Giselda Pontesilli, “La città antica” e la poesia odierna

1) Come risponde, ora, la poesia all’abbandono d’ogni persona, ogni casa, ogni cosa? Al nostro vivere, azzerato, internato, non in borgate, quartieri alti, monti, campagne, ma in campi-profughi ormai, campi di erranti: – isolati, macchinizzati, numerizzati?

Ora -ancora- la poesia ridice, ridesta ciò che resta, la realtà cioè, effettiva, effettuale: comunità per vivi e “morti”, figli e avi, “futuri”/ presenti / ”passati”.

MA: come fa, come può, se tutti! ormai sono espropriati d’ogni esperienza, comunità ovvero realtà? e gli avi (in cimiteri precari macchinizzati), insepolti, isolati, smembrati?

«All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne / confortate di pianto» fu meno dura la nostra vita, anzi fu celeste… 

e celeste, era la terra: «questa / bella d’erbe famiglia e d’animali».

MA ormai, che ne resta?

 

2) «Darei l’intera Montedison per una lucciola», cioè: darei l’intero «”paradiso”» tecnocratico, mediatico,  l’intero «Apparato», per un casale abbandonato, per una piccola edicola; l’intero cimitero di Prima Porta, per il cimitero campestre, vivente, di Castelnuovo di Porto, dove: li ritrovo! gli eterni, mi ritrovo!; dove: alla signora ava, madrina, signorina, che “fu” “cattiva”, riposando all’ombra sulla sua tomba, dico: «Quanto sei stata cattiva! ma un fiore, te lo metto lo stesso!». 

E metto un fiore, ecco! sulla tomba di Giovan Battista Salerno, “Titta” («grande era la sua generosità e il suo animo sincero»); anche lui lì!:  nel quieto porto a Castelnuovo di Porto, col padre, col fratello… 

Titta Salerno, che in un suo scritto sul Boetti, ha detto: «In urdu c’è una parola sola per dire ieri o domani. Il presente è quando uno dice ieri o dice domani. Domani significa sempre Inshallah, se Dio vuole, e ciò che Dio vuole è segreto. Ci sono almeno questi tre giorni di eternità o di assoluto presente nella prassi quotidiana».

E, in volgare umbro, Francesco d’Assisi ha detto lo stesso – perché le religioni assiali dei popoli universali sono unite, si sa, sono slanci vitali.

MA ormai, di loro che resta?

 

3) Resta – dice con Pasolini Didi-Huberman (in Come le lucciole) – la «forza del passato», del presente dunque: di sempre.

Per esempio: appare Marghera e appare Venezia, ma, in realtà, Marghera non appare, perché non d’uno sguardo la degniamo se ci passiamo per pietà, per forza, solo aspettando di approdare a…: alla vera realtà, la vera forza, che non è del passato, dunque, è del presente, è, sempre, Venezia.

Ed è, sempre, l’«immensità del mondo contadino», anche se il mondo contadino è sparito per genocidio culturale, come sono sparite le lucciole, per genocidio naturale.

Così, «il Già-stato incontra l’Adesso per dare origine a un bagliore, a un lampo, a una costellazione in cui si liberi qualche forma per il nostro stesso futuro»; così, «il Già-stato e l’Adesso si incontrano per far nascere costellazioni ricche di futuro» (in Come le lucciole, p. 38 e p.39).

E, «questo incontro dei tempi» – per Didi-Huberman – c’è effettualmente, perché effettualmente le lucciole non sono mai (come invece urlò Pasolini) sparite! 

Infatti -egli continua- apparve una ventina di lucciole, il 3 luglio 1981 (sei anni dopo la morte di Pasolini) a Denis Roche (l’autore di La disparition des lucioles), in un paesino italiano; apparve poi a lui stesso «una vera e propria comunità di lucciole», «una decina d’anni dopo la morte di Pasolini», «in un luogo ben preciso sulla collina del Pincio – un luogo chiamato “il bosco dei bambù”». («E -aggiunge- dovevano vivere là da parecchio tempo, perché una partitura per pianoforte, che risale alla prima guerra mondiale ed è tuttora conservata presso il “Fonds Casadeus” della Bibliothèque nationale, si intitola Les lucioles de la Villa Médicis»).

E anche a me è apparso un viale di lucciole, a fine giugno 2021 (quarantasei anni dopo la morte di Pasolini), ancora a Roma, «Roma la splendida», al parco della Caffarella, era una sera stupenda.

 

4) La natura, dunque, perdura, come perdurano le cattedrali, i ruderi dei casali, il «tempo puramente umano, / accoratamente umano» inciso su Venezia, o su «Orvieto illeso tra i secoli». Ma gli uomini?  Sono come le lucciole

«Non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra» – così, qualche ora prima di morire, Pasolini. E noi lo constatiamo: malgrado la forza della natura e del passato, l’«Apparato» ci rende «strane macchine che sbattono [o “comunicano”] l’una contro l’altra», e non ha fine l’infinita «im-posizione», «pro-duzione», capacità infinita di realizzare scopi: ci macchinizza sempre di più, minaccia sempre di più la nostra essenza e basta! 

Vico la chiamò «la barbarie della riflessione», ben peggiore, per lui, della barbarie primitiva, istintiva.

Per Heidegger, da ciò «ormai solo un Dio ci può salvare»: perché «solo un Dio» potrà mutare il caos in cosmo, l’aria in aura, la macchina in organismo vivente. Ma certo, il trapasso eonico, epocale che così si invoca, avviene dopo che gli uomini, per vite e vite, secoli e secoli, lo hanno atteso, preparato, sofferto, testimoniato.

Oggi, tutti lo soffrono e testimoniano allo stesso modo: subendo l’«l’estrema sventura», cioè -per Simone Weil- non tanto le torture e sofferenze fisiche più atroci, né il tormento della fame, dell’assenza di cibo, bensì «l’assenza di prestigio», l’«isolamento»; è l’isolamento, per lei, che caratterizza l’«estrema sventura» del Crocifisso: «L’essenza della Passione – dice – è l’assenza di prestigio, non la sofferenza».

Nessun uomo ne è ora esente, perché nessuno, pur se famoso, conta niente, nessuno cioè può «essere-con-gli-altri», «agire», vivere non isolato.

Al riguardo, Mario Perniola scrive che è «come se un destino di sconfitta» scomunichi tutti; e precisa:

 «Non che siano mancati [dopo la seconda guerra mondiale] grandi pensatori […] ma la loro trasformazione in divi dello spettacolo e l’impossibilità di avere una reale influenza sui loro seguaci ha fatto sì che le loro vite personali finissero in fallimenti esistenziali […]. Ciò che desta stupore è l’enorme sproporzione tra la notorietà mondiale e la mancanza di una vera influenza capace di incidere sulla vita degli ascoltatori e dei lettori».

 

Dunque, l’umanità tutta, sradicata da ogni effettiva stima, comunità, esperienza, è sventurata, crocifissa, ridotta alla nuda, “biologica” sopravvivenza.

 

5) «I pensatori e i poeti» possono testimoniare tale «estrema sventura», anche per chi, supremo, vero testimone, non può.

«I pensatori e i poeti»: a cui, dopo la seconda guerra mondiale, diedero esempio e incoraggiamento, Heidegger e Char col loro «dialogo sotto il castagno»; dopo il quale, Heidegger scrisse a Char: «[…] col medesimo cuore al medesimo lavoro, tentiamo l’uno e l’altro, nella poesia e nel pensiero, di aprire e mostrare dei sentieri che possano preservare l’uomo dal completo sradicamento del suo essere».

MA: come fanno! pensatori e poeti, come possono! «aprire», «mostrare», se tutti ormai (loro per primi, loro primi immeritevoli) sono sradicati dall’essere, dalla comunità, dall’esperienza?

Li aiutano gli uomini “ancora umani”, gli «uomini-lucciola» che fiocamente rischiarano la notte e che, “logicamente”, non possono! essere spariti – dice Didi-Huberman- quasi rimodulando la necessarietà e incontrovertibilità dell’essere, attestata da Severino.

Sono spariti – lui dice – «solo alla nostra vista», solo nella misura in cui rinunciamo a seguirli, solo perché il nostro posto non è quello adatto a poterli scorgere, oppure perché sono andati «oltre l’orizzonte», come fa il sole, che non per ciò cessa di esistere.

E, dunque, «è necessario aprire gli occhi nella notte, continuare a spostarsi, rimettersi in cerca», ritrovarli.

In effetti, l’immenso “mondo”, l’immenso volto contadino non mi appare forse ancora se parlo con Maria di Cori, o Lina di Terracina? queste signore di paese!  signore vecchie bellissime! che fanno intorno a noi archi di rose, ghirlande meravigliose! o se incontro il bambino romeno e suo padre che vivono tutti soli, soli luminosi, qui vicino? 

E anche, un uomo qualunque, un singolo uomo in se stesso, mi appare…

Loro, fanno conoscenza, fanno misericordia, col poeta! Agiscono, restano, con lui; gli danno un po’ di speranza, di “esperienza”. Un agire più incisivo di questo, un altro agire più “comune” (ovvero reale) non c’è.

E il poeta, “ultimamente”, lo ricomprende: prima, dall’Ottocento (almeno) e fino al “nostro” “tempo”, egli cercò, “mondanamente”, un riconoscimento, sia pur via via più piccolo, piccolissimo, minimo… di pochi altri, altri tre, altri due, un altro…

Poi cercò altri poeti, con cui tentò di agire, incidere: così, nel Novecento, sorsero gruppi, movimenti, riviste, correnti… In Italia, esemplare, indimenticabile, “LA VOCE”. 

Travolta quest’estrema speranza (travolta anch’essa dall’ «Apparato» che avanza), seguì, segue, per lui come per tutti, la grande prostrazione, la grande stanchezza.

 

6) Questa «grande stanchezza» – come la chiama Mario Perniola – “inaudita”, “inedita”, intacca alle radici ogni aspetto della vita, «l’intero campo della scrittura, della lettura e dell’ascolto, dell’attenzione, delle relazioni umane» ed è dovuta all’odierno assoluto «venir meno della possibilità dell’azione efficace […]».

MA alcuni uomini, persistenti, presenti, alcuni-tutti : tutti -in se stessi, rischiarano, come le lucciole, la notte.

Esempi di “questo” “percorso”, sono due opere di poesia italiane: La collinetta di Giuliano Donati (2001) e Piazza Libia di Giampiero Neri (2021).

7) Entrambe, iniziano con un “Preambolo” o “Prologo”, in cui i due poeti dicono, in sostanza, il medesimo antefatto: il fallimento del gruppo in cui avevano militato, creduto.

Il “Prologo” de La collinetta, [il prologo in versione integrale -cfr. al riguardo: «Su Braci», in “Capoverso” n.10, luglio-dic. 2005; e: «Giuliano Donati, La collinetta» di Marco Merlin, in “Atelier” n.27, anno VII – sett. 2002], inizia, infatti, così: 

 

«Partirei da questi anni di sempre più accentuato isolamento e sempre meno probabile comunione di intenti. Nella poesia che porta il titolo del libro a cui lavoro da tempo, La collinetta, mi figuro chinato a scavare, le mani nella terra. Se qualcuno mi parla di poesia e lingua sono lì che aspetto di incontrarlo sulla collinetta. Ma non arriva nessuno, così io continuo».

 

Mentre, il “Preambolo” di Piazza Libia, dice: «Quella sera, alla libreria di corso Como, si presentava una nuova pubblicazione letteraria. Era opera di alcuni amici, […] che amavano incontrarsi presso una di loro a discutere di poesia e leggere i propri testi, naturalmente inediti. Si era pensato di fare una rivista. […] Aveva preso la parola un giovane redattore che aveva detto: “Siamo orfani di Platone”».

 

Date queste “Premesse”, i poeti mutano discorso, e i due discorsi sono ancora analoghi. 

Ci presentano due inapparenti, inappariscenti, realtà, “comunità”: Donati, quella dei ragazzini (tra loro ci fu lui stesso) di un agglomerato suburbano, apparso “dal nulla” a Crotto Urago; Neri, quella di alcuni (tra loro c’è lui stesso) abitanti da anni vicino Piazza Libia a Milano, che un po’ si conoscono e parlano perché conoscono, tutti, Giovanni.

Giovanni è come Gino, che è facile vedere a San Lorenzo, a Roma.  Giovanni «dorme in un box che è di suo fratello», Gino in un negozio sfitto, di cui da anni ha le chiavi.

Loro, non sono gli sconfitti, gli ultimi: sono gli unici che è semplice incontrare, andare a trovare: è semplice, gradito, incondizionato, fine a se stesso.

Lo stesso accade a Terracina con Lina, o a Cori con Maria. 

Gino, una volta ha detto: «Tutti! diventiamo anziani» e di Giovanni, Neri dice, riesce senza retorica a dire: «Ci si aspettava che dicesse qualcosa di vero, lui che era il più povero di tutti, fra i suoi amici e conoscenti, ma non per questo si riteneva annichilito, e credeva in quello che diceva». 

Si va da loro, dunque, ci si siede con loro su una panchina.

È fuori dalla letteratura, Piazza Libia: è ciò che ha aiutato Neri, nel non-luogo asettico, urbanizzato, a non soccombere, a ritrovare una briciola di pane quotidiano (panem supersubstantialem), una briciola di «tempo puramente umano, / accoratamente umano».

La collinetta di Donati è, a sua volta, il luogo dove i ragazzini di Crotto Urago, nel loro stato di innocenza, o meglio di «signoria incondizionata della ragione sotto forma di istinto», scavano nel fango per piantare il pioppo: per dare sepoltura, sotto al pioppo, ai loro gatti quando muoiono di vecchiaia:

 

Ho visto ancora il muso

della gatta morta

sereno con il naso rosa

[…]

e adesso sei ancora qui dicevo

e sei viva, io non ti seppellisco,

lascio durare questo attimo

tantissimo, e sei più bella di ieri

che dovevo aiutarti a scendere

dal letto, […] 

[…] e adesso però ti porto

sulla collinetta, in cima, sotto

l’albero che abbiamo piantato

quando tu c’eri già e noi già

parlavamo delle imprese dei 

tuoi figli […]

sotto il pioppo che è

più giovane di te ma è grande

e forte anche lui, è come

una fresca nuvola verde

e adesso anche lui ci fa

sentire la sua voce, da questo

poco vento che gli passa

tra le foglie, qui dove

tutto è ancora così vivo

e questa collinetta sembra

così giovane e solo all’inizio

della sua storia […].

 

[da Requiem per una gatta]

 

Ricompare, così, visivamente, concretamente, La città antica di cui ci parla Fustel De Coulanges, la sepoltura sacra – degli avi, dei parenti – vicino casa, a fare sacra la casa, la “proprietà privata”, a tramandare la necessaria, quotidiana stima anche di loro, i vivi sempre, corpo e anima, come la ragione sotto forma di istinto sicuramente sa, sicuramente attesta per sempre.

 

Bibliografia essenziale

Fustel De Coulanges, La cité antique, Flammarion, Paris 2009.

Giuliano Donati, La collinetta, Lietocollelibri, Faloppio (CO) 2001.

Giampiero Neri, Piazza Libia, Ares, Milano 2021.

Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di Gramsci, Garzanti, Milano 1976.

Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975.

  1. B. Salerno, Alighiero Boetti, in Accanto al Pantheon, Prearo, Milano 1991.

André Vauchez, Francesco d’Assisi, Einaudi, Torino 2010.

Georges Didi-Huberman, Come le lucciole, Bollati Boringhieri, Torino 2010.

Jean-Paul Curnier, La disparition des lucioles, «Lignes», 18, 2005.

Denis Roche, La disparition des lucioles (réflexions sur l’acte photographique),

                        Éditions de l’Étoile, Paris 1982.

Giorgio Agamben, La comunità che viene, Bollati Boringhieri, Torino 2001.

Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino 2005.

Mario Perniola, Del terrorismo come una delle belle arti, Mimesis, Milano 2016.

Simone Weil, Intuitions pré-chrétiennes, La Colombe, Paris 1951.

Hannah Arendt, Vita activa, Bompiani, Milano 1994.

Paul Ricoeur, Percorsi del riconoscimento, Raffaello Cortina, Milano 2005.

Giselda Pontesilli, Su “Braci”, «Capoverso» n.10, luglio-dic. 2005.

Marco Merlin, Giuliano Donati, “La collinetta”, «Atelier» n.27, VII, sett. 2002.

Antonella Tarpino, Spaesati. Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro,

                                   Einaudi, Torino 2012.

Memoria imperfetta. La Comunità Olivetti e il mondo nuovo, Einaudi, 2020.

Rosario Assunto, La città di Anfione e la città di Prometeo, Jaca Book, Milano 1983.

 

3 pensieri su “Giselda Pontesilli, “La città antica” e la poesia odierna

  1. Giorgio Linguaglossa

    Che cosa resta?

    Il gesto di Pollock di scagliare i colori contro una parete innocentemente bianca vuole distruggere il presente e futuro, ma anche il passato; Burri vuole rendere evidente che «ciò che resta» sono i sacchi di juta, le vernici, le toppe… vuole distruggere il presente e il futuro, ma anche il passato. E fin qui tutto bene. Fare tabula rasa ma in un percorso contrastivo e opposizionale alla propria epoca. Ma oggi?, che cosa resta oggi dell’Oggi? Il gesto vitale di Pollock mi fa sorridere per la sua ingenuità, mi fa addirittura tenerezza. Anche il gesto estetico di Andy Warhol mi fa tenerezza, e mi annoia.

    Oggi forse non c’è altra risposta che l’azzeramento di ogni linguaggio, sensato e sensorio, di ogni posizione-opposizione estetica che ponga un senso o che vada alla ricerca di un senso o che vada alla ricerca del non-senso. È che sono gli «oggetti» ad essere destituiti di oggettità, la «merce» è diventata insensata, si è de-fondamentalizzata. Oggi i barattoli di fagioli di Warhol andrebbero a ruba in Africa o nelle bidonville di affamati delle megalopoli di tutto il pianeta, quelle medesime megalopoli che sono diventati spazi de-politicizzati e che magari votano Trump, Bolsonaro, Orban, Putin, Salvini, la Meloni e Berlusconi…

    In fin dei conti, la poesia, la pseudo arte del sensorio, del corporeo, del proscenio, con tutti gli addendi di effetti speciali, tatuaggi, arte corporale, effetti quadri dimensionali etc., quel sensorio, quel proscenio che si fabbrica oggi presso le officine degli editori beneducati e delle istituzioni culturali oltre che farmi tenerezza, mi fa soprattutto orrore. Quel tipo di poltiglia dell’io liofilizzato ci parla di presunte esperienze denaturate e liofilizzate del corpo, esperienze-chat, ipo-esperienze, ipo-verità. Si tratta di una auto illusione nel migliore dei casi, e invece è un falso, una fake new. È incredibile come si possa prendere sul serio quella poltiglia liofilizzata, de-politicizzata e zuccherata!

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  2. Giuliano Ladolfi

    Fare di tutt’erba un fascio equivale a lanciare i colori sulla tela. Così non si aprono orizzonti, non si pongono domande; ci si siede comodamente sull’autobus del “postutto”.
    Io appartengo alla categori degli editori e, aggiungo, di direttori di rivista che credono nella poesia. E non è una fede teorica, acritica e di maniera. Stiamo cercando, insieme a Giselda Pontesilli, di comprendere la situazione attuale senza nostalgie del passato, ma andando alla base della questione che comprende la nostra storia, la nostra società, il pensiero del nostro tempo.
    Per noi la poesia, come l’arte, costituisce – e lo abbiamo scritto molte volte – lo strmento più completo per rappresentare e trasmettere il modo originale con cui la nostra stirpe abita o ha abitato abitato la terra.

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