Croce del Sud

Parcheggiarono in piena mattinata sullo sterrato che correva alle spalle della baia. La spiaggia cominciava poco più sotto, dove gli arbusti andavano diradandosi fino a sparire e la costa si apriva come una bocca spaventata sull’orizzonte.
Le portiere si aprirono e uscirono prima due ragazzi da quelle anteriori, poi la ragazza, un attimo dopo, da quella posteriore. Indossavano tutti e tre magliette estive e calzoncini da mare. Avevano la pelle abbronzata, gli sguardi nascosti dietro grossi occhiali da sole. Nessuno di loro parlava. Scesero dall’auto e camminarono fin sull’orlo dello sterrato, e una volta raggiunti gli ultimi arbusti si fermarono a fissare l’oceano.
“Cosa vi avevo detto?” chiese allora uno dei due ragazzi.
L’altro fece un cenno d’assenso. Pareva stesse cercando qualcosa di cui non conosceva l’ubicazione. Continuava a scivolare con lo sguardo da sinistra verso destra e poi viceversa, da destra a sinistra, come in attesa di un’apparizione. Lo aveva fatto dal giorno in cui erano partiti. Era passato da uno scenario a un altro, da un sentimento all’opposto, da un pensiero al successivo, da una possibilità a un dato di fatto senza riuscire a trovare in nulla un appiglio sicuro. Qualcosa di cui poter dire di questo almeno ne sono certo.
“Andiamo, dai.”
Sentì una mano battergli sulla spalla, e quando si voltò vide che gli altri due stavano tornando verso la macchina. Allora diede un’ultima occhiata all’ondulata mobilità dell’oceano e li raggiunse.
Cominciarono lentamente a slacciare le tavole da surf dal tetto dell’auto. La ragazza raccolse una grossa borsa e una pila di asciugamani dal bagagliaio. Si sistemò uno zaino sulle spalle e schiacciò gli occhiali scuri sull’attaccatura del naso. Osservò i ragazzi mentre posavano le tavole sullo sterrato e riponevano le cinghie sui sedili di dietro, e intanto si mise a considerare come ogni cosa stesse divenendo osinatamente naturale. Anche il senso di precarietà. Anche lo sfumare degli interrogativi.
Tre settimane prima, seduta in un bar della Galleria, una delle sue migliori amiche aveva portato alle labbra un bicchiere di spritz e un attimo prima di dare un sorso aveva detto “lascio Marco.”
“Come?”
“Lascio Marco.”
“Cosa?”
“Io e Marco abbiamo deciso di lasciarci” aveva ripetuto appoggiando il bicchiere sul tavolo e sfilando una sigaretta dal pacchetto. “Prendine una anche tu che ne hai bisogno.”
Lei aveva scosso la testa. “Ho smesso.”
“Lo so che hai smesso, mica ti sto dicendo di ricominciare, un paio al giorno vanno bene lo dicono anche i dottori.”
“No” aveva ribadito lei, “davvero.” Aveva aspettato che l’altra si accendesse la sigaretta e cominciasse ad aspirare, poi aveva aggiunto “allora?”
“Allora le cose non funzionavano già da un po’. Mi dirai ‘ma come, Chiara e Marco, la coppia che non scoppia dai tempi dell’Università, che si lasciano?’” Si era messa a rigirare la sigaretta sul bordo del posacenere. Continuava a batterci sopra con l’indice e a ruotarla sugli angoli per far cadere più velocemente il tabacco consumato. “Proprio noi, ci lasciamo.”
“E i bambini?”
“Francesco comincia quest’anno il nido. La scuola di Martina è vicina. In qualche maniera faremo.”
“Non capisco” aveva ripreso lei.
“Non c’è niente da capire Sara, le cose non andavano, tutto qua. Eravamo diventati come amici, era come essere due coinquilini. Non potevamo andare avanti così per il resto della nostra vita no? Ne abbiamo parlato e siamo giunti alla conclusione che era meglio separarci, siamo ancora giovani in fondo. A letto non ci andavamo più da tempo d’altronde. A scopare, intendo” aveva detto portandosi la sigaretta alle labbra e continuando a dare ampie boccate mentre osservava la folla in Galleria. “Francesco è arrivato praticamente per caso, l’abbiamo fatto una sera dopo mesi che neppure ci sfioravamo, e mi sono ritrovata incinta, ma tu dimmi… All’inizio abbiamo pensato che fosse una cosa buona, che ci avrebbe aiutato” aveva dato un altro sorso allo spritz, aveva spento la cicca, “ma un figlio certi problemi non li risolve mica…”
Lei si era voltata verso l’entrata del bar. Il pensiero di una sigaretta a comparirle con urgenza nella testa. Da settimane se ne teneva faticosamente a distanza.
“Hai conosciuto qualcun’altro?” aveva domandato stupendosi di quanto stava chiedendo.
Un sorriso. Una scia luminosa nell’iride scuro dell’amica. “Qualcuno che mi ronza attorno c’è. Andiamo nella stessa palestra, ma è tutto ancora molto prematuro. E poi non c’entra nulla con quello che è successo tra me e Marco” aveva fatto un cenno alla cameriera, “un altro spritz per piacere,” e indicando con disappunto il bicchiere ancora pieno di Sara aveva aggiunto “e anche un altro bianco.”
Aveva atteso che i loro drink comparissero sul tavolo. “Tu e Luca invece” aveva chiesto poi, “cosa vi aspettate di capire da questa vacanza?”

Sara ci stava ripensando in quel momento al pomeriggio in Galleria. Era la seconda volta che lo faceva dopo Nimbin.
Guardava Chris e Luca remare verso il largo e intanto rifletteva sul fatto che malgrado sentisse qualcosa cambiare – qualcosa aveva iniziato a muoversi attorno e dentro di lei – ancora non era in grado di rispondere a quella domanda. Non senza aver prima risolto la questione ad essa precedente. Ovvero: “e tu? Tu cosa di aspetti di capire?”
Io intanto ho ricominciato a fumare si sentì dire a mezza voce, come se si fosse d’improvviso ritrovata di nuovo al bar davanti a Chiara.
Aveva deciso che sarebbe stato solamente per la durata di quel viaggio, e solamente in situazioni particolari, una sorta di ‘pausa’ prima di smettere una volta per tutte. Una specie di ritorno al passato, qualcosa con cui provare a rimettere in moto la propria vita.
Fuori Luca stava per prendere la sua prima onda. Chris aveva appena finito di surfare la sua seconda. Lei si distese sull’asciugamano osservandosi sopra la spalla nel farlo, e scoprendosi improvvisamente leggera, nella calura priva d’afa e di rancore della giornata, allungò la mano verso il pacchetto di Philip Morris che teneva in borsa.

Quando Chris uscì dall’acqua, era da poco passata l’ora di pranzo. Risalì il bagnoasciuga, sistemò la tavola da surf tra i fili d’erba che crescevano su una delle dune e si andò a sedere di fianco a loro.
“Dobbiamo aspettare che la marea ricominci a salire” disse indossando gli occhiali da sole “e diventerà un pomeriggio memorabile.”
Il point al largo era quasi deserto – la qualità delle onde era rimasta costante per tutta la mattinata – e la spiaggia, all’inizio piuttosto affollata, si era andata costantemente svuotando.
“È già memorabile” disse lei. Si appoggiò ai gomiti tirandosi su dall’asciugamano e inclinò la testa all’indietro. I capelli nella brezza. “Non ci posso credere che siamo praticamente soli.”
“Questi posti sono sempre poco frequentati” disse Chris. Prese una rivista dallo zaino e la posò sull’asciugamano, ma senza dare l’impressione di volersi decidere a sfogliarla. C’era qualcosa che pareva tormentarlo. “Oggi soprattutto” aggiunse. Si guardò attorno, come a sincerarsi di quello che stavano dicendo. “In acqua ho sentito alcuni surfisti dire che sono andati tutti a vedere la balena.”
Lei allora smise di dondolarsi con la testa nell’aria e per un momento parve indecisa su cosa ribattere. E Luca, che le era sdraiato accanto e che fino a quel momento sembrava stesse dormendo, si sollevò a sua volta sugli avambracci. In ascolto.
“Quale balena?”, chiesero all’unisono.
L’altro inizialmente non rispose, come sorpreso dalla domanda. Si era finalmente deciso ad aprire la rivista e stava guardando l’immagine di un’onda gigantesca alla base della quale si riconosceva la silhouette di un uomo su una tavola da surf. La didascalia sopra l’immagine diceva DA QUALCHE PARTE NEL PACIFICO.
“Ho sentito due tizi parlarne in mare” riprese volgendosi verso la ragazza, e facendo un cenno con la testa all’amico “giusto dopo che sei uscito dall’acqua tu.” Raddrizzò il busto. Le braccia distese sulle ginocchia piegate. E indicò il promontorio alla loro sinistra. “A un paio di chilometri da qui, la prima baia che si incontra guidando verso sud, cinque minuti in macchina. Ricordi dove ti ho portato a fare surf ieri mattina?”, chiese. Lui annuì. “La spiaggia non è un granché” continuò voltandosi nuovamente verso Sara “ma le onde…”
Tacque un istante.
“Quindi?” domandò la ragazza.
“Una balena è finita sugli scogli e sta morendo.”
“O mio dio. Stai scherzando?”, chiese lei di nuovo.
“No. È successo alcune ore fa. È per questo che non c’è più nessuno.”
Teneva la rivista aperta sulla pagina della fotografia e intanto si era messo a passare le dita sull’articolo sottostante, ma continuando a dare l’impressione di non essere interessato a leggere.
“Allora dobbiamo muoverci anche noi” intervenne Luca mettendosi a sedere.
“Non c’è più nulla che possiamo fare.”
“Qualcosa ci deve essere” insistette quello.
Chris scosse la testa. Smise di guardare la rivista. “Quando una balena finisce sulle rocce non c’è via d’uscita. La marea ricomincerà a crescere in serata, ci vorranno ore prima che l’acqua la raggiunga di nuovo. E anche allora…”
“Si sarà ferita sbattendo sugli scogli” disse Sara, come a voler concludere la frase per lui. Una smorfia di dolore a spezzarle la voce – s’era d’improvviso rattristata, aveva tirato fuori dalla borsa il pacchetto di sigarette e si era messa a cercare con impazienza l’accendino.
“A quanto pare ha un brutto taglio sotto la pancia. O almeno così mi hanno riferito.”
“Qualcuno sa il motivo?” chiese lei.
“Vanno a spiaggiarsi anche in branchi alle volte. Come se cercassero il suicidio. Ma nessuno conosce la ragione. Sono anni che gli scienziati cercano di capirlo.”
Il ragazzo allora fece per alzarsi ma d’istinto rimase seduto. Si passò le dita lungo le braccia come se avesse d’improvviso sentito freddo, poi scosse la testa. “Dobbiamo comunque andare.”
“C’è già pieno di gente.”
“Vorrà dire che saremo tre persone in più a dare una mano.”
“Tre persone in più a vederla morire intendi” disse Sara accendendosi finalmente la sigaretta. Aspirava e soffiava il fumo con impazienza. Più per calmarsi che per piacere.
“Una balena, cristo di un dio” ricominciò allora il ragazzo. Si voltò verso di loro e disse “ma non capite? C’è una balena arenata qui dietro. Centinaia di persone a cercare di salvarla… E noi? Cosa ci stiamo facendo ancora qua?”
Gli altri due all’inizio non risposero. Lasciarono che la domanda raggiungesse lo sterrato alle loro spalle e sparisse dietro la polvere di una jeep di passaggio.
“Se non può essere salvata, allora andarci non cambia un bel niente” disse infine lei. “Ha ragione Chris.” Ripulì il bordo dell’asciugamano da uno strato di sabbia che gli si era depositato sopra e si portò le gambe al petto. Restò col mento appoggiato sulle ginocchia per alcuni secondi poi “amore,” riprese voltandosi verso il ragazzo, “io non so se ce la faccio ad andare ad assistere a una cosa del genere.”
“Il punto” intervenne Chris, “è che una volta là non potremo fare altro che guardare. Forse la decisione migliore che possiamo prendere al momento è quella di lasciarla in pace, ci sono già abbastanza persone.”
“La penso anch’io così” disse la ragazza mettendo le parole con attenzione l’una di fianco all’altra. “Solo a pensarci” aggiunse, “mi viene da piangere.”
“Nient’altro che guardare” ripeté Chris. Aveva voltato la pagina della rivista. La brezza faceva vibrare gli angoli della carta come corpi d’insetti. Stava osservando la foto di un uomo con una tavola da surf sotto il braccio, accanto a una didascalia che diceva DANCING NAKED IN THE MIND FIELD.
Lei spense la sigaretta e mise il mozzicone nel sacchetto della spazzatura. Nessuno aggiunse nulla.
Il ragazzo allora cercò di visualizzare la scena: la balena moribonda sulle rocce, centinaia di sguardi a osservarla, secchi a spargere acqua sulla pelle disidratata, il sole alto, senza scampo. La tremenda bellezza della giornata a premere come una mano incandescente sulle teste di tutti i presenti.
E poi macchine fotografiche, macchine fotografiche e videocamere ovunque.
“Se per te è davvero così importante” riprese lei dopo un lungo momento, “allora andiamo.” Gli aveva appoggiato una mano sulle spalle. “Ma non per fare fotografie” aggiunse. “Non voglio andare là per fotografare una cosa così bella mentre muore.”
Il ragazzo continuò a non ribattere nulla. Si mise a fissare le smagliature del cielo sopra il ciglio dell’oceano. “Nessuno ha mai detto niente del genere” mormorò poi. Ma sapeva, dicendolo, che il pensiero di ‘fare fotografie’ aveva attraversato la sua mente dal primo istante in cui gli era stato detto della balena.

Erano andati in Australia in vacanza. Una pausa di riflessione. Un tentativo di rimettere a fuoco le cose. Di capire quello che veramente volevano l’uno dall’altra e da se stessi. Non si erano sposati ma avrebbero potuto farlo, non avevano avuto figli ma avrebbero potuto averne. Convivevano, ecco. Questo era quello che rispondevano a chi glielo domandava. Per scelta naturalmente.
Avevano trascorso la loro prima notte a Sydney, affacciati al balcone dell’hotel coi calici di champagne pieni e la sterminata luminosità dei grattacieli attorno.
Nei giorni seguenti erano andati all’Opera House a vedere la ‘Bohème’, avevano visitato il Museo di Storia Naturale, avevano cenato nei ristoranti del Darling Harbour, e il fine settimana, mentre giravano con due hot dog in mano tra le bancherelle e i pezzi d’artigianato nel mercatino di Pannington, erano rimasti per un lungo istante in silenzio l’uno di fianco all’altra davanti all’annuncio AFFITTASI appeso al cancelletto d’entrata di una casa con ampie finestre vittoriane.
Al Museo di Storia Naturale avevano vagato tra gli scheletri di strani abitanti degli oceani, frammenti di rocce millenarie, creature imbalsamate di cui nulla sapevano e video istallazioni sulle origini di quella parte di mondo. Poi si erano recati al Luna Park a osservare il battito del tramonto dal vertice della ruota panoramica.
La seconda settimana avevano affittato un’auto e si erano spinti verso nord. Avevano risalito la costa tra baie bianche e cittadine isolate fino ai margini della Gold Coast. Vicino a Byron Bay avevano fatto l’amore in spiaggia. Una ‘quinta’ sterminata di pappagalli a vegliare sugli alberi alle loro spalle. Lui aveva surfato in mezzo ai delfini, lei aveva trascorso le giornate facendo fotografie. Erano anni che non riprendeva in mano la sua vecchia Nikon. Aveva desiderato diventare fotografa professionista fin da ragazzina – una di quelle cose a cui si crede veramente in alcuni periodi della propria vita e con abbastanza intensità da convincersi che ogni cosa accadrà nell’esatta maniera in cui la si è immaginata. Finché ci si sveglia. La macchina fotografica in qualche cartone sotto il letto e un ricordo distante di cosa si stava sognando.
Chris lo avevano conosciuto diversi anni prima in un bar di Milano. E si erano da subito piaciuti. Come loro era uno spirito in cerca del suo posto – “a running soul” si era definito – giunto in Italia al seguito di una ragazza con cui le cose poi non avevano funzionato e dalla quale alla fine si era dovuto dolorosamente separare. Di ritorno in Australia, dopo anni passati in Lombardia a cercare una via impossibile alla felicità, aveva rilevato una piccola fattoria nella Sunshine Coast smettendo una volta per tutte di correre. “Anche se ho perso la mia anima gemella” aveva detto accogliendoli il mattino del loro arrivo, “ho finalmente trovato il luogo in cui voglio stare.”
E in quel luogo il ragazzo e la ragazza avevano passato gli ultimi quattro giorni. Tra spiagge di sabbia fine e interminabili notti in veranda, a bere birra e chiacchierare mentre i resti della cena si raffreddavano con lentezza dentro i loro piatti. “Questo posto è il paradiso” aveva detto il ragazzo allo scadere della seconda sera.
“Lo è” aveva risposto Chris.
“Dovremmo trasferirci anche noi a vivere qui” aveva continuato il ragazzo.
“Dovreste.”
“Dovremmo.”
“Dovreste.”
Il cane del vicino aveva abbaiato, la ragazza si era appisolata, una lepre era sbucata d’improvviso dalla siepe sul muro di cinta e aveva attraversato di gran lena il giardino.
“Da un’oscurità all’altra” aveva mormorato il ragazzo osservandola.

Alcuni giorni prima, mentre percorrevano la strada che conduceva alla fattoria di Chris, avevano deciso di fare una piccola deviazione per recarsi in un villaggio di nome Nimbin. Avevano letto sulla guida che Nimbin era un luogo sacro al mondo aborigeno, e che a partire dagli anni sessanta era diventato un simbolo della controcultura australiana, una sorta d’Amsterdam campagnola sorta quasi per errore a non molta distanza dalle più famose località turistiche.
Appena giunti si erano ritrovati in una lunga parata di furgoncini Volkswagen che attraversavano il centro tra due ali di folla osannante.
C’era un continuo riverbero di musica e clacson provenienti dalla strada e dai bar, e cartelli che inneggiavano alla liberalizzazione della cannabis. Luca aveva iniziato a sua volta a suonare il clacson della loro macchina. “Avanti” aveva detto guardando Sara, “siamo in vacanza, proviamo a calarci in questo circo.”
Allora Sara si era sporta dal finestrino per salutare la gente accalcata sui marciapiedi, e mentre lo faceva aveva avvertito qualcosa, una sorta di nocciolo più duro di tutti gli altri, sciogliersi dall’attaccatura dello stomaco e divenire euforia.
Si erano accampati fuori dal centro, senza smettere di ridere al pensiero di quello che avevano appena visto e continuando a domandarsi cosa avrebbero detto i loro amici se avessero saputo dove si trovavano in quel momento.
Poi erano tornati al villaggio, avevano scelto un bar, erano entrati, avevano deciso di comprare due coca-cole ghiacciate e uno spinello. Calarsi nel circo aveva detto Luca.
All’inizio si erano sentiti bene. O almeno questo gli era parso. Pian piano però qualcosa aveva cominciato a cambiare, prima impercettibilmente, e via via in maniera sempre più irreversibile. Avevano abbandonato lo spinello a metà e si erano attaccati alle cannucce della coca cola, rimanendo a lungo così. A guardarsi attorno. Senza rivolgersi parola.
Finché Sara aveva detto che doveva andare al bagno e si era mossa tra la folla verso la toilette. Ma una volta raggiunta la porta aveva desiderato con tutta se stessa d’essere altrove. Le erano tornate alla memoria le parole di Chiara: forse avevano avuto ragione loro, ‘la coppia che non scoppia dai tempi dell’università’, forse occorreva davvero stare insieme per anni, occorreva davvero convivere, sposarsi, fare un figlio, farne un secondo, per riuscire ad accettare l’idea del proprio fallimento.
E di ritorno al tavolo aveva scoperto che Luca non c’era più. Si era messa a cercarlo, e facendolo aveva notato un ragazzo più giovane di lei, dal fisico longilineo e dagli occhi gentili, che in piedi al bancone del bar continuava a fissarla e a sorriderle.
Aveva ritrovato Luca un attimo dopo, appoggiato allo stipite della porta del locale, faccia rivolta verso la strada. A osservare un uomo dipinto di bianco e col corpo seminudo che suonava un didgeridoo sui bordi del marciapiede.
“Potevi almeno aspettarmi al tavolo” gli aveva detto dopo averlo raggiunto.
“Avevo bisogno d’aria.”
“Cosa facciamo?”
Lui aveva sollevato le spalle.
Non erano tanto le distanze che sentivano crescere giorno dopo giorno tra loro, quanto il fatto che continuavano a precipitarci in mezzo ognuno per proprio conto.
“Andiamocene via” le aveva risposto lui infine.
Poi, avviandosi verso la tenda, aveva aggiunto “delle radici aborigene di questo posto è rimasto solo un tizio su un marciapiede e una manciata di turisti a camminarci accanto.”
Sara non aveva detto nulla. Il sorriso del ragazzo al bar ad attraversarle per un istante i pensieri.

“Te l’avevo detto che sarebbe diventato un pomeriggio memorabile” cominciò a dire Chris dirigendosi verso la duna sulla quale poche ore prima aveva appoggiato la tavola da surf.
Luca lo stava seguendo. Il mattino dopo, all’alba, lui e Sara si sarebbero recati sulla Grande Barriera Corallina per due giorni di snorkeling prima di rientrare definitivamente in Italia.
E più le ore passavano più sentiva l’idea del ritorno spaventarlo.
“Quando la marea sale e il sole va giù” continuò Chris mettendosi a distribuire la paraffina sulla superficie della tavola “questo luogo diviene unico al mondo.”
Lui aspettò che l’altro finisse, poi si fece passare la cera e cominciò a sua volta a spalmarla.
“Vuoi sapere una cosa?” disse Chris. “Hai in mente la rivista di surf che stavo sfogliando prima? Quella con su scritto DA QUALCHE PARTE NEL PACIFICO
L’altro annuì.
Non è da qualche parte nel pacifico.”
Presero le tavole sotto il braccio e si avviarono verso il bagnoasciuga.
“Il tizio della foto lo conosco” continuò Chris, “andavamo a scuola insieme. Poi negli anni ci siamo persi di vista. Finché l’altro giorno stavo navigando in internet e per caso l’ho beccato. Guarda tu le coincidenze mi sono detto.”
Raggiunsero la riva e si legarono i laccetti delle tavole alle caviglie. Cominciarono a camminare con calma dentro l’acqua.
“Mi ha confessato che in realtà la foto è stata scattata nell’Oceano Indiano, poco fuori Perth, qui, in Australia. Sulla rivista hanno scritto ‘pacifico’ perché non vogliono che la gente sappia dove si trovi. Non vogliono che decine di persone cominciano di punto in bianco ad andare a Perth a fare avanti e indietro sulla costa. È un secret spot.”
L’altro teneva i bordi della tavola stretti tra le mani e intanto continuava a muoversi nella corrente. “Tipico” disse.
“Tipico, sì, però io mi sono domandato perché venirmelo a dire? Nel senso, se vuoi mantenere un luogo segreto non vai a rivelare dove si trova al primo che becchi in internet.”
L’acqua aveva raggiunto i loro fianchi, sentivano la schiuma divenire forte abbastanza da ricacciarli indietro.
“Poi l’ho capito. Ho capito che quell’onda non è neppure al largo di Perth, non è là come non era nel Pacifico. La verità è che ‘dove’ si trova non conta. Quello che davvero conta è che la gente continui a chiederselo.”
Si misero a remare con energia verso il largo, e più si allontanavano dalla costa più le onde crescevano in intensità.
“Finché cominci a chiederti se un luogo del genere davvero esiste” urlò Chris sopra il frastuono crescente dell’oceano. “E magari quando credi di averlo trovato arriva qualcuno che te ne fa vedere un altro; distanziamoci un po’ adesso” disse facendogli un cenno con la mano, “meglio non stare troppo vicini.”
Avevano quasi raggiunto il point.
“E allora mi viene da pensare che forse è proprio così,” gridò prima di deviare con fare deciso verso sinistra, “ovunque tu sia, la vita è sempre da qualche altra parte.”
Finirono di remare verso il point senza aggiungere più nulla. E una volta arrivati al largo si voltarono indietro e videro che la ragazza era distantissima, immobile, sulla riva, ad osservarli. Teneva una mano sollevata sulla fronte per proteggersi dalla luce del tramonto e stringeva nell’altra la macchina fotografica.
Quella sera, mentre lentamente bevevano birra sotto l’occhio silenzioso della Croce del Sud, Chris si mise a raccontare della volta in cui sulla Barriera Corallina si era allontanato dal gruppo con cui stava facendo un’immersione, ed era andato a sporgersi sul bordo esterno di uno strapiombo, un crepaccio oltre il quale non si riusciva a scorgere nulla tranne il buio senza fine degli abissi. Aveva guardato giù allora, aggrappato al corallo come al tendaggio di un pianeta sconosciuto, e nel silenzio pieno di vuoto, aveva visto un’ombra scura e affilata, più scura e affilata del fondo dal quale stava emergendo, nuotare con decisione verso di lui e poi dissolversi nell’acqua.
“Così” disse soffiandosi tra le dita della mano e tacendo.
La ragazza si strinse al petto del ragazzo e Chris si mise a ridere. “Vado a prendere un altro paio di birre” disse alzandosi. E passando loro di fianco strizzò l’occhio e bisbigliò “questa è la maniera in cui sull’oceano ci facciamo abbracciare più forte dalle donne.”Rise di nuovo e scomparve dentro casa. E per un po’ lo si poté udire mentre armeggiava rumorosamente intorno al frigorifero.
Il ragazzo e la ragazza rimasero sull’amaca l’uno accanto all’altra senza guardarsi, in ascolto. Un ripieno di grilli e fruscii a scarrocciare d’improvviso loro addosso.
“Non riesco più a togliermela dalla testa” mormorò lei a quel punto. Prese un respiro che pareva non finire e domandò “ci stai pensando anche te?”
Alcune ore prima, mentre al largo prendevano le ultime onde della giornata, Chris aveva chiesto a un surfista appena entrato in acqua se sapeva qualcosa della balena.
“È ancora là” aveva risposto quello, “in agonia. Un team di veterinari sta arrivando apposta da Brisbane per farle un’iniezione e ucciderla. Verrà tagliata in tre parti. La trasporteranno a Sydney per essere studiata. Finirà esposta da qualche parte.”
Il ragazzo non era riuscito a fare a meno di pensare che se mai un giorno fossero tornati anche loro a Sydney allora l’avrebbero potuta finalmente vedere, lucida e imbalsamata, a pendere come una zucca dal soffitto di qualche sala del Museo di Storia Naturale.
Quell’immagine gli era affondata nella mente e da lì non si era più mossa. Ovunque guardasse, di qualunque cosa provasse a ragionare, continuava a ritrovarsela ogni volta davanti.
“Stai pensando alla balena anche tu?” chiese di nuovo la ragazza mentre Chris riappariva sulla veranda con tre birre in mano.
“No” rispose lui mentendo.

2 pensieri su “Croce del Sud

  1. paolocacciolati

    Quoto la short version, scrittura calibrata, anche con quell’ottima ripetizione iniziale, costante…costantemente, che un editor coglione potrebbe cassarti.

    OT: hai qualche autore di lingua inglese da suggerirmi non tradotto in Italia e che reputi forte? mi son rotto le palle che qualcuno decida per me chi posso o non posso leggere, tra gli autori stranieri…perlomeno anglofoni.

    ciao

    paolo

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *