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da qui
La crisi del romanzo è visibile anche nel proliferare di metodi, scuole e corsi per insegnare a scriverlo. Mi vengono in mente meccanismi curiosi, come il munirsi di carte che dovrebbero suggerire temi e svolte nella narrazione. Niente di nuovo, naturalmente: solo tra i contemporanei, si potrebbe citare il Calvino del Castello dei destini incrociati, costruito con una combinazione di tarocchi. Il nostro personaggio, che chiameremo Leopoldo, non ha bisogno di mezzi artificiali; gli basta scendere in strada e trovare carte umane molto più provocatorie e stimolanti: l’alcolista già ubriaco alle nove del mattino; lo zingaro in cerca di candele per i suoi riti misteriosi; la pizzaiola islamica dagli improbabili capelli biondi; l’edicolante umbro che intrattiene relazioni sociali interrazziali e interclassiste. Da ognuna delle molteplici figure, che appaiono sulla scena come sul palcoscenico di un teatro improvvisato, potrebbe nascere una storia che andrebbe a intrecciarsi con le altre, fino a formare la matassa inestricabile che, a guardarla dall’alto o da lontano, è l’esistenza. La prima carta potrebbe essere Antonio, un quarantenne alcolizzato che Leopoldo aveva incontrato qualche giorno prima e poi erano venuti a dirgli che era morto: certe figure sono una specie di memoria della fragilità di ogni progetto, compreso quello del romanzo. Ma sono anche l’appello a custodire le tracce vitali, a non arrendersi di fronte alla constatazione del decesso, perché qualcuno dice che nemmeno in quel caso si può scrivere, a cuor leggero, la parola fine.

la vita rischierebbe di scorrere via senza memoria se non ci fossero occhi capaci di vedere le parole necessarie per raccontarne gli intrecci, le trame, gli incroci imprevedibili, e con le quali provare a coglierne il senso.
grazie, fabry
f&r
grazie, Fides.
cerchiamo di tenerli sempre aperti.
ieri o l’altro avevo lasciato un commento.
aiuto, non lo trovo!
nemmeno io, Alfonso!