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da qui
La parola fine, dunque, è una cosa seria. Un personaggio come Antonio, il povero morto qualche giorno fa, dimostra che il finale non si può banalizzare, che bisogna, soprattutto, evitare il lieto fine, scioglimento artificiale degli eventi che consente all’autore di lavarsene le mani. La vita è un dramma, fatto di alcol e solitudine, ricerca disperata di un aiuto, malattie epatiche e crisi improvvise che non danno scampo. Il lieto fine, a volte, semplicemente non esiste, a meno che non sia il grembo dell’eterno che raccoglie frammenti incapaci di salvarsi, di collegare torti e ragioni, di far quadrare i conti, schegge che non stanno negli schemi rigidi dell’intreccio e della fabula, che non tengono conto della suspence e dei colpi di scena, con cui ogni corso di scrittura raccomanda di concludere il capitolo perché il lettore volti pagina con ansia, con curiosità, con desiderio. L’attesa trepidante non deve essere un trucco, ma la stessa trama imprevista della vita, che ti strappa una lacrima amara per non essere riuscito a evitare che Antonio se ne andasse, che il suo passaggio sulla terra non fosse così breve, per i litri di troppo che ogni giorno lo tentavano. Solo allora ti accorgi che la parola fine ti chiede prima di guardarti intorno, di capire se puoi ritardarla un anno, o un giorno, semplicemente stando, fermandoti, aprendo il tempo perché diventi pagina in più per il fratello-personaggio che ti cerca.

il dramma della vita è tutto nella libertà come dato imprescindibile di qualunque relazione umana, per questo, forse, nessuno avrebbe potuto ritardare di un giorno la parola fine per Antonio, ma solo accompagnarlo con lo sguardo di chi prova a comprendere gli abissi dell’animo umano.
un abbraccio, fabry
f&r
a volte il lieto fine non lo facciamo esistere,
non lo scriviamo. a volte per “rispetto umano”, ossia
per una nostra contemporanea piaga: sembra fuori tempo
e fuori moda. a volte non lo scriviamo per voler essere,
o sembrare, moderni. altre volte non lo scriviamo
per prudenza, sapendo che la vita, visto che la storia contina,
ci può sempre smentire, additandoci ingenui. noi, invece,
vogliamo saperla lunga.
a volte il lieto fine non lo vediamo
solo perché abbiamo inforcato occhiali poco speciali.
solo perché abbiamo fatto nostra una filosofia della storia negativa
Il personaggio di Antonio mi fa pensare inevitabilimente ad Aldo, alla sua vita drammatica, alla sua triste fine.
La parola fine ci fa sempre paura , possiamo pure domandarci “come sara?” , ma è la stessa vita che prima o poi ci risponderà.
Qualcuno che non ricordo ha detto:
“Quien no vive ahora la vida eterna, que se despida de vivirla luego”
“Chi non vive ora la vita eterna, si dimentichi di viverla dopo”
Un abbraccio.
grazie amici.
il lieto fine ci viene donato nella realtà, secondo me, oppure è un inganno per allocchi.
Sì la parola fine è una cosa seria, che sia l’Eternamente giovane a scriverla oppure l’autore, in entrambi i casi si tratta di autore del Cosmo o di un libro. Che il fine sia lieto o meno dipende da che punto si guarda la realtà, dalle attese e da ciò che in noi lascia traccia della vita o di un romanzo. Spetta all’uomo/lettore dire se è tale o meno, mi spiego meglio: prescindendo dalla definizione comune di “lieto fine” io credo che tale, la parola “fine”, lo sia quando lascia un ricordo o un’emozione, domande e a volte risposte, speranza o consolazione. Per esempio prendiamo la vita di Antonio, il suo “romanzo” è un dramma scelto o inevitabilmente vissuto che finisce con sofferenza e morte, nell’accezione comune non è un lieto fine. Ma se provassimo a vederla sotto questo aspetto? Antonio ha lasciato in noi il suo ricordo, il ricordo dell’inevitabile, della fragilità umana, della comunione nella sofferenza del vivere quotidiano ma lascia anche la speranza che in fondo lui possa esser stato felice in quei panni, che la sua vita, conclusasi con dolore, sia presto una vita di amore e riscatto, accoglienza, testimonianza che ci sia un senso ed uno scopo al vivere quotidiano perchè la vita non finisce con la morte del corpo. Antonio lascia un ricordo, un sentimento di amore o di disapprovazione e tante riflessioni alle quali forse non troveremo mai risposta. In ogni caso egli fa parlare di sè, suscita una lacrima o anche un sospiro di sollievo.
Ecco, la parola fine è un cosa seria, sì, perchè ogni romanzo, secondo me, dovrebbe concludersi nel momento esatto in cui raggiunge questo culmine: lasciare nel lettore un’emozione forte, un pensiero che cerca tempo e riflessione per delinearsi, un sapore con retrogusto lieto o dolce amaro, una fantasia da portare avanti e un ricordo indelebile, come un marchio a fuoco nella membrana interna del cuore.
Come non pensare allora che la parola “fine” sia una cosa seria? A mio modesto parere di lettrice, il genio di uno scrittore è tutto qui: centrare il momento giusto della storia per mettere un “punto decisivo” che lascia aperta ogni possibilità, affinchè non si perda nei meandri delle cellule cerebrali la sua fatica creativa.
SM
grazie Stella: dare spessore alle cose, esattamente questo.