Quando si rimise di punto in bianco a sputar rosso, Erre quasi si commosse.
Per lunghi anni i farmaci avevano tacitato il sintomo fin quasi a far credere d’aver guarito il male; o addirittura che il male non ci fosse stato mai, che certe manifestazioni completamente fraintese avessero condotto a un radicale equivoco sulle cause.
Ora Erre è più sereno. Non finirà come la sua patria, nell’imbelle vecchiezza incapace di febbre alta, di vomito; quando verrà l’avversario saprà chiamarlo per nome e capirà dal suo sguardo se abbracciarlo, o se sputargli in viso per poi subirne la stretta.

Bisogna imparare a non avere paura del sangue.
Buona giornata Roberto:-)
C.
Cara Carla,
è quello che ho scritto.
Quando pubblico post di questo tipo non lo faccio di sicuro per rendere note le mie personali condizioni di salute: a volte spunto remoto, a volte del tutto estranee al tenore dei testi.
Spero ardentemente che lo si voglia capire, convinto come sono che se sul punto sorgono malintesi non sono alimentati da me.
Un caro saluto,
Roberto
comunque viene spontaneo collegare il protagonista al soggetto che scrive 😉
a ognuno le sue interpretazioni, mi sembra più che giusto!
au revoir….
“Quando (“dopo lunghi anni”) si rimise di punto in bianco a sputar rosso, Erre quasi si commosse”.
Io mi sarei di nuovo spaventato, verrebbe subito da dire.
Quel QUASI salva l’immagine restituendola alla realtà finta del racconto.
Quel QUASI vale “come se si fosse” commosso. In verità, essendo nuovamente turbato dall’idea della propria morte, in cuor suo pianse su di sé.
Sfogata l’emozione al posto di Erre non sarei stato affatto più sereno, ma solo rassegnato. AIUTO!
Interessante il termine avversario. Nel caso di Erre non mi sembra che coincida con il termine “nemico”, anzi.
Un caro saluto
paolo
Caro Alfonso,
in quanti, dentro Erre e dentro ciascuno di noi, sgomitano per prendere mestolo e microfono?
Sono anche questi i microeventi (a volte dai macroeffetti) che cerco di registrare.
Con questo non voglio accodarmi a quanti dicono che realtà e verità non esistono: credo sinceramente a una passabile continuità che permette di chiamare “storie individuali” i fili che costituiscono la macroragnatela del quotidiano.
Ma questo non significa non vedere le crepe dei muri che pure ci limitano, non sentire come rimbomba il vuoto sotto i nostri passi.
Un abbraccio,
Roberto
Caro Paolo,
mi sembra che tu sia andato vicino a sentire ciò che ho voluto esprimere.
Cerco di evitare la luce falsa in cui tutte le vacche sono grigie e riconosco l’indispensabilità del’istituto della responsabilità personale. Ma nel contempo so che ci possiamo esercitare ad avvertire e ad accogliere in noi ospiti almeno all’apparenza esotici – e non solo a subirli.
Questo, ovviamente, nella maggiore armonia possibile con quelle che sopra ho chiamato “storie individuali”: per qualcuno la rassegnazione può essere addirittura accompagnata da un sorriso, per altri (come il personaggio dell’apologo) dev’essere almeno preceduta da un tentativo di reazione, di estrema affermazione di sé.
Un caro saluto,
Roberto
“Quando verrà l’avversario saprà chiamarlo per nome”: è questo che dà serenità a Erre. Chiamare le cose con il loro nome è peraltro una caratteristica della tua scrittura, Roberto, che me la rende particolarmente cara.
Cara Anna Maria,
ti ringrazio, e spero che ti piaccia anche, nell’atto stesso di chiamare le cose per nome, il tentare di additarne altre, più grandi.
Nel caso specifico, il parlare del dignitoso cammino verso la morte di un individuo, per accennare all’ignominia di un analogo cammino collettivo.
Un caro saluto,
Roberto