Ali
Con lunghe ali volano le stelle.
Resta legata alla terra la stoppia
Ferendo piede non per crudeltà,
ma per suo dolore. Per pane
le cresciute spighe! Resta
lì tra le andane appaiata da falce
accorta maggese per sorte di fuoco.
La notte, in alto, con lunghe ali
volano le stelle. Oh potessi
io fare dell’amore un solo grido
come da solitaria casa
innalzata la linea di fumo
perché dentro brucia.
L’urlo
Come posso dirlo
l’urlo. Ci vorrebbe una voce
di fuoco. Un gesto. Ma io non posso mutare
il volto delle cose.
Come la notte scura
senza un lume e le nubi
povere della luna.
Con gli occhi chiusi ti cerco
per non disubbidire al sogno
alle fossette a questi
ricami della pagina
sottili come i fili
che legano le stelle.

Leggendo questi bei versi, meditando sulla loro energia e la loro qualità, mi viene in mente un verso di De André: “in direzione ostinata e contraria”. Non c’entra nulla con queste poesie; è che ho pensato a quante volte questa frase viene citata, a sproposito, da professi intellettuali e artisti e poeti, così increspati di sensibilità delicata, così dediti al sincero spirito democratico, professi rivoluzionari della giustizia quotidiana. Poi, però, appena capita un nome esterno ai circoletti come quello di Paniconi, appena si presentano dei testi da leggere senza secondi fini (nessun critico di mezzo, nessun cenacolo da cui farsi ascoltare e conoscere), improvvisamente la distrazione avvolge il cuore puro dei piccoli poeti, troppo impegnati a commentare su facebook le foto del pittore che condivide col mondo la bellezza della sua nuova giacca di pelle, ma con chiari fini politico-ermeneutici, sia chiaro.
Così, i versi di Felice Paniconi, che hanno molto più valore di tanti altri ipercommentati, se ne rimangono in silenzio nelle retrovie. Sia ben chiaro, non ce l’ho con Don Fabrizio e i gestori di questo blog, che sono assolutamente distanti da questo genere di comportamento, e la mia polemica, lo so, è roba vecchia. Ma non finisco mai di rabbrividire.
Di questi versi mi è piaciuta la tensione interna, che dietro il velo di un lessico controllato e apparentemente piano, fuoriesce in momenti brevi e finemente calcolati, ribaltando la sintassi su sé stessa, evocando attraverso l’assenza dell’articolo, il ritmo spezzato e l’enjambement, la ripetizione parziale. Il primo poeta che mi verrebbe in mente, se volessi fare un paragone, sarebbe senza dubbio Campana. Mi piace, poi, l’accostamento fra la tenerezza di quel “fossette” e i termini astratti del secondo brano.
Sarei curioso di leggere di più.
Mic