1) Come risponde, ora, la poesia all’abbandono d’ogni persona, ogni casa, ogni cosa? Al nostro vivere, azzerato, internato, non in borgate, quartieri alti, monti, campagne, ma in campi-profughi ormai, campi di erranti: – isolati, macchinizzati, numerizzati?
Ora -ancora- la poesia ridice, ridesta ciò che resta, la realtà cioè, effettiva, effettuale: comunità per vivi e “morti”, figli e avi, “futuri”/ presenti / ”passati”.
MA: come fa, come può, se tutti! ormai sono espropriati d’ogni esperienza, comunità ovvero realtà? e gli avi (in cimiteri precari macchinizzati), insepolti, isolati, smembrati?
«All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne / confortate di pianto» fu meno dura la nostra vita, anzi fu celeste…
e celeste, era la terra: «questa / bella d’erbe famiglia e d’animali».
MA ormai, che ne resta? Continua a leggere



