazione: successo di vendita=qualità assoluta, vorrei sapere cosa, come, chi e quando, sancisce che se un libro ha successo deve necessariamente trattarsi di robaccia. La massa, diciamo meglio, coloro che hanno ritenuto corretto aprire il portafoglio e portarsi a casa, dai banchi di una libreria, o da un supermarket, questo libro,
sono o non sono gli stessi cui vorremmo far arrivare le nostre fatiche ?
Giulio Mozzi ha scritto, agli esordi, una raccolta di racconti (“Questo è il giardino”) che non so quanto abbia venduto, nelle due edizioni (mi pare una per Oscar Mondadori e l’altra per Sironi).
Sono certo, però, che non sia arrivato al milione di copie. Facciamo un gioco. Ipotizzando che in questo paese i racconti godano dello stesso allure che hanno i romanzi, in specie quelli alla Giordano, ci sarebbe comunque qualcuno che si sentirebbe in dovere di stroncarlo ?
Da dove nasce l’acredine ? Credo da una malcelata sfiducia nel senso critico collettivo, che è tipico dello snobismo delle auto proclamate avanguardie. Se è piaciuto cosi tanto è una cagata, sembrano dirci, distillando le loro argomentazioni.
Francamente, di contro, non so quali categorie, diciamo meglio, ingredienti, una storia dovrebbe avere per ambire a questi livelli di vendita. Deve commuovere ? Devono esserci enne scene di sesso ? Deve dare modo al lettore di potersi facilmente immedesimare nelle sventure del protagonista ?
Esiste un manuale del “perfetto scrittore di best-seller” ? Se c’è, posto che coltivi quest’ambizione, giuro, lo compro.
Ma non credo, visti i livelli delle critiche, che questi fenomeni editoriali, cesseranno di esistere.
Qualcuno mi faceva notare, che non essendo le case editrici degli Istituti di beneficenza, il fatto che “sculino” con un testo che vende cosi tanto, gli consente di poter dare alle stampe anche altri testi, destinati (sembrano dirci) a ben altri volumi di vendita.
Vista cosi, e con l’animo il più possibile sgombro da qualsiasi invidia, potrebbero serenamente definirsi, “operazioni d’auto-finanziamento”.
Lo so, lo metto in conto, e non me ne stupisco affatto.
Con buona pace dei Soloni, che hanno capito tutto.
Cletus, le cose che dici possono essere condivisibili in astratto, diciamo dal punto di vista di una discussione generale. Ma con riferimento al topic definito da Ezio le tue argomentazioni risultano piuttosto deboli, anzitutto l’interrogativo che ti poni: “E’ lecito stroncare un testo per il solo fatto che venda un milione di copie pur non ravvisandone particolari pregi qualitativi ?”. È l’esatto contrario della questione sollevata dal post con riferimento agli artefici di tali trionfi: “Essi rivendicano una verginità commerciale e il riconoscimento del portato culturale del loro intuito. Pretendono l’unanime consenso in ordine al valore letterario del romanzo”. E permettimi, dissentire da una tale pretesa non è soltanto lecito ma è un diritto sacrosanto. A patto di aver letto il libro. Prima di stroncare o portare alle stelle un romanzo bisogna averlo letto. Questa semplice regola dovrebbe valere per tutti. Anche per te.
Imprevedibile, ma neanche tanto la lectio-magistralis di Giannino. O ci fai o ci sei. Ho premesso ben chiaro di non aver letto il libro. Punto. Se hai letto il mio intervento, o l’articolo “incriminato” (io, si, guardacaso) sul Sole24, quello su cui fa perno tutto il post di Ezio, le osservazioni sono evidenti. Se preferisci sviare su altri aspetti, fai pure.
Se posso mantenere un’equidistanza dialettica, dico anche io che, date le premesse – ben individuate da Giannino – non è indispensabile, ai fini del discorso, che si sia o non si sia letto il libro in questione, essendo il suo valore, in questo momento, in secondo piano. E’ anche vero che dal post di Cletus sembrerebbe intuirsi una propensione verso una adesione “di pancia” al progetto editoriale Vs.l’atteggiamento ideologico preconcetto dei “denigratori ad ogni costo”.
Nemmeno questo è giusto.
Io credo che a) sia giusto criticare qualsiasi cosa senza che nessuno ti dica: se non ti piace sei uno snob e/o un invidioso; b) sia doveroso auspicare una qualità più alta anche per i libri popolari, perché – l’ho già scritto in un altro commento – più è alta la qualità dei libri popolari meglio è per tutti (quindi è ovvio che Giordano è meglio di Moccia); c) sia doveroso da parte dell’editoria accettare serenamente il fatto che di un libro che vende un milione di copie non si dovrebbe neppure parlare, se non da un punto di vista sociologico: il libro ha gambe per camminare da solo, è un best-seller, evviva, allora dedichiamoci a parlare di quei bellissimi libri che per enne ragioni non ce la farebbero a vendere “da soli”, perché sono un po’ più “difficili”, perché non si può pubblicare solo Zafon o Coelho perché altrimenti ben presto non esisterebbero neppure più Zafon e Coelho, perché è la varietà che produce la qualità, anche dei libri popolari (dal momento che chi li scrive, i libri popolari, si abbevera – se non è un idiota – dalla letteratura “alta” di cui ha bisogno come l’acqua e il pane).
Il libro di Giordano è semplicemente un buon libro che vende un milione di copie sul quale c’è ben poco altro da dire. Chi scrive o chi pubblica, insomma chi legge libri per professione, dovrebbe leggerlo per informarsi su che tipo di libro vende un milione di copie e finita lì.
Pretendere anche di abbassare il capo e accettare supinamente la legge del più forte questo proprio no.
Ezio
Cletus, perdi le staffe per così poco? E che sarà mai! Ho solo osservato che il tuo era un tentativo – fra l’altro dialetticamente debole (e non mi pare che lo abbia rafforzato) – di ribaltare i termini della discussione. E lo ribadisci pure che il libro non lo hai letto? Mah! Anche tu, Ezio, per discutere se un libro che vende un milione di copie sia o no di qualità non bisogna averlo letto? Ma allora di che stiamo parlando? Della Befana?… Sono d’accordo riguardo all’interesse sociologico che tali fenomeni dovrebbero suscitare. Sullo scadimento della cultura di massa post-sessantottina – ove non fosse chiaro – ho già detto la mia nel # 19.
Pasquale, voglio dire che in astratto non c’è bisogno di parlare di “un” libro in particolare (e quindi averlo letto) per dire che non deve essere consentito a nessuno di imporre l’autorità della maggioranza e di sbertucciare il prossimo solo perché non si è d’accordo, violando il diritto alla diversità. E’ un principio che prescinde la realtà concreta e quindi il libro di Giordano.
Avrei forse scritto il post anche non avendo letto il libro, per il solo fatto di trovare insopportabili le accuse di snoberia mosse a chi non abbia mostrato acquiescenza nei confronti del parere di sua santità la maggioranza.
Nello specifico chiaramente se poi affermo che Giordano non mi è piaciuto dovrei averlo letto. E infatti lo lessi.
Ezio
Ingo scrive nei commenti, più sopra (commento n. 7): “Se è vero che la maggioranza degli umani è costituita da coglioni (e lo si vede regolarmente anche alle elezioni), è ovvio che una cosa che piace alla maggioranza sia una coglionata”. Questa affermazione contiene esattamente lo stesso errore logico che – secondo Ezio, e io condivido – compie Antonio Franchini quando sostiene che il tal romanzo è “di qualità” perché “è piaciuto subito a tutti”. Se Antonio Franchini e Ingo commettano tale errore senza avvedersene o a bella posta, io non posso saperlo (non sono nelle loro menti). Mi limito a constatare che Ingo, poiché ragiona esattamente come Antonio Franchini, è, gli piaccia o no, complice di Antonio Franchini, del complesso culturale-industriale, e di chi lavora per la sparizione dei buoni libri.