Francesco Pecoraro: “Questa e altre preistorie”

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Nel “Moby Dick” di Melville Tashtego è un ramponiere pellerossa purosangue, discendente da una antica stirpe di cacciatori ormai estinta. Nella Rete, Tashtego è il nick-senhal di Francesco Pecoraro e del suo blog (www.tashtego.splinder.com). In effetti, molti dei testi inseriti in “Questa ed altre preistorie”, uscita nella prestigiosa collana Fuori Formato curata da Andrea Cortellessa per Le Lettere, nascono per il blog. Selezionati e raccolti nella forma-libro, non perdono però né l’originaria scorbutica intolleranza, né la ruvidezza antimetafisica ed anticonsolatoria. I pezzi che compongono questo libro assemblano così una mappa della Distruzione e del Caos, una geografia storico-politica dell’Apocalisse e della Catastrofe. Unico contravveleno a tanta disperazione sta nell’ “opporre al caso una forma praticabile di narrazione che non produca un effetto cosmetico, ma indichi implacabilmente il punto dolente ed immedicabile, la catastrofe che accade e si ripete attraverso i tempi senza consolazione né conciliazione possibile” come scrive Silvia Bortoli nella prefazione. C’è un’opposizione binaria e centripeta che regge il mondo: cultura/natura, misura/caos, flusso/confine, disordine/struttura. Pecoraro la perlustra con ossessiva analiticità indugiando, nell’ultima sezione, ad osservare con trasognata stupefazione la vita segreta dei nostri antenati (pesci, crostacei, molluschi). Lì risiede l’indicazione cifrata di un salvifico modus vivendi.

1) Questi testi nascono originariamente per il suo blog (senza commenti). Ha operato qualche modifica nel passaggio dal web alla pagina scritta?

Non tutti sono stati scritti per il blog. Dell’ultimo capitolo, Animalia, nel blog c’è ben poco. Modifiche parecchie, anzi, praticamente una ri-scrittura. È difficile rileggersi pezzi scritti tre anni fa senza sentire il bisogno di rimetterci le mani, anche pesantemente. E poi la scrittura da blog nasce quotidianamente con i suoi tic, gli errori, le ripetizioni, tutto il difettoso che però le conferisce un sapore particolare, quello delle cose esperite e subito dette. Piatti serviti freschi, appena cucinati. Ma dopo tanto tempo occorre prendere atto del raffreddamento della scrittura, e anche, parzialmente dell’irrancidimento di certe irritazioni, di cui si percepisce tutto il momentaneo. Un sacco di cose che oggi ci sembrano importanti, essenziali, epocali addirittura, passati due o tre anni non ci appaiono più tali. Insomma, ovvio. Tuttavia la sostanza percettiva che allora generava molti dei pezzi del blog oggi è ancora la stessa. Voglio dire che la scrittura (solo la mia?) tende a cambiare più in fretta di quanto non cambi la «realtà percepita».

2) Ci vuol parlare della struttura tripartita: Urbs, Homines, Animalia?

È una tassonomia che è servita per dare una struttura a un materiale nato in modo disomogeneo, all’interno del quale coesistevano le più diverse inferenze, rispetto alle quali andava fatta una scelta. È stato difficile rinunciare a pezzi che mi parevano buoni in nome di un po’ di coerenza, ma ho dovuto farlo. Se disponi di materiale quantico devi scegliere un’organizzazione, che di solito può essere cronologica o tematica. Ho scelto il criterio tematico, ma è stato lo stesso difficile trasformarlo in un continuum, in un’ «opera» conchiusa senza togliere tutto ciò che apparteva ad altri sotto-insiemi. Insomma, alla fine ne è uscito una specie di trattato sulla realtà esperibile, che è fatta appunto di un quotidiano urbano (Urbs), molto faticoso, pieno di segnali, di significati, di errori, di annunci. Dentro l’oggetto-città si muove l’umano (Homines), con cui abbiamo sempre a che fare, che ignora qualsiasi categoria e vive come può. E come, di caso in caso, pensa si debba vivere. Cerchiamo di adeguare l’a nostra vita ai modelli che ci invadono la mente, in una concomitanza inedita di stili, culture e modalità di esistenziali e necessità: per esempio a Roma, in piena città, i cacciatori-raccoglitori coesistono con i pastori, gli agricoltori, i cavernicoli. Benché sia di formazione marxista, ho abbandonato da tempo ogni visione della cultura come sovra-struttura, specialmente in tempi, come questi, di democrazia mediatica. Animalia esamina quello che a me pare la continuazione dell’umano con altri mezzi (vale anche il vice-versa), ma che almeno non finge l’esistenza di un ethos condiviso. In Animalia mi occupo essenzialmente di pesci, di cui a nessuno frega nulla: mai visto un pesce agonizzare? Sicuramente. E però ci «mette allegria», non trova? Nell’epilogo del libro confesso che se potessi mi trasformerei in un tonno.

3) Le immagini in bianco e nero che non solo corredano i testi, ma formano anche una sostanziosa sezione in finale di libro, non paiono meri orpelli didascalici o tronfi esercizi di stile. Vuol spiegarcene ruolo e funzione?

La collana Fuoriformato è molto accogliente ed elastica, ma ha una caratteristica che viene mantenuta costante: sono libri a contenuto verbo-visivo, l’immagine vi è sempre presente. Video, disegni, fotografie, eccetera. Il rapporto con il testo è di volta in volta molto diverso, ma mai illustrativo, vale a dire che l’immagine non ripete mai, mostrandolo, ciò che dice il testo, ma punta a farsi testo essa stessa, con una larga autonomia dalla parola. Disponevo di centinaia di disegni accumulatisi nel corso di decenni. Disegnare è un’attività costante da quando ero un bambino molto piccolo: non ho mai cessato di imbrattare carta, tranne che in concomitanza con l’inferno dell’adolescenza. Mi sono accorto che lì, composto in altro modo e in un lasso di tempo molto più lungo, si nascondeva un testo analogico rispetto a quello scritto, che forse potevo usare. Così ho scelto 150 fogli da passare allo scanner. Occorreva evitare un rapporto troppo diretto con la scrittura. Quindi li ho raggruppati per temi assimilabili ai tre capitoli del libro e poi abbiamo scelto quelli che ci sembravano i migliori, escludendo i disegni la cui resa di stampa non sarebbe stata buona. Ho fatto questo sotto la tutela dello studio Mekkanografici, che ha lavorato con gusto e molto mestiere: se il libro ha una gradevolezza visiva lo devo a loro.

4) C’è qualcosa che, calvinianamente, può essere ‘salvato’ da quell’Inferno terrestre che è la porzione di mondo occidentale che lei, da cartografo dell’apocalisse, scruta e registra?

Non credo che avremo la fortuna irripetibile di assistere/partecipare all’Apocalisse, anche perché non ce ne saranno, di apocalissi: il mondo ne ha viste molte e di vario tipo, ben prima che esistesse il genere umano. Dovremo accontentarci solo di qualche catastrofe, anzi di una sequenza di catastrofi di varia intensità e portata storica, com’è sempre stato. Una catastrofe è il collasso più o meno esteso di una qualche forma di ordine, di struttura, materiale o immateriale che sia. Le più recenti sono il collasso economico globale e l’attacco terroristico di Mumbai. Il questi giorni mi sto stranamente occupando della cronaca della presa di Bisanzio, 29 maggio 1453: cos’era se non una di queste catastrofi? Ma capisco che lei non si riferisce a questo tipo di catastrofi, quanto piuttosto alla progressiva degradazione del nostro quotidiano, nell’imprecisione e nella semplificazione, nel mal fatto, nel sudicio, nel caotico, nel generico, e in una sorta di ritorno ad una brutalità precedente. Nel libro mi sembra di dirlo spesso: se c’è qualcosa cui aggrapparsi questa consiste in un pacchetto al cui interno vedo Precisione, Geometria, Matematica, Scienza, il Ben Fatto, il Civile, il Condiviso, la Misura, eccetera. Su una parete della Cappella Sistina c’è un affresco di Pietro Perugino in cui Cristo consegna le chiavi della Chiesa a Pietro, ed entrambi poggiano i piedi su una pavimentazione perfetta, geometrica, che si estende quasi fino all’orizzonte e copre tutto lo spazio condiviso dell’umano: è questa attitudine che possiamo/dobbiamo salvare. Per farlo non vedo altro mezzo che ricordarsi in continuazione di alcune delle cosiddette conquiste del Novecento e di tutta quella cultura – forse neo-illuminista, forse neo-rinascimentale, forse novecentesca e basta – che va sotto il nome di Modernismo e che è cultura delle forme e cultura delle riforme. Ma qui il discorso si fa lungo.

5) Il suo stile, sorretto da un ductus spesso frenetico, pare quasi informale e négligé: eppure, letti di seguito questi racconti dal Caos, lasciano affiorare una ricerca ritmica, una prosodia percussiva, quasi tribale. È ‘naturale’ o è piuttosto il frutto ‘di una lunga pazienza’?

Confesso di essere uno scrivente impulsivo e non troppo consapevole, anche se alcune regole me le sono date e cerco di seguirle. Una di queste è semplice: ritmo. Tuttavia ammetto di affidarmi più al mood del momento scrittorio che ad una tecnica che forse non possiedo, ammesso che la parola «tecnica» abbia in questo caso un significato. La «pazienza», se c’è (scrivere mi procura grande piacere), riguarda la fase di revisione et correzione, quando la mente si applica coscientemente nel correggere ciò che il cervello ha prodotto in modo quasi autonomo. O almeno, questo è il modo in cui questo libro è venuto fuori: mi accorgo che la mia scrittura cambia continuamente. Non so se è un bene, ma è così.

6) La parola ’speranza’ appartiene al suo vocabolario?

Se per «speranza» si intende un comune sperare che le cose finiscano per corrispondere un po’ di più a come vorremmo che fossero, certamente la parola ha ancora un significato. Se invece la si intende in modo religioso, devozionale, come fiducia in un’arbitraria elargizione di bene da parte di un ente superiore et creatore, beh allora proprio non mi interessa. Per andare un po’ più sul concreto quello che spero è che il Paese riesca ancora a vivere un’altra delle fasi storiche di cui ha mostrato di essere capace, quelle in cui appunto forma e norma si integrano e si implementano nella trasformazione dell’esistente. Si tratta di congiunzioni difficili di tipo politico/economico/culturale (ma del resto non è tutto «politico/economico/culturale»?), quando qualcuno, metti una nuova classe dirigente, riesce a trasmettere ed imporre una diversa e migliore cultura civile, insufflandola nel Paese. In queste fasi anche i marciapiedi riescono meglio.

pubblicato su Liberazione/Queer del 14 dicembre 2008 con tagli

5 pensieri su “Francesco Pecoraro: “Questa e altre preistorie”

  1. MarioB.

    Francesco detto Tashtego,
    è un mio amico, diciamo virtuale, da anni sette: cioè non l’ho mai visto, abbiamo corrisposto abbastanza e siamo limitrofi di età; ho letto quasi tutto quel che scrive sul web e anche lessi,con notevole interesse e partecipazione il suo precedente libro.
    Non posso commentare sul suo blog, perché così è, però sempre vado a curiosare le sue cose ed i suoi disegni che sempre mi affascinano, il suo segno nero deciso, asciutto, drammatico mi prende.
    Con lui non posso esser neutrale, solo partigiano:
    Tashtego a volte mi fa girare le scatole, ma è molto bravo,davvero molto!

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  2. vbinaghi

    Il primo libro di Pecoraro (Dove credi di andare, Mondadori), è stato uno di quelli che ho più amato in assoluto negli ultimi anni. Un esordio di lusso. Questo è nella mia lista di letture, ai primi posti.
    Neanch’io sono neutrale, però: ho fatto con Tashtego in Rete (Nazione Indiana) alcuni litigi memorabili (di solito si trattava di religione) e gli voglio un bene dell’anima!

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  3. franz krauspenhaar

    Un bellissimo libro, il suo precedente. (Il nuovo non l’ho ancora letto.) Pecoraro è multifunzionale: ha la capacità di stimolare Carla Bariffi e di fare incazzare mezza blogosfera con le sue sentenze “altoborghesci”, ma su carta è un piacere leggerlo. alcune di queste sue ultime “uscite” le ho lette sul suo blog (assieme ad alcune poesie molto belle, tra l’altro.)

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  4. Franco Romanò

    Gentile Francesco Pecoraro, sono direttore, insieme a Beppe Mariano della rivista di narrativa, cultura e critica letteraria Il cavallo di Cavalcanti. Nel numero tre della rivista ci diamo occupati di un suo racconto (nella raccolta Dove credi di andare) che Beppe aveva apprezzato in quanto giurato del premio Cocito. Volevamo contattarla per farle avere la rivita ma anche per conoscerla. Io fra l’alktro sarò a Roma per la fine di gennaio e vi rimarrò unasettimana. Spero ci sia l’occassione di conoscerci. La saluto cordialmente e le auguro buon anno. Franco Romanò

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    Blog mio: http://www.agendadiscrittore.blogspot.com/
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