57. Rose

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da qui

Marco prenota una stanza d’albergo per muovere le acque e cercare un approccio diverso con la città che non riesce a possedere e da cui, forse, si sente rifiutato. Entrato nella hall, è subito tentato di tornare sui suoi passi: si sente soffocare in mezzo al legno massello, alle tende bianche e marroni gonfie e pesanti come la sua testa, le lampade dalla luce abbagliante, l’esplosione di rose che si affacciano da un vaso di vetro o di cristallo, la donna bionda dell’accettazione che parla a telefono con voce bassa e seducente e si accorge del tentennamento, perché termina in fretta la conversazione e gli rivolge il sorriso più cordiale. Marco si avvicina come in trance, consegna il documento, vede le labbra aprirsi e chiudersi per pronunciare le frasi di prammatica, prelevare la chiave, assicurare la disponibilità per ogni tipo di evenienza. Si chiede che senso abbia questa gentilezza, essendo estranei e non avendo in comune che l’ingresso ingombro di legno e rose e le tende che sembrano cadergli addosso da un istante all’altro. Rischia di svenire, se si ferma ancora; saluta in fretta e si avvia verso le scale, anch’esse in legno, cosparse di rose che propagano un profumo troppo intenso. Inserisce la chiave nella serratura, apre la porta, sicuro d’infilarsi in un ambiente simile al primo; gli appare, invece, una stanza dai parati beige, moquette rossa e letto matrimoniale con spalliera bianca e due finestre che danno sul balcone. Si precipita sul terrazzo in cerca d’aria e il cuore accelera immediatamente: dai tetti rossi si alza il fianco sinistro del Vittoriano e una serie di cupole di chiese cui non saprebbe dare un nome; in fondo, un campanile che punta verso il cielo e, dietro ancora, i monti sovraccarichi di neve. E’ la prima immagine di Roma alla quale non riesce a sovrapporre gli odori e i colori della sua città: respira solo il profumo delle rose, il legno massello, la moquette; il passato è nascosto dalle tende e lo sguardo si perde in un futuro indicatogli dalla quadriga in cima al monumento, dalla voce della portinaia che bussa all’uscio e gli chiede se gli occorra qualcosa, e a lui sembra di scorgere dietro le sue spalle le ali in bronzo della Libertà, gli occhi marziali, le mani affusolate, l’odore e il colore della città straniera che gli appare solo adesso occhi negli occhi, così vicina da non permettergli di voltarsi indietro.

14 pensieri su “57. Rose

  1. Stella Maria

    Occhi negli occhi per un nuovo inizio nella città eterna, affascinante e magica, caotica e impossibile come solo una capitale può essere, eterna come lo è Roma e la fragranza di rose.
    SM

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  2. Ema

    Assistiamo ad un miracolo… Marco non riesce a sovrapporre le immagini della sua città “respira solo il profumo delle rose “in una città straniera “così vicina da non permettergli di voltarsi indietro”; forse ci siamo; almeno lui,potrà evitare un giorno di dover dire : “ho sbagliato tutto!”

    Poesia in forma di rosa

    … io ho sbagliato tutto.
    Ah, sistema di segni
    escogitato ridendo, con Leonetti e Calvino…
    Segni per sordomuti, con ideografie
    una volta per sempre internazionali.
    E’ una rosa carnale di dolore,
    con cinque rose incarnate,
    cancri di rosa nella rosa
    prima: in principio era il Dolore.
    Ed eccolo, Uno e Cinquino.

    Hai sbagliato tutto, brutto, soave!
    L’idea di aver sbagliato! Io!
    Capite? Io! Lo smacco, lo scacco…
    Roma, col vecchio Pasolini macro
    di Sè, sudato, degradato.
    ………………………………

    ecco, petalo incarnato su petalo,
    nella Rosa Cinquina, il Dolore Due:
    lo sbaglio di tutta una vita, ecco
    Basta staccare un petalo e lo vedi.
    Rosso dove doveva esser bianco,
    o bianco dove doveva esser giallo, come
    volete : e questo per tutta una vita,
    che, per fatalità consente UNA
    SOLA VIA, UNA FORMA SOLA.
    Come un fiume, che nel meraviglioso
    stupefacente suo essere
    quel fiume contiene il fatale
    non essere alcun altro fiume.
    Si dice, nella vita van perse molte occasioni:
    ma… la Vita ha un’occasione SOLA.
    Io l’ho perduta tutta.
    E così ecco la Terza Corona del Cancro.

    Quel Terzo Dolore consiste
    non nel patire la terribile voglia
    ma nel trarne solo ossessione.
    E, da qui, il Quarto Dolore,
    per cui succube degli impeti di morte
    che mi salgono dal ventre, batterei
    il capo, muto, contro i vetri
    del tassì che percorre
    l’orribile autostrada dove è chiaro
    che sono senza amore, mentre, barbaro
    o miseramente borghese, il mondo è pieno,
    pieno d’amore… Di secolo in secolo
    e primo sudore nel gelo,
    io vado constatando, coi pugni sul ventre,
    la mia mancanza di amore, fino all’ultima lacrima.
    Il Quinto Dolore è il meno esprimibile
    ora, poi, è addirittura ridicolo,
    fuori dalle sue lacrime,
    nella comprensione della sua ragione:
    la delusione della storia!
    Che ci fa giungere alla morte
    senza essere vissuti,
    e, per questo, restare sulla vita
    a contemplarla, come un rottame,
    uno stupendo possesso che non ci appartiene.
    Ridicolo dolore di prigioniero,
    di sciancato, che vede tutto concesso agli altri
    in un trionfo di felicità senza fine
    semplice come la luce del sole con cui si confonde.
    Il Quinto Dolore è sapere
    che miliardi di viventi
    una dolce mattina, si desteranno,
    come in ogni mattina della loro vita,
    Miliardi di viventi,
    una dolce mattina si desteranno,
    al semplice trionfo delle mille mattine della vita,
    con la maglia riarsa… con l’umido
    del primo sudore… Felici essi
    felici! Essi soltanto felici!
    Essi soltanto possessori del sole!

    Solo chi non è nato, vive!
    Vive perchè vivrà, e tutto sarà suo,
    è suo, fu suo!
    Si apre come un’aurora
    Roma, dietro le spirali del Tevere,
    gonfio di alberi splendidi come fiori,
    biancheggiante città che attende i non nati,
    forma incerta come un incendio
    nell’incendio di una Nuova Preistoria.
    P.Pasolini

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  3. M&C

    ERGO UNA ROSA
    di José Saramago

    Ergo una rosa, e tutto ora si illumina
    come non fa la luna né può il sole:
    serpe di luce ardente e attorcigliata
    o vento di capelli che scompiglia.

    Ergo una rosa, e grido a quanti uccelli
    punteggiano di nidi e canti il cielo,
    batto al suolo l’ordine che decide
    l’unione dei demoni e dei santi.

    Ergo una rosa, un corpo e un destino
    contro il freddo della notte che avanza,
    e con la linfa della rosa e col mio sangue
    innalzo perennità in vita breve.

    Ergo una rosa, e lascio, e abbandono
    quanto mi duole di pene e di paure.
    Ergo una rosa, sì, e odo la vita
    in questo cantar d’uccelli sulle spalle.

    Rispondi
  4. Barbara

    Quando non si riesce a “possedere” qualcosa, forse è soltanto perché cerchiamo di adattarlo a logori schemi precostituiti, abbiamo paura. Magari se Marco accetta di farsi conquistare dalla città senza chiedere nulla in cambio, chissà quali sorprese potrebbe avere.
    Barbara

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  5. Roby (s.d a.)

    Quanta maestosità e distanza in questo primo approccio con Roma, sembra quasi una meta irraggiungibile. Ma presto Marco si accorgerà della semplicità di questa città che, con i suoi odori e colori, il romantico LungoTevere, la storia che si respira dai sampietrini e dalle cupole, le voci colorate proventienti da vicoli e mercati,la ragazza mora dai capelli lunghi del bar dove ha consumato un caffé, non potrà che stregarlo e ragalargi nuove emozioni, tali da non poterne più fare a meno, senza per questo dimenticare la sua Venezia, della quale continuerà a custodirne gelosamente ricordi in un angolo del cuore.

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  6. Ema

    Mi piaccion quelle cose
    che han sì dolce malia,
    che parlano d’amor, di primavere;
    che parlano di sogni e di chimere,
    quelle cose che han nome poesia.
    Lei m’intende?
    ………………………
    Germoglia
    in un vaso una rosa;
    foglia a foglia
    la spio! Così gentil
    il profumo d’un fior.
    Ma i fior ch’io faccio, ahimè! …
    i fior ch’io faccio, ahimè!
    non hanno odore!

    La Bohème
    (Mi chiamano Mimì)

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  7. Titti

    Caro Marco,
    ti dedico la canzone che sto ascoltando, con l’augurio che nella vita tu possa ripartire alla grande e non sentirti più estraneo in una città a te straniera.

    Chiamami ancora amore
    Chiamami sempre amore
    Che questa maledetta notte
    dovrà pur finire
    perché la riempiremo noi da qui
    di musica e parole

    Chiamami ancora amore
    Chiamami sempre amore
    Continua a scrivere la vita
    tra il silenzio e il tuono
    difendi questa umanità
    che è così vera in ogni uomo

    (R.Vecchioni)

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  8. Margherita

    23 aprile: S. Giorgio

    San Giorgio uccise il drago e dal suo sangue nacque una rosa che regalo’ alla principessa appena salvata.
    Uomini e donne si regalino rose e libri per sconfiggere il drago dell’ignoranza.
    Un suggerimento: “Non superare le dosi consigliate”, ultimo libro di Fabrizio Centofanti

    24 aprile 2011: Pasqua

    Rinasciamo insieme dall’alto, essendo stati lavati dal sangue dell’Agnello.
    Auguri a tutti!

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