E va bene, ci sono cascato anche stavolta. Lo so che avrei dovuto tacere a costo di staccarmi la lingua a morsi, ma come al solito la foga del dire è stata più forte di me; e del resto la mia dolce 3/4 (7/8, 10/11…) avrebbe letto ciò che avevo in animo sul mio viso troppo eloquente, e che per lei ha meno segreti che per chiunque altro. Così ora lei, signora delle mansuetudini, forte del buon diritto suo e dell’Umanità cui quelli come me attentano, m’incombe di fronte con occhi che lanciano lampi e un sorriso di sprezzo, e incalza sibilandomi: “Tu che sussulti, tu che tremi ad ogni nonnulla… tu sei un guerrafondaio, un violento… con uno come te che ci sto a fare…”.
Non posso non rispondere, quando sente di avermi in pugno non mi permette il magnanimo silenzio che spesso concede a sé. E quindi rispondo, con stanchezza e una leggera nausea, a voce bassa, più che altro parlando a me stesso: “Non c’è compiacimento nella mia visione, ma solo onestà nel riferirla, e disperazione di poter mai cambiare le cose. Quando il leopardo dovesse giacere col capretto saremmo già in un altro mondo, magari con le stesse coordinate celesti di questo, ma pure già un altro mondo; e al passaggio da questo a quello noi uomini possiamo dare un contributo ma non siamo decisivi, quello è il ruolo che spetta a un dio che per ora si fa attendere, troppo occupato non si sa bene se a soffrire con noi o a trattenere la sua collera per non distruggerci tutti insieme, i buoni coi malvagi. Quanto alla guerra, ne esistono di tante specie, molte delle quali non fanno buttare sangue direttamente: e sono le più insidiose, perché in nome di una pace apparente creano l’abitudine all’ingiustizia; un’abitudine che può diventare complicità. Parlo delle guerre mediatiche, diplomatiche, commerciali, finanziarie; e parlo anche delle guerre psicologiche che avvengono per le strade, nei luoghi di studio e di lavoro, all’interno delle famiglie: come quella che si sta svolgendo fra noi due, fra me che credo di amarti accettandoti come sei, e te che dici di amarmi volendomi a ogni costo diverso. Il punto è questo: se tu riuscissi nel tuo intento, io sarei veramente migliore? Allora insisti pure, non posso amare il me stesso di ora oltre ogni buona ragione. Attenzione, però, col nostro filo: nel filarlo, nello svolgerlo, nel reciderlo”.

parole, che mai come questa mattina avevo bisogno di leggere..
recidere.
Cara Ilaria,
in effetti, quando ci vuole ci vuole. Ovviamente, sempre con rispettosa cura.
Un saluto,
Roberto
Grazie, Roberto, grazie
un caro saluto anche a te.
Come ti capisco, caro Roberto, o meglio, capisco il tuo “personaggio”!
Non è il mio caso (lo sai!), però “recidere” è cosa doverosa quando si trascina una situazione non dico insopportabile, ma perlomeno stagnante e fondata sull’incomprensione.
Sull’altro punto interessante, quanto avrei dovuto tenere la bocca chiusa in molte occasioni!
Un caro saluto
Giorgina
Cara Giorgina,
vedo che la parola “recidere” qualcosa suscita. Il verso “Non recidere forbice quel volto” non è estraneo alla nascita di questo pezzo, a prescindere ovviamente dalla modestia del mio risultato.
Dal mio punto di vista ero però più interessato alla concentrazione delle tre classiche funzioni in una sola “persona destinale”.
Un caro saluto,
Roberto
Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.
Un freddo cala… Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.
Eugenio Montale
Un nuovo caro saluto
Giorgina
Se Montale parlava di “guscio di cicala” che potremo dire noi, col nostro incongruo belletto nel lutto dell’inverno?
Un risaluto caro,
Roberto
Potremmo dire che ci ha colpiti l’afasia, non solo la perdita del canto come la cicala morta.
Ri-ri-saluto (è un grillo?)
Giorgina
non si tratterà mica di un cordone ombelicale?
(ciao Robertino, vai avanti così…;-))
la sollecitudine, l’attenzione per ‘quel’ filo, ‘il’ filo: anche stavolta, pur “sussultando e tremando” hai toccato il punto, senza rinnegare sussulto e tremore; mi ha scosso, questa provocazione, è riuscita ad attenuare il freddo che avverto da qualche tempo
Cara Giorgina,
speriamo non il Grillo Parlante, fa una brutta fine.
Ri-ri-rì,
Roberto
Cara Carletta,
vedo che hai pensato alle Parche latine, cugine delle Moire greche.
Questa volta la tua provocazione alla provocazione è pertinente.
Ciao,
Roberto
Cara Anna Maria,
sussulti e tremori al contempo ipocriti e sinceri per la violenza propria e altrui, psichica e fisica, potenziale e attuale.
Un saluto,
Roberto
siamo appesi a un filo Roberto, com’è noto.
meno male che, generalmente, non tocca a noi decidere quando dev’essere spezzato.
Caro Fabrizio,
generalmente?
Il piano è inclinato, e scivoloso assai.
Un grazie e un abbraccio particolari,
Roberto
A Roberto
a me, infatti, Pinocchio non è sempre simpatico!
Un caro saluto
Giorgina
A Don Fabrizio
generalmente, certo, ma…
Giorgina BG