65. Ponti

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da qui

La pistola dell’uomo longilineo dai capelli brizzolati è puntata verso il petto di don Faber, che lo guarda negli occhi:
Come va, fratello?
Fratello? Non sapevo di avere un fratello.
Tu sei forestiero, non prenderla a male se l’ho chiesto così, senza conoscerti. Vedo bene che in questo momento sei in difficoltà e io ho a disposizione molto più tempo di quanto in realtà mi serva.
Cosa vuoi dire?
Costruisco ponti: ogni volta un ponte diverso. Ti confido una cosa: leggo nel cuore della gente. So che sei in crisi con la vita; oggi è diventata un impiego solitario. Il miracolo accade dove si fanno ponti, e i pensieri sono mossi dallo stesso vento che spinge le foglie morte sulle panchine umide di pioggia. Per vivere non bisogna imparare delle regole, ma lasciare che il cuore si converta, al vento, all’acqua, alla voce che passa e ha bisogno di silenzio per essere ascoltata. Dio vive tra ponte e ponte e detta il racconto che non saremmo mai riusciti a scrivere.
Non so se sono pronto.
Non c’è fretta, non devi preoccuparti: quando vorrai, potrai trovarmi nello stesso posto. Mi raccomando, fatti guidare dal vento, che non può sbagliare.
Ti do la mia parola che presto tornerò.
Alza la mano per porgerla al prete, con un sorriso lieve. Uno degli alcolisti, immaginando in pericolo don Faber, balza in fretta come non aveva mai fatto nella vita e si getta sull’uomo longilineo dai capelli brizzolati, che fa un gesto repentino, come per difendersi, e nello scatto preme inavvertitamente sul grilletto. L’esplosione genera un contraccolpo d’aria nel giro di parecchi metri: le piante dai fusti sottili e dal fogliame folto si piegano da un lato e poi dall’altro, i ragazzi ondeggiano con smorfie spaventate, Saulo fa un salto indietro ancora incredulo. Gli occhi azzurri di don Faber inseguono le pietre del ponte appena costruito, scorgono in ogni frammento il lavoro dei millenni, le tracce dell’evoluzione umana e cosmica, l’emancipazione dalla legge della giungla, l’apparire della società civile, la solidarietà coi più deboli, la teoria degli ospedali da campo, dei pronti soccorsi, le operazioni in chirurgia d’urgenza, le grida della gente, il dolore della pallottola che sente conficcata in chissà quale parte dell’intestino o dello stomaco: si china in avanti come fosse ubriaco, si avvita su se stesso, come una foglia al vento, come la carta di giornale che copre il barbone Andreas sotto il ponte della Senna per ripararlo da un freddo che diventa più pungente, sempre più pungente, mentre l’alcolista che ha provocato tutto grida, lucido come non è mai stato in vita sua: mi mancherai don Faber, cazzo, mi mancherai.

20 pensieri su “65. Ponti

  1. f&r

    mi mancherai don Faber, cazzo, mi mancherai.

    urca! mi associo e mi sento un po’ barbona pure io

    un abbraccio, fabry

    f&r

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  2. lucypestifera

    Il miracolo accade dove si fanno ponti

    giusto per sdrammatizzare: ma ti pare di dire, con i tempi che corrono, una cosa così? non gli pare vero, a b.: “mi consenta, don fabrizio, è quello che vado dicendo da anni!”

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  3. robertorossitesta

    Scrisse una volta un poeta:
    “Quando tutto è finito
    si comincia davvero”.
    Se non si crede a questo, meglio lasciar perdere.
    Un abbraccio,
    Roberto

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  4. robertorossitesta

    Caro Fabrizio,
    oggi non mi riesce di scriverti in privato, il sistema mi prende per spam (avrà ragione lui?).
    Riabbraccio,
    Roberto

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  5. Giorgina Busca Gernetti

    Non siamo immortali. Fisicamente, ben s’intende.
    La morte fisica è la nascita ad una vera vita, è la resurrezione di Lazzaro, è la morte del seme che darà vita alla spiga di grano, vero, don Fabrizio?
    Giorgina BG

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  6. Stella Maria

    Maria incontra Andreas, Leopoldo incontra Andreas e don Faber incontra Andreas: le cose importanti accadono sempre nel momento dell’incontro con Andreas, il dialogo si ripete uguale, Andreas è l’incontro che ti cambia la vita.
    Andreas: l’essenza, l’ispirazione, la sostanza, il fulcro, il romanzo, il nocciolo dell’esistenza, chi insegna; la vita e chi incontriamo, le nostre esperienze che modificano il cammino spirituale, la vita, le scelte.
    Andreas è ciò che unisce padre spirituale, autore e protagonista in un’unica entità, Andreas é come deve essere scritto un romanzo, è il romanzo, è la vita.
    Andreas è l’anima di se stessi, il cuore, il sangue che scorre nelle vene.
    Andreas è una cosa sola divisa per tre e ricongiunta: spirito, corpo ed espressione di sè che si ritrovano nell’incontro che ti cambia e ti fa essere unico, non più diviso, e ti rende immortale perché si nasce immortali, la vita eterna inizia al primo vagito.
    Andreas, il baricentro di Faber Maria Leopoldo, al secolo, l’anima che scrive: Fabrizio Centofanti. E’ solo l’incontro più profondo con se stessi che dà il senso all’esistenza, scrive il romanzo e non ci sono scuole per questo se non la vita stessa, vissuta attimo per attimo.
    SM

    p.s.: “… ti rende immortale perché si nasce immortali, la vita eterna inizia al primo vagito.”
    Chiedo scusa per essermi appropriata di un concetto che don Fabrizio enuncia dal pulpito, chiedo venia:-)

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  7. M&C

    Stella Maria sono completamente d’accordo con te. Anche io già da un po’ riconosco in Andreas “il baricentro di Faber Maria Leopoldo” e l’anima stessa del vero don Faber = Fabrizio Centofanti.
    Anche oltretutto per la somiglianza fisica dei due, più volte ricordata nel continuo descrivere gli “occhi azzurri”….

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  8. claudia

    che bello, fabry!

    quando leggo i commenti delle tue devote mi si allarga il cuore e mi dico: ma allora esiste l’isola felice dove le parole servono a sollevare, sospingere, sorreggere… queste signore sono davvero un esempio limpido di gioia inesausta e convinzioni forti, mi danno l’idea di persone incrollabili, di gente che non ha mai un dubbio, un’incertezza, che si sveglia al mattino felice di affrontare un nuovo giorno accada quel che accada, nessuna difficoltà le può fermare, nemmeno l’idea della morte di un amico.

    ganzo! dicono a firenze

    ma se è così, mi sa che sulla porta del tuo ufficio presto dovrai presto scrivere “disoccupato”

    (mi devo informare quanto costano le case dalle tue parti, così magari divento una parrocchiana felice e consapevole pure io)

    a proposito, però, don faber non me lo dovevi far sparare! e che si fa così? io non ho una fede così incrollabile nel fatto di lazzaro e dell’immortalità dalla culla, e mi viene il magone se penso che lui non ci sarà più 🙁

    ciao!

    claudia

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  9. Stella Maria

    So che sarebbe stato più giusto dire che l’incontro che ti cambia la vita è quello con Dio, un dio come Andreas, ma ancora una volta … non sono parole mie:-) anche se condivise.
    SM

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  10. emanuelabianchi

    Cara Claudia…incrollabili?…magari!!

    In alcune situazioni mi accontenterei (anzi desidererei) essere l’alcolista che balza in avanti “come non aveva mai fatto nella vita” ma subito dopo, (piccolo particolare, segno di INCROLLABILITA’) verrei sopraffatta dalla dolorosa certezza di dover gridare MI MANCHERAI!

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