Nella prolissa lista dei miei mali la diplopia per il momento manca, eppure da sempre avverto in modo doloroso lo sforzo del cervello di ricomporre in una le due immagini che istante dopo istante gli pervengono.
Due?
Certo, due sono gli occhi, ma quelle immagini da mettere costantemente d’accordo a volte sembrano di più, molte di più. E a volte sembra che la molteplicità esterna non sia che il riflesso di quella interna, che tanto più emerge quanto più la mente si affanna a porre ordine. E allora la tentazione di lasciarsi andare a quegli stimoli alieni con nondimeno l’aria di vecchi amici diventa più forte; e non è detto che, inavvertitamente, non le si sia già ceduto da tempo. Da tutto il tempo.

e chissà che poi non si riveli una virtù, il cedervi con mansuetudine…
Buondì, caro Roberto!
C.
due immagini saranno meglio di una???!!!! no ?!
un carissimo saluto!
Ilaria
Cara Carla,
può darsi. Ma temo che siamo già troppo complicati noi per gestire una complicazione simile (vedi commento seguente).
Ciao,
Roberto
Cara Ilaria,
magari, anche perché ufficialmente hanno chiuso i manicomi. A noi (già doppi, tripli, … ennupli) mancano appositi dispositivi e l’olimpicità della mosca. Ma la mosca sarà poi davvero così olimpica come ci sembra quando si frega le zampe? (Vedi commento precedente.)
Ciao,
Roberto
-fallacia alia aliam trudit- recita terenzio.
-inanni- dice lui.
-stimoli alieni- dici tu
l’abbraccio di sempre.
il commento seguente al mio non è detto che sia migliore!
io la vedo dal mio punto di vista, che penso sia unico,
e so di per certo che due occhi sono meglio di uno.
😉
La molteplicità esterna è uno stimolo potente e la mente agile ne resta giocoforza coinvolta, lasciandosi invadere. Ne trarrà spunti e solleticazioni varie, a volte provando benessere altre volte fatica. Resta comunque il fatto che questi elementi si sedimentano in noi e a volte, forse, quelli esterni finiscono per danzare con quelli nostri. Allora può essere dolce mischiarli per crearne di nuovi. Oppure può semplicemente convenire lasciarli dilagare. E non è detto che questa seconda scelta non possa produrre frutti più ricchi della prima.
Cara Elisabetta,
poi non è sempre detto che siano inganni, ma è difficile scrollarci di dosso la diffidenza, che non manca di certo di buone ragioni.
Un abbraccio a te,
Roberto
Cara Carla,
“vedi commento seguente” e “precedente” si riferivano ai miei due commenti consecutivi, che si richiamavano a vicenda.
Ciao,
Roberto
Caro Marco,
noto nel tuo commento un brio al quale non è sempre facile essere pari, specialmente per me.
E’ comunque importante tenere conto di quanto dici e cercare di far scaturire atteggiamenti e comportamenti da una considerazione quanto più possibile comprensiva delle cose. In questo senso mi spingerei a parlare della dolcezza metaforica di certi naufragi, se non ne fossi trattenuto dall’amarezza di naufragi reali troppo recenti per essere ignorati.
Ciao,
Roberto
Caro Roberto, scusa se rispondo con un po’ di ritardo.
Non avevo alcun dubbio che avresti interpretato in modo corretto la mia risposta e te ne ringrazio, poiché, amo confessarti, ciò mi procura gioia. La sensibilità del tuo animo emerge chiara, cristallina, così come la tua capacità di espandere determinati stati esistenziali. E’ per questo che ti seguo.
Per il valore che ciò può avere, comprendo il concetto cui ti riferisci, della dolcezza di certi naufragi, e lo condivido. Comprendo anche, poiché serenamente ne fai cenno, la questione dei naufragi recenti e del chiaro dolore, naturale dolore, che essi possono aver prodotto. Ecco, apprezzo molto il tuo metterti in gioco, il tuo aprirti con due righe, il tuo criticare in modo costruttivo, il tuo fornire un punto di vista alternativo a chi vuole ascoltarti e soprattutto il tuo donare una parola, un pensiero, a coloro che desiderano seguirti.
Con affetto, Marco
Caro Marco,
anch’io ho dell’affetto per te, specie da quando so che parli come parli essendo giovane ma non giovanissimo e avendo dei figli da crescere.
Quanto a me ho finito le endorfine, e l’amico camionista che me ne porta settimanalmente un paio di damigiane mi ha telefonato tutto dispiaciuto dicendo che al momento ci sono dei problemi e non sa quando potrà tornare a rifornirmi come al solito.
Che fare? Non vedo alternativa al proseguire ognuno nella propria missione, reale o percepita che sia. Certo, il senso del destino non esclude (almeno non completamente) il buon senso, il senso dell’opportunità e delle proporzioni nel qui-ed-ora.
Ed è anche questo che rende tutto così complicato cioè umano.
Riabbraccio,
Roberto
Caro Roberto, leggo adesso, dopo che mi sono imposto una breve (e piacevole, aggiungo) pausa dal lavoro. Ti ringrazio per l’apprezzamento nei miei riguardi, di cui vado serenamente orgoglioso poiché è sincero ma soprattutto perché viene da te. Vi sono situazioni in cui l’età e i pensieri che si esprimono crescono di pari passo, altre in cui sono sfasati: conosco persone più giovani di me che mostrano una profondità rara e altre le quali, nonostante gli anni, non riescono a trovare la propria dimensione che dovrebbe, in maniera naturale, adattarsi con gentilezza agli anni trascorsi. Mi auguro che, insieme a mia moglie con cui ho lanciato le basi del nostro progetto ormai sedici anni fa già durante il periodo del fidanzamento, possa essere faro e guida per i nostri due figli, in questo periodo di frangenti strani e obliqui, impermeabili alle tante interpretazioni tradizionali di cui è permeata la nostra cultura. Per le endorfine, ahimè, forse ci sono poche alternative… o no? Il tuo amico camionista può far ben poco , stretto com’è nella morsa del caos, di cui certamente è vittima due volte: perché fa parte della categoria e perché adesso non può muoversi, mentre magari lo desidererebbe (per inciso, essendo il responsabile della logistica veicoli dell’azienda per cui lavoro, sto subendo anch’io questo problema, nel senso che non riesco a spedire le vetture nuove che i clienti acquistano in giro per il nostro bel paese, ai concessionari… ma questo è argomento che non ha diritto di asilo su questo blog!). L’alternativa di proseguire ognuno nella propria missione è l’unica vera, in effetti; concordo quindi oggettivamente con te. La capacità tutta nostra di calibrare “opportunità e proporzioni” fa parte anch’essa, al dunque, di questa missione, in una circolarità d’intenti che ben rappresenta l’aspetto complicato e umano del nostro vivere. A presto, il mio augurio è per una buona giornata. Marco
Caro Marco,
proprio perché ricordavo che sei il responsabile della logistica veicoli dell’azienda per cui lavori ho scritto ciò che ho scritto. Do importanza ai rapporti tra parole e fatti e persone. Ci sono stati luoghi e tempi in cui si credeva fermamente che la rettificazione dei nomi comportasse in modo automatico la rettificazione dell’esistente.
Buona giornata a te,
Roberto
Caro Roberto, amo leggerti. Sempre.
Serena notte a te!
Marco
Caro Marco,
la tua è una dichiarazione impegnativa, soprattutto per chi la riceve.
Grazie e buona giornata,
Roberto
Ciao Rorote. Uno, nessuno, centomila? Come dici più su, l’importante è che la percezione del centomila non ci riduca a essere nessuno. Certo che essere uno è faticoso! Pensa a quanti si omologano nel pensiero di centomila illudendosi di diventare “più che uno” e non si accorgono di alienarsi, di ridursi a meno di zero…
Caro Riccardo,
già: una bella fatica.
Ma appunto: una fatica “bella”.
In attesa d’incontrare quello giusto che dica: “??? ??? ??????, uno per me vale diecimila”.
Vanità anche questo forse, gusto della sfida per la sfida. O più semplicemente incapacità a concepire qualcosa di diverso, oppure orrore del lasciarsi andare. Ma forse c’è anche dell’altro, o almeno lo spero.
Grazie e ciao,
Roberto