L’INDECENZA di Elvira Seminara. Incontro con l’autrice

Ci sono romanzi che, girata l’ultima pagina, riescono a folgorare il lettore e a lasciarlo avvinghiato alla storia e ai personaggi anche dopo la conclusione della lettura. Il romanzo d’esordio di Elvira Seminara, docente di Storia e tecnica del giornalismo nella facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Catania, nonché redattrice del quotidiano “La Sicilia”, è uno di questi. Un romanzo pregevole, che ben figurerebbe tra quelli finalisti nei principali premi letterari nazionali. Il titolo è “L’indecenza”, edito da Mondadori (pag. 181, € 17).
Una coppia siciliana che abita in una bellissima villa, circondata da un rigoglioso giardino, è in crisi per via di un trauma difficile da superare: un aborto spontaneo. Lei, la moglie, che è la voce narrante, è in preda a una serpeggiante forma di esaurimento nervoso. Ma l’arrivo in famiglia di una nuova colf, la bella e giovane ucraina Ludmila, pare disegnare nuovi equilibri all’interno del ristretto nucleo familiare. Ma è solo apparenza. La storia, bellissima e terribile, si dipana sul gioco di sottili meccanismi psicologici, in un’ambientazione perfettamente elaborata dalla scrittura avvolgente e ipnotica della Seminara. Un racconto quasi circolare che trae origine da una vita mai nata e si conclude con una vita che muore, tenendo il lettore incollato al testo dalla prima all’ultima pagina.

Elvira Seminara, chi è Ludmila?
Ludmila, forse, é l’Altro da noi. Il perturbante. La seduzione e la paura. Ma è anche lo straniero che accogliamo in casa bisognosi e diffidenti, cui deleghiamo l’enorme responsabilità dei nostri affetti, la cura dei bimbi e degli anziani. E’ in questo fatale ossimoro, il massimo dell’estraneità nel massimo dell’intimità, che si nasconde e nutre il legame, il mistero, l’insidia. O la trappola, in questo caso.
Sul piano narrativo il ruolo di Ludmi non è legato alla sua identità di “colf”, di “straniera” o di “ucraina”, nel senso che il turbine emotivo ci sarebbe stato anche se lei fosse stata un’ospite inglese capitata per lavoro o per caso fra i due. Lei è Ludmi è basta, è l’unica ad avere un nome. Gli altri non si chiamano mai.

L’ingresso di Ludmila nella famiglia siciliana segna anche l’incontro tra due mondi lontani…
È vero. Nella mia storia, essendo Ludmi ucraina, si scatena anche il conflitto emotivo-esistenziale fra i due mondi, un Occidente sazio e annoiato e un Oriente “adolescenziale”, smarrito e affamato di consumi, emozioni. La ragazza è la più forte, ha il potere della giovinezza, esprime un eros dimenticato dalla coppia, ma sarà lei a essere divorata, cannibalizzata, da quella casa.

Il romanzo affronta il tema della difficoltà a comunicare e, nella fattispecie, quello della crisi delle coppie che non riescono ad avere figli…
In un’Italia sempre più sterile e invecchiata, incapace di riprodursi in ogni senso, Ludmi col suo fulgore macchiato, la sua innocenza pericolante è forse anche una metafora.
Con lei esplode il difetto di comunicazione che già corrode quella casa. La donna non sa come chiamarla, lui glielo scrive sul foglio, lei sbaglia, poi contrae il nome per comodità: Ludmi. E la ragazza usa parole del ‘52, sbanda fra lessico e intonazioni, inciampa nell’”incedenza” (incedere, incidente, indecente…).

Che rapporto ha Elvira Seminara con la sua scrittura?
Scrivo di getto, in modo vorace e predatorio, e questo romanzo l’ho scritto in tre mesi, in un’estate…
Sono tornata, dopo, solo sulle pagine “fredde”, quelle invernali, perchè per “girarle” dovevo toccare l’inverno.

È corretto affermare che “L’indecenza” è, in fondo, un romanzo sulla decadenza?
Sì. È un romanzo sulla decadenza. Una storia di dissolvimento, di decomposizione, sfaldamento. Cento giorni. Dove si sgretola tutto, i protagonisti, la casa, le relazioni, la natura. Una lenta e oscura cremazione.

Massimo Maugeri

4 pensieri su “L’INDECENZA di Elvira Seminara. Incontro con l’autrice

  1. Massimo Maugeri

    Caro Fabrizio, grazie per il tuo commento e scusami per il ritardo della mia replica (ma in questi giorni sto pochissimo on line).
    Sì, è proprio come dici tu (come del resto si evince dall’intervista).
    Elvira Seminara, con questo libro, stigmatizza ambiguità e contraddizioni della nostra società.
    Ma soprattutto racconta, in maniera delicata, una bella storia: intrigante e coinvolgente.

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  2. Lana

    Mi permetto di dissentire quasi su tutto. L’indecenza è un brutto romanzo scritto male. Si va avanti a fatica tra giochi di parole stucchevoli e immagini di una banalità estenuante che rimandano solo a un malcelato autobiografismo adolescenziale.

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  3. Massimo Maugeri

    Cara Lana, permettiti pure… 🙂
    Intanto grazie per il tuo commento. Anche se non sono d’accordo con te, rispetto la tua opinione (così come sono certo che tu rispetterai la mia). Del resto, ognuno ha i suoi gusti.
    Per quanto mi riguarda ribadisco quello che ho scritto nella recensione. Aggiungo che “L’indecenza” è uno dei migliori libri che ho letto nel 2008 (ed è piaciuto a tutti coloro che l’ho consigliato). Ne ho apprezzato soprattutto la scrittura: ricca, immaginifica, visionaria. E non c’è alcun autobiografismo, credimi (posso dirlo perché conosco l’autrice).

    Trascrivo di seguito un breve brano tratto dal testo (disponibile anche on line su qualche sito)…

    Non si era mai visto, a casa mia, un autunno così smodato. E non solo perché non era ancora autunno, ma settembre, il 15.
    Pareva che il mio giardino, mentre noi non c’eravamo, avesse fatto festa, ballato sino all’alba e vomitato (sentivo anche, ma forse era un’impressione, odore di cose scadute, vino acido, vermi schiacciati sotto i piedi).
    Scansai la pozzanghera su cui galleggiavano insetti e lunghi filamenti. Davanti a me l’edera del pergolato aveva raggiunto con un balzo la scala e si accoppiava coi petali della solandra, le piccole unghie affondate nel calice.
    Il giallo carnoso dei fiori e il verde mosso delle foglie brulicavano nell’incrocio, ed entrambi, fiori e foglie, soffocavano in un abbraccio che si smorzava esausto sul muro.
    Mi abbandonai sulla panca. Una foglia si staccò dal ramo e sibilò ai miei piedi. Le lingue rosa della bouganville, dall’aiuola, si allungarono smaniose su quelle stanche del glicine, e foglie e foglie dappertutto, labbra di foglie gonfie e stremate, in una morsa senza fine, un’orgia di foglie screziate e lucide di ogni specie che s’infilavano tremule nei varchi disponibili, una crepa, un vaso rotto, una fessura tra i mattoni. E foglie coi denti che succhiavano il ferro delle sedie, si contraevano e si dilatavano. Ossa di foglie per terra, che gemevano sotto i passi. Foglie molli e sfinite, ridotte a fibre, nervi, polvere. Foglie bagnate e foglie irsute, che mugolavano nel vento e si umettavano i bordi, e poi i tentacoli dei rami neonati che si aggrappavano ad arbusti più forti. Pure un pezzo di tronco destinato al camino aveva messo radici e si era tramutato in albero. Un breve, deforme, tronchetto della felicità.
    Non riuscii a toccarlo.
    Si strofinavano sul muro anche i rampicanti del vicino, che scavalcate le recinzioni si erano lanciati sull’agave, in un groviglio che aveva qualcosa di terrifico. Meraviglioso, anche.
    Il bello è che non ci eravamo mossi da casa.
    Quando era successo tutto questo?
    Il tramonto si era compiuto. Sentii lo sguardo strisciante dell’edera che guizzava sulla ringhiera. Sotto la gonna a fiori, un rampicante mi si avvitava addosso.
    .

    Ecco, a me questo brano piace molto. Lo trovo dotato di una potente visionarietà narrativa.
    In ogni caso – come dicevo – rispetto la tua opinione, cara Lana. E ti ringrazio, perché mi hai dato modo di approfondire il mio punto di vista su un libro che ho molto apprezzato e che continuo ad apprezzare.
    Alla prossima…

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