[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=xKD6ayxB8qE]
da qui
Si cominciò dalla riforma della liturgia, pensando di affrontare un tema meno problematico.
Paramenti e paraventi, altari e altarini, camici, calici e salici piangenti, profferte e offertori, canti e manti, organo (del partito comunista?).
E invece esplosero le polemiche più dure, le fazioni opposte dichiararono guerra e guerra fu.
Monache e tonache, chierichetti e mortaretti, alcove e baldacchini, finestroni e minestroni, cupole e padrini, ceri e neri, pala e mala.
Se ne sarebbe mai venuti a capo? Dovettero pregare per interventi brevi – forse prendevano tempo, cercavano di sfiancare l’avversario con lungaggini verbali?
Tonsure e censure, tabernacoli e vernacoli, fiori frutti e città, elevazioni e perversioni, manutergi e manutengoli, ginocchi e finocchi, tombe e bombe.
Si sarebbero potuti intaccare secoli e secoli di gesti, formule, abitudini? Il rito non dovrebbe restare sempre uguale per essere riconosciuto dall’inconscio, per permettere l’accesso alla sfera del mistero?
Opus Dei e opus latericium, nicchia e picchia, incenso e melenso, omerale e omerico, coro e moro, chitarra e scimitarra, carestia e eucaristia.
Conservare il latino? Passare alle lingue nazionali? Era più giusto che il popolo capisse o si stupisse?
Preferisci una Chiesa irrigidita nella forza di celebrazioni immutabili, dove sai che l’io si perderà per ritrovarsi a un livello superiore o una Chiesa che si offre nella povertà dei mezzi e si rende accessibile anche ai disperati, ai maledetti della terra?
Difendere il passato perinde ac cadaver per il solo fatto che è il passato o credere che l’oggi è sempre nuovo, una sorpresa che sbilancia, uno sguardo su versanti inediti perché nessun giorno è come l’altro?
Bisogna tener duro, servirsi dei baluardi della tradizione o cedere alle mode del momento, per cui si finirebbe coll’officiare con lo scolapasta sulla testa e il matterello in mano?
Godersi il mistero nelle atmosfere rarefatte di basiliche grondanti d’oro o spiegare parola per parola, gesto per gesto il senso di funzioni cui partecipi e di cui non comprendi quasi nulla?
Ammettere, accogliere, introdurre o lasciare che la gente si occupi di devozioni personali nel mezzo di culti inafferrabili?
Mi viene in mente che tra religiosi hanno sempre litigato, persino a Qumran, tra le rocce battute dal sole, si accusavano di tradimenti ed eresie; dove c’è lo spirito, il carisma, c’è anche la rissa e la separazione, l’anatema e il giudizio.
La liturgia non è la cattedra privilegiata per far passare i contenuti della fede? Non bisogna, quindi, comunicare con la massima chiarezza? Eppure, perdendo il senso del mistero, non si finisce col perdere Dio stesso?
L’altopiano è un volto che ti scruta, sembra dire qualcosa, parlare di giustizia, non di quella venduta nei tribunali umani, una giustizia nascosta nell’arco in pietra grezza, nella terra appena bagnata dalla pioggia, nello spicchio di cielo oltre il quale si spalanca l’universo.
Cosa ha fatto Gesù? E’ questa la domanda che bisogna porsi.
Una giustizia nascosta nel cespuglio addossato alla parete di pietra, nello squarcio che si apre tra porta e porta – una soglia non ti fa pensare alla speranza, a un’altra chance, la vita non è passare da una stanza all’altra? Aspettarsi l’incontro decisivo?
Gesù non si è fatto capire dal pubblicano e dall’adultera, dal lebbroso e dal cieco? Non si è espresso a gesti con il sordomuto? Mi chiedo, però, se Cristo preferisca lo strumento del dialogo o ci strappi dalla tomba con il grido di Betania, il giorno della risurrezione di Eleazar.

Credo fortemente a quella mano che penetra nel buio della propria tomba e grida forte: El azar!! Una mano forte che non ha titubanze e a cui afferrarsi sempre come all’ultimo bacio che la vita promette.
http://www.youtube.com/watch?v=I4b_sfWDIt0
Liturgia da lèitos/làitos=pubblico e ergìa, èrgon/ergàzomai=opero, faccio; perciò è liturgia ogni servizio reso al popolo.
Dovrebbe essere un servizio reso al popolo di Dio, ma se il popolo di Dio non capisce i gesti e il simbolo che essi offrono a che servono chierichetti, merletti e mortaretti?
IAllora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.
Non è questa la liturgia in cui il servizio al popolo di Dio si fa servizio al Dio di carne e sangue? Non è questa la vera eucarestia?
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=xZEO1Lug25s&feature=related]
Abbiamo bisogno di semplicità ed umiltà, per capire, per essere capiti, per gustare ed apprezzare; di forza e di dolcezza, di positività, per fare tesoro del passato, mantenendo la capacità di rinnovarsi e tendere positivamente e costruttivamente al futuro; abbiamo bisogno di “ammettere, accogliere, introdurre” per trovare “Dio stesso”.
Abbiamo bisogno del dialogo per “comunicare con la massima chiarezza”, ma a volte anche di essere strappati “dalla tomba con il grido di Betania”, per liberarci e risorgere proprio come Eleazar.
http://www.youtube.com/watch?v=DZlUGdQYtIU
“dove c’è lo spirito, il carisma, c’è anche la rissa e la separazione, l’anatema e il giudizio.”
Ma c’è anche la Via,la Verità,la Vita..ed è questo quello di cui abbiamo più bisogno,
di sentircelo dire con chiarezza,con semplicità,per avere una speranza,
un’altra “chanse”…per comprendere ed essere compresi.
http://www.youtube.com/watch?v=sALsNQNzK-k
“Si sarebbero potuti intaccare secoli e secoli di gesti, formule, abitudini?”
Non sono contraria per principio a gesti, formule e abitudini ma queste devono essere espressione di un sentire profondo, strumenti per esprimere l’amore…se tutto deve rimanere pura esteriorità allora è arrivato il momento di cambiare.
http://www.youtube.com/watch?v=PexNp1yjnZU&feature=related
Ci sono esperienze nella vita che ti fanno sentire come in trappola,dove pensi di non avere più una via d’uscita.Ma ,ecco che in distanza si intravede una luce,nello “squarcio che si apre tra porta e porta”,e ti accorgi che per te non è ancora finita ,perchè hai” un’altra chance”.Hai, infatti , la possibilità di ricominciare a vivere ,come una persona diversa da quella che eri prima: Hai imparato che altre sono le priorità della vita e che per questo non solo sei cambiata ,ma sei diventata più forte di prima.
vi ringrazio!
una liturgia che non diventa vita è una finzione.
“Una giustizia nascosta nel cespuglio addossato alla parete di pietra…”
La giustizia è sempre lì, nascosta, o meglio addossata ad una parete. E’ spesso piccola ed indifesa. Anche parlare alla gente in modo vero e non artefatto è giustizia in tutti i sensi, è rendere giustizia. Si, il cambiamento è giustizia, in particolar modo quel cambiamento, quell’andare verso la gente. Quel parlare finalmente chiaro, senza tonache che toccano per terra quasi come se il prete volasse e centimetri contati tra la fine della manica ed il polso. Si: il rito nuovo, cambiato, rende giustizia, la gente lo ama, certa gente si, se viene fatto capire, se viene spiegato con umiltà ed amore, con parole che parlano solo al cuore. Ecco, quasi a dire, quella giustizia sta lì, addossata ad una parete di pietra (sembra pietra antica), tra una porta ed un’altra, è un passaggio, è un tramite, chi passa in quel punto non può non vedere; semmai può decidere d’ignorare, che è diverso, ma non può dire di non sapere dove sia quella giustizia. Quella giustizia messa in quel punto ci fa capire che le basi sottostanti il rito devono essere preservate (pena l’implosione), ma la parola dev’essere rinnovata, deve parlare una lingua nuova, a tratti meno comoda, ma più vera. Pochi tra quelli che stanno dietro l’altare ci riescono. Mi si riempiono gli occhi di lacrime quando capisco il senso di quelle parole, perchè la mia anima viene toccata e squarciata. Allora non vorrei che tutto ciò finisse mai. Una volta non era così per me. Ora lo è.
“Mi chiedo, però, se Cristo preferisca lo strumento del dialogo o ci strappi dalla tomba con il grido di Betania, il giorno della risurrezione di Eleazar”.
Cristo fa entrambe le cose, nè può preferire una modalità all’altra. Dialoga, dialoga dialoga senza sosta, basta ascoltarlo, è il più bel dialogo che si possa ascoltare, basta far entrare le parole e si verrà investiti dal soffio. Quando ci capita (e deve capitare spesso per stare bene! bisogna stare con le antenne dritte e l’animo predisposto), ci si sente umili e pieni d’amore. Ma poi può tranquillamente decidere di strapparti da una tomba di odio, di freddezza, di cecità, di rancore, di urla pazze, quando e come meglio crede. E se lo fa, è perchè è necessario. Allora se ti capita, ti senti un calore, un’ansia, e vedi tutto ciò che hai fatto. E capisci tutto. Grazie Signore di avermi finalmente strappato e sballottato senza darmi tregua: mi hai salvato, io stavo morendo.
Conoscere, capire, interpretare la Parola è fondamentale perché arrivi dritta al cuore, perché diventi azione concreta in un progetto di vita nel quale – come spiegavi ieri sera, don – non basta “non fare nienete di male”, ma è importante e necessario agire, adoperarsi per promuovere un messaggio di positività e di speranza del quale tutti, indistintamente, abbiamo bisogno
Ho sempre pensato che gli insegnamenti di Gesù,dovessero far parte della nostra vita,per poterli mettere in pratica.
Per dare vita alla Parola di Gesù, dovremmo vivere nella sua Parola,seguendo il suo esempio.
Certo,questa è una strada difficile da intraprendere,ma con un pò di buona volontà tutto questo potrebbe diventare possibile.
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L ‘assemblea che ascolta la Parola ha bisogno anche di gesti e ritualità. Anche Gesù nel suo tempo parlando alle folle sicuramente li usava, ma non dobbiamo ancorarci solo a questo. Il nostro cuore deve accogliere i Suoi insegnamenti e in modo consapevole metterli in pratica, adoperandocI con animo libero per risorgere a vita nuova.
Nell’Antico Testamento ci viene chiesto di ascoltare, Cristo viene per insegnarci ad amare e a muoverci verso l’altro. Credo che la giusta comprensione della Parola di Dio sia il libretto d’istruzione per aderire al comandamento dell’amore.
“Cosa ha fatto Gesù? E’ questa la domanda che bisogna porsi.
…Gesù non si è fatto capire dal pubblicano e dall’adultera, dal lebbroso e dal cieco? Non si è espresso a gesti con il sordomuto? Mi chiedo, però, se Cristo preferisca lo strumento del dialogo o ci strappi dalla tomba con il grido di Betania, il giorno della risurrezione di Eleazar.”
Don Fabrizio ci ha insegnato che Lazzaro/Eleazar deriva dall’ebraico El’azar che significa “Dio ha aiutato” o “colui che è assistito da Dio”.
il termine “lazzaro” è poi passato dal Medioevo – specie nella lingua spagnola – ad indicare una persona povera o disagiata (mi ricordo di aver letto al liceo le avvenure picaresche di “Lazarillo de Tormes”) e così molti furono i lazzari e le lazzarelle nell’Italia della dominazione spagnola….Ora siamo nell’epoca dei “lazzaroni”…ma questo è un altro discorso!
In ogni caso, è un nome che ci tocca da vicino, perché abbiamo tutti bisogno dell’aiuto di Dio, del suo grido: “Vieni fuori” che ci fa uscire dai nostri limiti angusti.
“Da solo non riesco a fare nulla, con te tutto è possibile” recita l’atto di fede scritto da don Mario Torregrossa (imprimatur del 27/05/1991 – in obbedienza alle prescrizioni). E così avviene, superando le omissioni ed andando oltre il “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” per realizzare l’invito: “Fa’ agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”.
“La liturgia non è la cattedra privilegiata per far passare i contenuti della fede? Non bisogna, quindi, comunicare con la massima chiarezza? Eppure, perdendo il senso del mistero, non si finisce col perdere Dio stesso?…
Si sarebbero potuti intaccare secoli e secoli di gesti, formule, abitudini? Il rito non dovrebbe restare sempre uguale per essere riconosciuto dall’inconscio, per permettere l’accesso alla sfera del mistero?
Conservare il latino? Passare alle lingue nazionali? Era più giusto che il popolo capisse o si stupisse?
Preferisci una Chiesa irrigidita nella forza di celebrazioni immutabili, dove sai che l’io si perderà per ritrovarsi a un livello superiore o una Chiesa che si offre nella povertà dei mezzi e si rende accessibile anche ai disperati, ai maledetti della terra?
Difendere il passato perinde ac cadaver per il solo fatto che è il passato o credere che l’oggi è sempre nuovo, una sorpresa che sbilancia, uno sguardo su versanti inediti perché nessun giorno è come l’altro?”
Quanti interrogativi…Ma lo Spirito soffia ed il Concilio Vaticano II diede risposte, nonostante le polemiche, le battaglie tra fazioni, i litigi tra religiosi – nemmeno si stesse ad una partita di calcio – e si capì il senso della collegialità, si lasciò aperta anche la possibilità del dialogo ecumenico, con nuove traduzioni concordate della Bibbia, rilanciata da Giovanni XXIII come il Libro per eccellenza.
Il 3 giugno 1963, però, era dietro l’angolo e Roncalli non vide la fine dei lavori conciliari; sarà Montini (Paolo VI) a tirarne le conclusioni.
vi ringrazio.
ognuno può testimoniare la sua risurrezione: anche questo è liturgia, un popolo che canta la rinascita possibile.
Ricordo che, finché mia sorella ed io non ci siamo sposate, i miei ci mandavano tutte le domeniche a Messa. Era una tradizione? Un obbligo? Noi non ci siamo mai rifiutate. Mio fratello invece poteva fare quel che voleva. Erano cinquanta anni fa: la Messa in latino, il sacerdote che ci voltava le spalle come se quello che faceva, le parole che dicesa fossero un segreto tra lui e Dio. Noi eravamo solo spettatori distratti.
Anche le vecchiette che biascicavano le preghiere in latino senza sapere cosa stessero dicendo si sentirono tradite e le persone colte contestarono aspramente la nuova liturgia, il senso del mistero che dava una lingua alla maggior parte delle persone sconosciuta. Ancora oggi ne sentono la mancanza, anche se a Messa non ci vanno.
Ogni domenica io seguo le bellissime parole della liturgia come se le sentissi per la prima volta, il sacerdote é uno di noi che ha lo speciale carisma di trasmetterci l’amore di Dio, si rivolge a noi. Gesù é in mezzo a noi e prego che mi tenga sempre d’occhio, non mi lasci mai.
Il senso del mistero resta, la Fede é un mistero che nessuno può capire o spiegare.
Grazie, Marco Sic per averci trasmesso la tua personalissima esperienza, non tutti siamo capaci di farlo. Evidentemente hai aperto il tuo cuore a Dio, che non aspettava altro e finalmente hai visto, hai capito che stavi sbagliando.
L’importante é cercarlo, sentirlo sempre quel calore, per poter proseguire nella strada giusta senza tornare indietro.
Ti abbraccio roberta
Godersi il mistero nelle atmosfere rarefatte di basiliche grondanti d’oro
Ci sono cattedrali dove il respiro dei secoli di storia, l’emozione dell’affresco, del marmo, lo splendore di una cupola o la maestosità di una navata sono già di per sé suggestione.
Ma la fascinazione dell’atmosfera e dell’ opera d’arte sono qualcosa di diverso dal trasmettere il cuore di un messaggio che è un filo tra passato, presente e futuro, che è cibo e vita quotidiana per le persone.
Dove un gruppo di persone si raccoglie felicemente e prega mano nella mano c’è il cuore del messaggio, qualunque sia la chiesa, anche una luminosa, accogliente e semplice chiesa di periferia.
vi ringrazio!
cerchiamo di andare al cuore delle cose.
Duomo di Milano, giorno dell’Epifania 1965: per la prima volta si celebra la messa non in latino.
Al termine, c’è una maggioranza contenta della novità che rende più facile la comprensione da parte di tutti; per qualcuno, invece, la messa tradizionale in rito latino – fissato da Pio V nel 1570 – aveva più fascino, mentre così si è perso il senso del mistero.
Non è mai facile mettere tutti d’accordo, ma la ricchezza sta anche nella diversità di opinioni, se si instaura un dialogo civile.
Come disse Giovanni XXIII : “Noi preferiamo sempre sottolineare ciò che unisce gli uomini e fare con loro tutta la strada che può essere fatta, senza pregiudizio alle esigenze della giustizia e ai diritti della verità” (da un suo discorso del 26/06/1961)
Per i nostalgici di oggi, viceversa, è possibile tornare a celebrare in latino senza bisogno di permessi particolari.
Se questo serve a salvare anime e non a chiudersi in circoli elitari, non ci trovo nulla di male. Mi spiego: so di persone che – allontanatesi non dall’anelito di Dio ma dalla pratica religiosa per la personale difficoltà ad ambientarsi con la nuova liturgia peraltro animata da canti e musiche innovative – avrebbero trovato conforto in momento di bisogno, nella malattia ed in prossimità della morte – nell’aver potuto celebrare con il vecchio rito, grazie a sacerdoti illuminati nel capire la loro umana necessità.
Per motivi anagrafici ho conosciuto soltanto il rito attuale e mi ritengo fortunata doppiamente perché oltretutto faccio parte di una realtà guidata da un sacerdote illuminato ed animata da un contesto giovanile per cui la liturgia è sinonimo di gioia.
Ma il rischio delle “facce da domenica” e dell’ “uomo per il sabato” è in agguato ovunque e per tutti, quindi ognuno vegli sempre affinché nella propria vita ed in quella comunitaria prevalga il cuore di Dio sugli schemi umani fallaci e fallibili.