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da qui
I due letti sono accostati, per cui i pazienti possono parlarsi. Li divide una colonna carica di macchinari: misuratori di valori ingombri di cifre e grafici elettronici. Cosimo si volta leggermente verso destra e studia il vicino che ha lo sguardo fisso, come stesse contemplando uno spettacolo visibile a lui solo.
– Come va?
– Per aver preso cinquecento grammi di Pentobarbitale, direi bene. La lavanda gastrica funziona quasi sempre.
– Perché l’hai fatto?
– Ci sono momenti, nella vita, in cui devi decidere se vale la pena continuare.
– Che impiego hai?
– Sono uno scrittore. Anzi, lo ero.
– Perché il passato?
– Quando il cuore è inaridito, cosa scrivi? Non sono di quelli che si siedono al tavolo e vada come vada.
– Non hai più argomenti?
– E’ come se le immagini morissero sul nascere: una stanchezza invincibile le logora, le affloscia, prima che possano sbocciare.
– A me succede il contrario.
– In che senso?
– Arrivando in ambulanza ho avuto visioni prive di qualunque filo logico: da allora, provo a collegarle e interpretarle, a dare un senso a un pensiero che m’insegue sotto forma di azioni e personaggi.
Il vicino si solleva a fatica. Le parole di Cosimo lo hanno scosso dal torpore. Lo guarda negli occhi:
– Raccontami.
L’altro non se lo fa ripetere: ha bisogno di chiarire anche a se stesso le scene apparse mentre medici e infermieri si affannavano accanto al corpo dolorante, in fin di vita. Una mano ignota gli ha scritto nel cuore per cercare un bandolo, ritrovare il filo che lega le parole, che tiene insieme, miracolosamente, vita e morte.
***
E’ passato qualche tempo dal ricovero. L’ex compagno di ospedale di Cosimo si chiede cosa faccia di un’opera letteraria un’opera letteraria: di imbrattacarte ce ne sono tanti, soprattutto in tempi come questi, in cui computer, ipad, iphone, permettono di scrivere qualsiasi cosa in qualunque momento, e il mondo rischia di trasformarsi in un deposito mostruoso di parole cui nessuno riesce a dare un senso. Sta passeggiando lungo un viale di campagna, largo, incorniciato da due teorie di ulivi. Ai bordi della strada ci sono foglie ammucchiate secondo geometrie precise; oltre gli alberi, due barriere di legno separano il sentiero dalla campagna aperta, s’intravedono gruppi di pecore che brucano protette da un cane pastore bianco come loro. La vita non è così composta come appare in quest’angolo di mondo: del resto, lui voleva uscirne, ingoiando cinquecento grammi di Pentobarbitale; si sentiva imprigionato come i personaggi dei romanzi, inchiodato a schemi fissi da cui gli pareva impossibile sottrarsi. Solo ora ha capito che a decidere è il lettore, è lui a dipanare una trama sempre aperta, dagli esiti incerti: la ragazza dai capelli rossi, Simone Vangelis, Brice Cento, sopravvivono a condizione d’insinuarsi nelle notti di chi legge, di coinvolgerlo nell’intreccio dei destini. Ora è sicuro che a salvarlo non sono stati i medici, ma il racconto di Cosimo che arranca a fianco a lui e custodisce una domanda rimasta sulla punta della lingua, come accade quando si è presi dai pensieri:
– Come ti chiami? Siamo quasi amici e ancora non lo so.
L’altro lo guarda sorridendo, come da tempo non faceva:
– Mi chiamo Cesare. Volevo colmare anch’io una lacuna imperdonabile.
– Quale?
– Volevo dirti grazie.
FINE

GRAZIE PERCHE’
Grazie perché
mi eri vicina
ancora prima di essere mia
e perché vuoi un uomo amico
non uno scudo
vicino a te
grazie che vai
per la tua strada
piena di sassi
come la mia
grazie perché
anche lontano
tendo la mano
e trovo la tua
Io come te
vivo confusa
favole rosa
non chiedo più
grazie perché
mi hai fatto sentire
che posso anch’io volare
senza di te
Io mi riposo
dentro i tuoi occhi
Io coi tuoi occhi
vedo di più
Grazie perché
anche lontano
tendo la mano
e trovo la tua
Con te ogni volta
è la prima volta
non ho paura vicino a te
Grazie perché
non siamo soli
non siamo soli
Grazie perché
Vivere ancora
Non fa paura
Solo con te
Grazie perché
anche lontano
tendo la mano
e trovo la tua
tendo la mano
e tu ci sei !
G.Morandi
Il finale non poteva essere che questo, siamo tutti un pò Cesare.
Mi chiamo Valeria e volevo dirti grazie!
… una lacuna imperdonabile.
Come l’essere di ogni giorno che si vive da morti o troppo in fretta, schivo ai particolari che possono cambiare una giornata se non la vita. Spesso si ha la sensazione che qualcosa manchi, che le nostre relazioni siano un insieme di visioni prive di filo logico perchè ciò che manca è l’interazione con se stessi e con l’altro, l’ascolto, è solo da questo che la trama del quotidiano ha senso e prende forma. Siamo distratti e non sempre c’è una seconda occasione per ricominciare, per dire le cose non dette, per mille motivi, che bloccano la nostra piena espressività, il nostro essere uomini. In fondo basta poco per dare colore alla vita, una mano tesa, un abbraccio, un sorriso, un bacio, un “ti voglio bene”, una telefonata imprevista, … un grazie, per dare senso al nostro romanzo. A volte abbiamo bisogno di un amico o di un’opera letteraria per accorgerci che ci sono parole cancellate dal nostro vocabolario, finite in un angolo polveroso e remoto della nostra testa capaci di sciogliere ogni nodo e colmare ogni lacuna.
Grazie Fabrizio, perchè ancora una volta condividendo una parte di te ci hai dato un po’ di calore, in questo inverno di sentimenti e di parole.
Sm
p.s.: e da domani? si ricomincia, o erro?
“Credo nella folgorazione che si chiama incontro…”
F.Centofanti (In cosa credo)
“la ragazza dai capelli rossi, Simone Vangelis, Brice Cento, sopravvivono a condizione d’insinuarsi nelle notti di chi legge”
SALVATORE DI GIACOMO
Pianefforte ‘e notte
Nu pianefforte ‘e notte
sona luntanamente,
e ‘a museca se sente
pe ll’aria suspirà.
È ll’una: dorme ‘o vico
ncopp’ a nonna nonna
‘e nu mutivo antico
‘e tanto tiempo fa.
Dio, quanta stelle ‘n cielo!
Che luna! e c’aria doce!
Quanto na della voce
vurria sentì cantà!
Ma sulitario e lento
more ‘o mutivo antico;
se fa cchiù cupo ‘o vico
dint’a ll’oscurità..
Ll’anema mia surtanto
rummane a sta fenesta.
Aspetta ancora. E resta,
ncantannese, a pensà.
Traduzione:
Un pianoforte di notte
suona lontanamente
e una musica si sente
per l’aria sospirar.
E’ l’una: dorme il vico
su questa ninna nanna
di un motivo antico
di tanto tempo fà.
Dio,quante stelle in cielo!
Che luna! Che aria dolce!
Quanto una bella voce
vorrei sentir cantar.
Ma solitario e lento
muore il motivo antico;
si fa più cupo il vico
nell’oscurità.
L’anima mia soltanto
rimane a questa finestra.
Indugia ancora. E resta,
incantandosi,a pensar.
“- Come ti chiami? Siamo quasi amici e ancora non lo so.”
Il paradiso non è più lontano
della camera accanto –
se in quella camera
un amico attende
felicità o rovina.
Che forza c’è nell’anima
che riesce a sopportare
l’accento di un passo che si appressa –
una porta che si apre.
Emily Dickinson
Capita, a volte, di sentirsi imprigionati, inchiodati a schemi fissi da cui pare impossibile sottrarsi: siamo tutti potenziali Cesare, fino a quando non incontriamo qualcuno capace di toccarci il cuore, e farci di nuovo amare la vita, in libertà.
“Ci sono momenti, nella vita, in cui devi decidere se vale la pena continuare.”
Che cosa si può dire a una persona che si esprime così?
GBG
Anche io conosco un Cosimo, le cui parole hanno il potere di scuotere dal torpore…
e anche io vorrei dirgli, con tutto il cuore, GRAZIE!
vi ringrazio!
il bello è che domani ne comincia un altro.
Caro Fabry, mi sembra molto azzeccato quel che ha scritto Stella Maria, che condivido al “ciento ppe’ciento” e -tuttavia – da un punto di vista squisitamente letterario una ridda di autori s’affollano nella mia mente ( che si nutre – come te ,del resto – di tali associazioni d’idee), e mi vengono in mente tutti insieme Calvino Borges e Pirandello,Eugenio Barba e – chissà perchè – anche un pizzico di Conrad e Woody Allen che vanno a braccetto. E allora eccoli rincorrersi l’uomo dal fiore in bocca, i sei personaggi, il Cristo dalla barba nera d’ebreo, il capitano Marlowe e Lord Jim, il lettore calviniano , o lo spettatore del teatro etnico di Barba , che può cambiare la storia e l’esito finale in qualsiasi momento della vicenda che si sta raccontando o vivendo nella fiction, insomma l’uomo , quest’animale così straordinariamente complesso e complicato e tuttavia alla ricerca della cosa più semplice e naturale, un grazie, e magari , perchè no?, un sorriso.
Un abbraccio forte.
Augusto
bello essere capiti così, carissimo Augusto, fratello.
grazie.
fabry
“Una mano ignota gli ha scritto nel cuore per cercare un bandolo, ritrovare il filo che lega le parole, che tiene insieme, miracolosamente, vita e morte”
Molto bella, una mano ignota che fa comprendere che la bellezza della vita viene riservata in nostro cuore.
Un abbraccio!
“Volevo dirti grazie.”
In queste tre parole c’è tutto un mondo, pertanto basta così, non c’è bisogno di aggiungere altro.
Barbara
grazie Rashide.
Barbara ci hai preso anche stavolta.
adesso non resta e non manca più nulla.
grazie.
un abbraccio.
“Grazie”, una bella parola da riscoprire
“Grazie”, per dire all’altro quanto è importante per te
“Grazie”, per esprimere con umiltà quanto abbiamo bisogno del prossimo
“Grazie”, perché nulla è dovuto o scontato
A te, don, per averci regalato una bella pagina al giorno, di sogni/vita….
grazie a voi: il lettore ha (quasi) sempre ragione.