Questa sera è venuto a cena da me mio nipote, come fa ogni quindici giorni, con l’ubi consistam di incassare la paghetta ziesca (rinforzo di quelle parentali) che prima del suo congedo non manco mai di elargirgli.
Si tratta ovviamente di visite brevi: inghiotte la mediocre pizza che gli preparo, passa nello studio per controllare sul mio pc la posta (in fondo è un ragazzo all’antica), quindi – ricevuto il viatico – se ne va a raggiungere la tribù.
Stasera però mi sono accorto subito che c’era qualcosa di diverso, anche se formalmente il protocollo della visita veniva rispettato. La pizza non è stata divorata bensì biascicata; lui non ha risposto alle mie domande di prammatica nemmeno con gli usati monosillabi né con i soliti sorrisi di compatimento; incredibile a dirsi, non ha controllato la posta; ma soprattutto, pur limitandosi a contorcersi prima sulla sedia e poi sul divano, non accennava ad andarsene.
Allora è toccato a me di sorridergli con aria di comprensione, quindi gli ho chiesto: “C’è qualcosa che forse non sarei indegno di conoscere?”.
Nello sguardo che ha subito alzato su di me mi è parso di scorgere nientedimeno che della gratitudine. Quindi ha cominciato a parlare, dapprima con difficoltà, poi via via più sciolto: “Zio, senti un po’ questa. Sono giorni che ripeto col massimo scrupolo sempre lo stesso esperimento, robetta da nulla, semplice routine. Ma questa volte le cose non sono andate come dovrebbero, e darmi del pazzo e ricominciare daccapo non è servito a niente. Alla fine mi sono arreso, ho compilato il modulo e in fondo ho scritto le mie osservazioni, naturalmente cercando di limitarmi… di limitarmi ai fatti, e l’ho fatto vedere al Professore”.
“Il mio compagno di scuola.”
“Il tuo compagno di scuola.”
“E lui?”
“Be’, lui ha fatto un sorriso che non mi è piaciuto. Poi mi ha chiesto di consegnargli tutti i materiali usati per l’esperimento, tutti gli appunti che avevo preso, e mi ha detto di seguirlo. Siamo scesi nell’interrato, dove si trova l’inceneritore. Lui ha aperto uno sportello, vi ha buttato quanto gli avevo dato e l’ha richiuso. Quindi siamo tornati su.”
“I risultati che ti è parso di ottenere potevano avere implicazioni etiche? Scientifiche? Economiche?”
“Credo di sì, sia etiche che scientifiche che economiche.”
“Torniamo al professore. Possibile che non ti abbia detto altro?”
“Per dire ha detto. Ha detto che nei prossimi giorni dobbiamo decidere insieme che cosa voglio fare da grande.”
“Tutto qui?”
“No, dopo un altro sogghigno ha aggiunto in quel vostro latino del cavolo uno sproloquio di cui ricordo solo l’inizio: “Divini Aristotelis universum…”. Di sicuro voleva prendermi per il… in giro.”
“No, non voleva prenderti in giro” quindi ho aggiunto, quasi tra me: “ Nihil sub sole novi”.
“Anche tu zio! E che vuol dire ora questo?”
“Nulla sotto il sole conosco.”
Sic.

straordinario calembour latino, novi — novi! Bellissimo, Roberto, ciao.
Caro Sparz,
sapete che vado matto per i giochi di parole, ma per onestà questo non è mio. E’ di un vecchione più vecchio di me,
in età produttiva dirigente di vili mechanici ed ora divoratore fra l’altro di testi di logica. Ha un cognome noto, ma unico della sua famiglia ha praticato il lathe biosas. Pertanto non gli dedico il post, mi arriverebbero male parole e pepati consigli sull’uso del mio tempo.
Grazie e ciao,
Roberto
Oltre che spiritoso calembour, “novi”, tradotto “so” invece che “di nuovo”, rende lo zio (scusa tanto, Roberto) pari al suo compagno di scuola, ora professore del nipote, ciascuno nel suo ambito.
Ogni novità nel campo scientifico-sperimentale spaventa chi vuole vivere pacificamente nel cieco e ottuso immobilismo.
Galileo ne è un esempio chiarissimo.
Un caro saluto
Giorgina
Cara Giorgina,
non a caso citi Galileo.
Quel “Divini Aristotelis universum…” è una reminiscenza dal “Galileo” di Brecht.
La differenza che spero esista fra i due vecchioni è che lo zio, parlando quasi a se stesso, agita uno specie di rovello metafisico.
Non che ai fini pratici per il giovanotto faccia differenza, tanto che ci auguriamo sia arrivata finalmente l’ora di smuovere le acque senza però provocare al contempo un nuovo diluvio universale.
E posso dire che a tal fine un po’ di latino non ci starebbe male? Il laico profeta dice “il giorno della fine non ti servirà l’inglese”, del latino non fa parola e questo mi conforta.
Grazie e un caro saluto,
Roberto
Scusate, da cosa si evince che si tratta di un calembour?
Gentile Myr,
in effetti si potrebbe forse parlare più esattamente di anfibologia, ma l’importante è (non?) capirsi.
Grazie e un saluto,
Roberto
Non rispondo io perché non voglio fare la prof.
Tocca a Sparz spiegare che cos’è un “calembour”.
Giorgina
Siete troppo rapidi per me, che digito come una lumaca. La mia risposta-non risposta n.7 è arrivata dopo la n.4, n.5, n.6.
Giorgina
Caro Roberto,
ti ringrazio anche a nome di Brecht e del “suo” Galileo.
Ci vorrebbe un po’ di latino. A me lo dici?
Un caro saluto
Giorgina
Scusi, Roberto, da cosa si evince che si tratta di un’anfibologia (o di un calembour o di quel che sia?). Ho riletto il testo più volte, ma non sono riuscita a cogliere nient’altro che un errore da parte dello zio (non oso dire dell’autore).
Gentile Myr,
non mi pare un errore, tutt’al più un’interpretazione innovativa (e maliziosa) ma grammaticalmente fondata. Se le cose non stanno così ovviamente bacchetterò lo zio ed il vecchione che gliel’ha suggerita. Ah, questi dilettanti!
Grazie e un saluto,
Roberto
Il guaio, Roberto, (se posso permettermi) è che “Non conosco nulla sotto il sole” è una frase priva di qualunque significato, giacché tutto (non niente) è “sub sole”. E quell’insensatezza rende insensata l’intera prosa.
Gentile Myr,
è vero, in che guai ci si caccia alle volte! E ci si sguazza pure, incoscienti che siamo, magari fino ad annegarcisi, senza che nemmeno ciò sia dolce.
La frase incriminata intende significare: “Di nulla che stia sotto il sole ho reale conoscenza”. Questa lettura non mi pare che le aggiunga né le tolga nulla, ma soltanto la liberi, insieme al testo in parola, dalla patente d’insensatezza.
Il tutto (o il niente?) ovviamente nel rispetto delle interpretazioni (e, ben vengano, delle malizie) altrui.
Grazie e un saluto,
Roberto
Caro Roberto,
perchè non spieghi “apertis verbis” a Myr che cos’è un’anfibologia e che cosa un “calembour”?
Altrimenti non se ne viene a capo.
Infatti “novi = non so” non è un errore, ma…un’anfibologia!
Ri-saluto
Giorgina
Giorgina, non se ne viene a capo solo se ci si distrae dal punto cruciale. Novi non significa ‘non so’, come lei dice, bensì ‘so, conosco’. E non, Roberto, ‘ho reale conoscenza’. Se qualcuno mi dimostra che nosco può anche significare ‘ho reale conoscenza’ chiedo venia e pacemiodio. Grazie.
Come al solito sono arrivata in ritardo.
L’ altra interpretazione “Non c’è nulla di nuovo sotto il sole” mi pare si adatti alla secolare ripetizione degli stessi fenomeni, ora di cecità ottusa di fronte a una scoperta scientifica, ora di mal governo accettato supinamente e così via.
Saluti a entrambi
Giorgina
Gentile Myr,
ho scritto “non so” ma è un refuso nato dalla semicancellazione di un’altra interpretazione.
Verbo latino: “novi, novisse” = so (ho conosciuto, quindi so, come in greco “oida” = ho visto, ho conosciuto, quindi so).
Mi scuso con i lettori
Giorgina
Non la chiamerei “altra interpretazione”, Giorgina, ma unica interpretazione possibile (tra l’altro passata in proverbio). Se un autore intende rendere ambiguo un proverbio deve farlo in maniera esplicitissima. Id quod, hic, factum non est. Ergo: non valet.
Gentile Myr,
“Se un autore intende rendere ambiguo un proverbio deve farlo in maniera esplicitissima”: su questo mi permetto di non essere d’accordo, assumendomi ovviamente ogni responsabilità a riguardo.
Grazie e un saluto,
Roberto
Mi dispiace, gentile Roberto, che lei non voglia rispondere al mio rilievo di lettrice.
Certo, ogni autore si assume la responsabilità di quel che scrive. Occorre dirlo? Lei si è assunto la responsabilità di tradurre erroneamente quel proverbio, e conseguentemente di rendere incomprensibile la sua prosa. Non resta che prenderne atto. A meno che, ripeto, lei non provi che nosco può significare, oltre a ‘so, conosco’, anche ‘ho reale conoscenza’, e soprattutto che tale accezione risulta chiaramente dal testo. Ma vedo che non ne ha proprio intenzione.
Grazie lo stesso.
Gentile Myr,
mettiamola in questo modo:
per me “Nulla sotto il sole conosco” e “Di nulla che stia sotto il sole ho [“reale” ovvero “autentica”: semplice rafforzativo] conoscenza” possono essere l’una la perifrasi/parafrasi dell’altra, e né l’una né l’altra sono insensate. Mi rendo conto che più rispondo più apro questioni invece di chiuderle, e le confesso che la cosa non mi dispiace neppure. E’ chiaro che non pretendo di aver ragione, ma solo di condurre una delle mie solite provocazioni sul doppio binario dei fatti della vita e del linguaggio; provocazioni che comunque non ho mai basato su un mero e deliberato errore.
Grazie e un saluto,
Roberto
A Myr commento n.18
basta rileggere il mio commento n.2 per vedere che ho scritto “so” come traduzione/interpretazione di “novi”.
Quando ho scritto “non so” nel commento n.17 intendevo l’altra traduzione/interpretazione di “novi” = “non ignoro”, che ha lo stesso significato, così come “non male” = “bene”, oppure “non bello” = “brutto”. Al massimo le forme negative attenuano il concetto soprattutto nei due ultimi esempi.
Purtroppo non ho cancellato del tutto “non ignoro” nella fretta di digitare lo scritto e ne è nato un REFUSO.
Se preferisce affermare che sono ignorante (che non sa) e che non conosco la frase ormai proverbiale, faccia pure!
Quanto al verbo “novi”, ma anche ai termini “calembour” e “anfibologia”, basta un vocabolario.
Male est, Myr, falsum intentum alicui tribuere. Id quod scripsi lapsus calami fuit. In malum verba vertere meum non est.
Vale
Georgina
Caro Roberto,
sono in pieno accordo con te (n.19)
“Se un autore intende rendere ambiguo un proverbio deve farlo in maniera esplicitissima” (Myr)
“ambiguo” ed “esplicito” sono un ossimoro, quindi, come si può rendere ambigua una frase in modo esplicito?
Dante direbbe che non si può “per la contaddizion che no’l consente”.
Un caro saluto
Giorgina
Sono da sempre un sostenitore della reintroduzione del latino nelle scuole. Ma se deve servire ad alimentare discussioni come questa, quasi quasi mi ricredo.
Scuole medie inferiori, intendo. (Prima che qualcuno salti su a dire che il liceo classico esiste ancora).
Gentile Riccardo Ferrazzi,
ha proprio ragione. Mai più avrei usato in modo “sacrilego” la lingua dei Padri se non mi fosse stata rivolta una frase in latino non so proprio con quale finalità.
Non “salto su” circa il liceo clessico (ma anche scientifico) perché…
E’ scritto nel mio profilo biobibliografico.
Cordiali saluti
Giorgina Busca Gernetti
clessico>>> classico
GBG
Caro Riccardo,
non hai torto ma considera che le questioni adombrate dal mio apologhetto e riprese dalla gentile Myr non solo sono ben più importanti di quanto potrebbe sembrare dal tono impertinente con cui vi ho fatto cenno, ma largamente prescindono dalla lingua nella quale sono espresse.
Grazie e ciao,
Roberto
Ferrazzi, perché quasi quasi si ricrede? Si discute, e anche un po’ si gioca. Che male c’è? E, comunque, bisognerebbe sempre argomentare i propri interventi, no? Lo faccia e le sarà risposto.
Giorgina, dev’esserci un equivoco: io non ho mai dubitato che il suo fosse un refuso; il commento 18 era rivolto all’autore, non a lei. La prego di credermi. Quanto al presunto ossimoro: dal contesto non si arguisce in nessun modo che la traduzione “Nulla sotto il sole conosco” sia intenzionalmente anfibologica; perché ciò accada occorrono segnali testuali precisi, espliciti, inequivocabili; altrimenti si pensa a un errore d’autore e nulla più. Ecco cosa intendevo. Possiamo concordare su questo?
Roberto, grazie. Ma quel “reale” è una sua personalissima giunta. La semantica non è un’opinione. Ma grazie davvero!
18.Myr detto
dicembre 2, 2010 a 12:57 pm
Non la chiamerei “altra interpretazione”, Giorgina, ma unica interpretazione possibile (tra l’altro passata in proverbio). Se un autore intende rendere ambiguo un proverbio deve farlo in maniera esplicitissima. Id quod, hic, factum non est. Ergo: non valet.
Gentile Myr,
come fa il commento n.18 (qui “copincollato”) ad essere rivolto all’autore, di nome Roberto, quando al vocativo c’è il mio nome, cioè Giorgina? Inoltre sono stata io a scrivere “non so” invece che “so”, non è stato Roberto. Infine, io ho usato il termine “ossimoro”, non lui.
Io avrei smesso prima, però a provocazione rispondo.
Saluti a tutti
Giorgina BG
Giorgina, nessuna provocazione. Lei continua a fraintendere (e dunque a offendere inutilmente). Ovviamente la prima parte del mio commento era rivolta a lei; ma la seconda al testo, dunque all’autore. E comunque non c’era nulla di offensivo, vero? Inoltre: mi dice quando mai io avrei messo in dubbio che quello fosse un suo refuso?
Quanto all’ossimoro, è venuto dopo la sua lamentela circa la mia presunta accusa (“falsum intentum alicui tribuere”). Dopo, non prima. Giusto?
Gentile Myr,
prego, ci mancherebbe. Che quel “reale” sia una mia personalissima giunta, quasi una formula di stile, lo posso anche ammettere; in fondo si trattava di scrittura letteraria, sebbene in sessantaquattresimo: quindi non tanto imprecisa, quanto appunto personale. Posso persino ammettere che la semantica non sia un’opinione, che sia in certa misura condizionante e normativa, ma in una sua accezione alquanto astratta; quando infatti s’incontra e si scontra con gli usi, con gli idioletti, che cosa mai si genera? Non sempre e soltanto semplici errori, spero bene!
Grazie ancora e un saluto,
Roberto
Tutto chiaro. Grazie di nuovo.
Vediamo, però, se riusciamo a pervenire ad una sintesi (dialettica), ossia a un punto d’incontro (altrimenti ognuno resta inchiodato alla propria opinione e il dialogo – come nei talk show – diventa inutile, se non dannoso).
Lei riconosce che la frase “Nulla sotto il sole conosco”, in quel contesto (privo di segnali testuali espliciti, percettibili, che inducano a pensare a un calembour o, che è lo stesso, a un’anfibologia) rischia d’esser presa alla lettera e di far pensare a un puro errore?
Lei riconosce che il verbo latino nosco significa ‘so, conosco’ e non ‘ho reale conoscenza’, e che il lettore non può entrare nella sua testa, ma può solo prendere atto del testo?
Lei riconosce che nosco non può significare altro che ‘so, conosco’ non solo nel codice lingua italiana, ma anche negli “usi” e negli “idioletti”? (Anche gli usi e gli idioletti servono a comunicare, vero?).
Lei riconosce che questa sua narrazione è realistica, sostanzialmente referenziale, assolutamente priva di lavoro sulla lingua, insomma tutt’altro che idiolettale, e che per questo non autorizza né esorta in nessun modo il lettore a leggerla come leggerebbe Apollinaire o Valery?
Infine. Riconosce che tutta questa discussione è partita da una mia semplice domandina (“Scusate, da cosa si evince che si tratta di un calembour?”), alla quale lei avrebbe potuto rispondere chiaramente, con poche parole, evitando tutto quanto è seguìto?
Dunque nulla di nuovo da questa altezza
Dove ancora un poco senza guardare si parla
E nei capelli il vento cala la sera.
Dunque nessun cammino per discendere
Se non questo del nord dove il sole non tocca
E sono d’acqua i rami degli alberi.
Dunque fra poco senza parole la bocca.
E questa sera saremo in fondo alla valle
Dove le feste han spento tutte le lampade.
Dove una folla tace e gli amici non riconoscono.
Gentile Myr,
a questo punto non so davvero che risponderle. Alcune cose le posso riconoscere altre no, specie in questa forma che tende a vedere le cose in bianco o nero. Mi spiace, sono abituato alle mezze tinte, addirittura (lo dico segnandomi) alla contraddizione, insomma a un modo di espressione che sta sul crinale di altri e che spesso sconfina senza dichiararlo. Può darsi che in questo lei abbia individuato una delle cause del mio non esaltante successo, e in questo caso dovrei forse esserle grato. Ad ogni modo gli scarti fra un testo e la sua ricezione, fra i commenti dell’autore e dei lettori mi semmbrano cosa consueta, qui e altrove. In un sistema fatto di mittenti che sono anche destinatari, di destinatari che sono anche mittenti e di canali che s’intersecano fra loro influenzandosi, le interferenze sono cosa abbastanza normale. Non parliamo poi di perturbazioni, di resistenze…
Credo che questa non sia la risposta che si aspettava, ma al momento non posso fornirgliene altre.
Grazie ancora,
Roberto
Caro Fabrizio,
grazie di questo testo perfettamente poetico e perfettamente realistico e referenziale, lungo il quale perfettamente non meno che equivocamente ci s’intende.
Ricordati di metterti in contatto con me sui canali indicati: il taglio di questi ultimi è il solo modo vero (reale…) di non comunicare.
Riabbraccio,
Roberto
io risolverei la questione dicendo che il calembour ha un margine di giustificazione in quanto in latino nihil novi è coerente, mentre non lo sarebbe in italiano avendo bisogno di doppia negazione per esprimere la stessa cosa.
niente conosco/niente di nuovo: dov’è il problema?
a seneca sarebbe piaciuto.
o forse è meglio che vada a insegnare a far marmellate, che mi riescono bene, che chissà che latino ho insegnato nell’ultimo quarto di secolo!?
😀
Cara Lucy,
io da buon vegetariano vado forte con le torte di verdura. Come aiuto di cucina, ve’: fatico ad affettare sminuzzare tritare ecc per l’intera mattina del giorno del Signore, poi a un tratto arriva Lei, di fuoco e di ghiaccio (che sempre ne tremo), e in un secondo compone in armonia le mie scomposizioni, ricostruisce il decostruito e fa ogni cosa nuova come se fosse il primo mattino del mondo. Ah, fossero tutte come Lei! Eppure l’ordine di affettare sminuzzare tritare ecc è proprio da Lei che mi giunge. E allora? Interrogata, risponde in sanscrito, di cui non so una parola, ma mi pare voglia intendere: “Fare e disfare è tutto un lavorare”.
Grazie e ciao,
Roberto
Caro Roberto,
mai ti avrei immaginato come aiuto di cucina!
Le torte di verdura sono ottime, soprattutto quelle liguri. Le tue non so per… assoluta “ignoranza”.
Chissà che, con la supervisione di Lei, le tue non siano anche più gustose di quelle chiavaresi.
Un caro saluto
Giorgina
roberto! sarà anche OT, ma: che dichiarazione d’amore ascosa nel tuo commento! le Lei con dei Lui così (e non ironizzare: ascolta!) sono fortunatissime. l’amore raccontato a sprazzi dagli uomini è la cosa più bella, per me.