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da qui
Alberto lavora al suo romanzo. Come sede, in mancanza del faro, ha scelto un albergo in cui gli sembra di trovare l’atmosfera più opportuna. Si rifugia sempre nell’angolo a sinistra del terrazzo, su una sedia in ferro battuto, davanti a un tavolo coperto da una tovaglia azzurro chiaro. Alla ringhiera sono appese vaschette di gerani, col terriccio fresco e ben drenato; le foglie grandi e tondeggianti gli ricordano l’esplosione della casa in riva al mare, il rosso e il giallo in sfumature infinite, gli occhi di pantera che vede dappertutto. Al di là della tenda si srotola il Foro romano col suo fasto fuori luogo: l’Arco di Settimio Severo, la Basilica Giulia, le Colonne Tetrarchiche. Alberto non è mai stato tentato dal romanzo storico: la solennità architettonica lo provoca a scoprire il rovescio volgare e quotidiano, le urla del mercato, il tanfo della Cloaca Massima, gli inganni del Comizio. Piuttosto, lo interessano i pini, le leggende che si portano dietro, simboli di vita e di morte: tagliati non ricrescono, ma vivono in condizioni proibitive; vi si estraggono essenze per costruzioni navali e medicine; le foglie sono aghi, i frutti pigne circolari, coniche o allungate che occultano il pinolo, come se solo scavando si trovasse il senso, come se la storia umana e vegetale rifuggisse dalla solennità esteriore, e ogni segno vivente celasse alla fine una sorpresa: Alberto avverte che il terrazzo ha un’anima invisibile, occhi di pantera confusi con quelli dell’editor, l’urlo della giungla come le parole che sente sibilare nelle orecchie: in definitiva il suo testo, pur non privo di una sua suggestività, e nonostante alcuni pregi, non è stato ritenuto adatto alla pubblicazione. Per Alberto le rovine imperiali sono un’oscura profezia: solo dalla conflagrazione del passato, dalle macerie di ciò che non ritorna può nascere il romanzo sempreverde delle foglie-aghi, del frutto racchiuso nel profondo.

Spesso le cose non sono quel che sembrano e bisogna scavare e cercare il loro valore intrinseco.
Se la vita fosse solo l’immagine che da di se’ avrebbe un senso viverla? Se l’essere umano fosse solo un bell’ involucro sarebbe diverso dalla bestia? Se il romanzo fosse un puro insieme di frasi ben composte e articolate, con belle parole e ben costruito ne rimarrebbe qualcosa dopo averlo letto? Ma se imparassimo a leggere fra le righe, a capire le frasi non dette, ad ascoltare l’altro, il valore di uno sguardo o di un silenzio, il senso profondo del vivere saremmo vicini a quell’essere perfetto che un Dio creo’ forse perche’ si sentiva solo e voleva qualcuno con cui parlare guardandolo negli occhi. Spesso il senso delle cose e’ così semplice e manifesto che lo seppelliamo per non faticare a cercarlo.
SM
sfumature infinite.
questo siamo.
un saluto.
“simboli di vita e di morte: tagliati non ricrescono, ma vivono in condizioni proibitive”. Già, proprio come noi… a volte o spesso.
Barbara
“… i pini, le leggende che si portano dietro, simboli di vita e di morte”
VASTITÀ DI PINI (P. Neruda)
Ah vastità di pini, rumore di onde che si frangono,
lento gioco di luci, campana solitaria,
crepuscolo cadente dei tuoi occhi, battito,
conchiglia terrestre, in te la terra canta.
In te cantano i fiumi e là fugge l’anima mia
verso dove ami, secondo il tuo volere.
Indica a me la via nel tuo arco di speranza
e scioglierò in delirio il mio fascio di dardi.
La tua cintura di nebbia vedo intorno a me
e il tuo silenzio insegue le mie ore in fuga,
e sei tu con le braccia di pietra trasparente
quella dove si ancorano i miei baci e la mia
umida ansia s’annida.
Ah la tua voce misteriosa che l’amore colora e piega
nell’imbrunire risonante e morente!
Così nelle ore profonde sopra i campi
vidi piegarsi le spighe nalla bocca del vento.
“in definitiva il suo testo, pur non privo di una sua suggestività, e nonostante alcuni pregi, non è stato ritenuto adatto alla pubblicazione.”
Troppo spesso solo ciò che è “commerciale” viene pubblicato: è la solita logica del denaro…però:
-Lei crede che ogni storia debba avere un principio e una fine? Anticamente un racconto aveva solo due modi per finire: passate tutte le prove, l’eroe e l’eroina si sposavano oppure morivano. Il senso ultimo a cui rimandano tutti i racconti ha due facce: la continuità della vita, l’inevitabilità della morte.- (Italo Calvino)
…come se solo scavando si trovasse il senso…
Distratti, assenti, spesso abbiamo tanto, ma non riusciamo a coglierne la ricchezza, l’essenza, tanto da andarla a cercare altrove, nelle cose più effimere e inutili, ma di grande senso estetico; ma se cerchiamo un pò più a fondo, possiamo godere di una bellezza sconfinata, che magari si nasconde nel sorriso di un bambino, nella stretta di mano di un amico, nella carezza di un nonno, nella pagina di un romanzo…
Per Alberto le rovine imperiali sono un’oscura profezia: solo dalla conflagrazione del passato, dalle macerie di ciò che non ritorna può nascere il romanzo sempreverde delle foglie-aghi, del frutto racchiuso nel profondo.
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Affascinante! fa pensare al misterioso ancestrale messaggio che i resti dell’antica civiltà simboleggiano fieri e indelebili nella loro mutilata struttura architettonica di malta e mattoni in “opus reticolatum”, apparentemente freddi e indifferenti al caos cittadino e al cemento che incalza. Le nostre distratte, sfuggenti vite spesso ignorano o vogliono ignorare il racconto di ciò che è stato e non sarà più. Ma se ci fermassimo ad ascoltare attentamente potremmo captare il pulsare di un’anima invisibile che manda ancora indubbi messaggi e segnali di vite vissute.
Inconfutabili testimoni di civiltà cui è stato affidato il compito di insegnare molto.
Alberto sarà catalizzato da questo impatto sensoriale e visivo del’odore dei pini e del verde dei loro aghi pungenti – come solo le parole a volte sanno essere – dal rosa antico delle emergenze architettoniche e dal bianco dei marmi che si fondono sullo scenario magico e luminoso del rosseggiante cielo del tramonto, tanto da far dimenticare lo stridente contrasto con il cemento grigio scuro e anonimo e con il ripugnante odore acre del carbonio.
Alberto non potrà non essere ispirato da tanta bellezza che eguaglia e supera forse quella del più accattivante tramonto sul mare e… si illuminerà d’immenso, mentre le parole scorreranno come fiumi cristallini nel romanzo sempreverde dell’uomo che muore e rinasce, della vita che, proprio nell’accezione più stretta del suo significato, scorre e scorrerà sempre superando i confini del tempo e dello spazio.
“Alberto non è mai stato tentato dal romanzo storico…Piuttosto, lo interessano i pini…”
Credo che lo scrittore, partendo dalla storia deve costringere la realtà a venire fuori, a rivelarsi.
Lo scrittore, a differenza dello storico, inventa (dal lat. invenio che significa trovare); trova quindi qualcosa che preesisteva ancora prima che lui la rivelasse; trova ciò che era nella mente di Dio.
Il compito dello scrittore è quello di rendere un servizio alla verità; è un servo della verità.
“Per Alberto le rovine imperiali sono un’oscura profezia: solo dalla conflagrazione del passato, dalle macerie di ciò che non ritorna può nascere il romanzo sempreverde delle foglie-aghi, del frutto racchiuso nel profondo.”
Il fascino della rovina imperiale, di un tempo in cui la vita sembra fermarsi senza ritorno, il verde delle foglie come sfide immense che ha di fronte il romanzo, il frutto racchiuso come mistero profondo e infinito di una anima che si sprigiona ogni volta.
Un abbraccio
“Come sede, in mancanza del faro, ha scelto un albergo in cui gli sembra di trovare l’atmosfera più opportuna.”
L’unico luogo, l’unica sede che può diventare opportuna è sempre solo la nostra anima…
DENTRO LA MIA STANZA REGALA AGLI ALTRI
Io so bene che dentro la mia stanza
c’è un amico invisibile,
non si rivela con qualche movimento
né parla per darmi una conferma.
Non c’è bisogno che io gli trovi posto:
è una cortesia più conveniente
l’ospitale intuizione
della sua compagnia.
La sola libertà che si concede
è di essere presente.
Né io né lui violiamo con un suono
l’integrità di questa muta intesa.
Non non potrei mai stancarmi di lui:
sarebbe come se un atomo ad un tratto
si annoiasse di stare sempre insieme
agli innumerevoli elementi dello spazio.
Ignoro se visti anche altri,
se rimanga con loro oppure no.
Ma il mio istinto lo sa riconoscere:
il suo nome è Immortalità.
Emily Dickinson