
Molti, troppi maldicenti criticano la politica scolastica del governo. Scuole che crollano, lavoratori a cui si bloccano contratto e persino scatti d’anzianità, risorse inesistenti, classi-pollaio: forse è vero, ma le vere emergenze vengono affrontate! (Giovanna Lo Presti, Natale Alfonso)
“D’ora in poi sarà più difficile notare sportivi che rimangono in silenzio o persone che inseriscono parole a caso mentre suona l’inno di Mameli: impararlo a scuola è obbligatorio. Il Senato, infatti, tra le accese proteste della Lega, ha dato il via libera definitivo al ddl che prevede l’insegnamento dell’inno tra i banchi. La norma, che è passata con 208 voti a favore, 14 contrari e 2 astenuti, istituisce inoltre il 17 marzo giornata nazionale dell’Unità d’Italia, della Costituzione, dell’inno nazionale e della bandiera” (la Repubblica, 8 novembre 2012)
Inno di Mameli, tablet e manganello
di Donato Salzarulo
Soffermati sull’arida sponda (A. Manzoni, Marzo 1821)
1. – Nei cinque anni di scuola elementare non ricordo bene se il maestro ci abbia mai fatto cantare in coro l’Inno di Mameli. Ricordo che ci fu proposto in prima media dalla prof. di musica. Unii la mia voce a quella dei compagni di classe e la prof., dopo averla ascoltata tre o quattro volte, mi ordinò coram populo di farla tacere. Era stonata. Ne ricavai una ferita superficiale, della glottide, un’umiliazione leggera di Narciso, indimenticabile. Ancora oggi, tutte le volte che provo ad intonare le parole o il ritornello di una canzone, esito. Ho la voce di uno stonato.
A diciannove anni, la direttrice di una colonia estiva, in cui lavoravo come monitore, tentò di convincermi che non esistono voci stonate, tutt’al più diseducate. Ci provò e mi rinfrancò per un mese, il tempo necessario, a sorvegliare il gruppo di ragazzi affidatimi e a intonare con loro qualche marcetta. Fu rimedio temporaneo, cerotto rimovibile.
Nella mia storia personale, inno di Mameli e scoperta della mia scarsa capacità nel cantare rimangono associati. Una stonatura che si fece, col passare degli anni, sintomo di una scelta della mente: poco amante dell’astratta Nazione e poco portata ad accendersi per i “fratelli d’Italia”. Fratelli coltelli. Perché negarlo? La parola Patria è stata a lungo buco nero della mia psiche e l’amor patrio sentimento, se non assente, debolissimo. Parlante dalla nascita un dialetto irpino, già diventare utente della lingua italiana ha rappresentato per me una conquista. Lasciare il presepe del paesello natio per inurbarmi nella metropoli torinese (inizialmente) e milanese (successivamente) è stata inoltre esperienza particolarmente pungente. Ha significato portare nel mio corpo e scrivere nelle sue pieghe il segnale delle disparità territoriali e sociali, le storture dello sviluppo ineguale. Mercato unico nella penisola (e fuori), sviluppo industriale nel triangolo a Nord-Ovest, disoccupazione a Sud.
2. – Come molti altri sono stato costretto a ripensare a questa storia in anni più recenti e a ripormi il problema dell’Unità d’Italia per l’affermazione elettorale, politica e sociale della Lega Nord. Secessione e/o indipendenza della Padania mi apparivano parole d’ordine indigeribili e deliranti. Dalla questione meridionale a quella settentrionale. In epoca di globalizzazione, temevo una balcanizzazione politico-amministrativa e culturale delle Tre Italie economiche già esistenti (avevo studiato il libro di Bagnasco). Tra l’altro, come assessore all’istruzione e alla biblioteca civica, ero stato delegato ad organizzare le iniziative per il 150° dell’Unità. Quindi, ho dovuto riflettere sul “bisogno di patria” e fare i conti con l’esigenza di una sorta di “religione civile” finalizzata a rinsaldare il vincolo costituzionale e il patto sociale tra i cittadini. Una religione piuttosto assente (non solo per via della tradizione guicciardiniana, “particolaristica” degli italiani, ma per la corruzione diffusa, l’evasione fiscale, la presenza e penetrazione estesa e invadente delle mafie) e che non può essere praticata e vissuta intonando e rintonando a squarciagola, in ogni occasione pubblica, «Fraaateelliii d’Iitaaalia…»
Per questo forse mi ha lasciato piuttosto freddo la notizia che, a partire dal prossimo anno scolastico, l’inno nazionale dovrà essere insegnato obbligatoriamente nelle scuole di ogni ordine e grado (infanzia, inclusa) e che, nell’ambito delle attività volte all’acquisizione delle competenze e delle conoscenze relative a “Cittadinanza e Costituzione”, ogni scuola dovrà organizzare
«percorsi didattici, iniziative e incontri celebrativi finalizzati ad informare e a suscitare riflessione sugli eventi e sul significato del Risorgimento nonché sulle vicende che hanno condotto all’Unità nazionale, alla scelta dell’inno di Mameli, alla bandiera nazionale e all’approvazione della Costituzione, anche alla luce dell’evoluzione della storia europea» (art. 1 Disegno di legge n. 3366)
E’ chiaro. Il legislatore vuole che si parli e si rifletta sulla nostra storia. Intento encomiabile. Vuole che si suscitino sentimenti di appartenenza a una comunità nazionale e si faccia leva su di essi. Perché farlo obbligatoriamente? Forse perché si pensa che i buoi siano già scappati e che sia profondo il disincanto nei confronti di un simile discorso pubblico, sempre a rischio di gonfiarsi di toni bolsi e retorici. Le domande da porsi sono facili; non altrettanto le risposte. Che significa oggi essere italiano? Quanto è diffuso ed intenso l’amor patrio? Qual è lo stato della nostra “casa comune” e quanto è unita?…
3. – Oltre all’inno di Mameli, durante gli anni di scuola media, imparai a memoria i versi manzoniani di “Marzo 1821”, quelli che ad un certo punto recitano: «Una d’arme, di lingua, d’altare, / Di memorie, di sangue e di cor.» A quasi due secoli di distanza, si possono usare come rudimentale griglia di verifica.
“Una d’arme”. Nel nostro Paese posseggono legittimamente armi soldati, carabinieri, poliziotti, finanzieri, vigili… e (illegittimamente) le mafie, che presidiano e controllano interi quartieri e territori. Le nostre Forze armate sono distribuite in vari corpi. In barba all’art. 11 della Costituzione, alcuni sono impegnate su fronti di guerra per missioni dette ipocritamente umanitarie. Ogni tanto qualche soldato torna a casa morto. Parlamenti, Consigli Comunali, Provinciali, Regionali, Scuole e altre istituzioni osservano il rituale minuto di silenzio. Poi… la guerra continua. Essendo lontana dalle nostre case, è notizia astratta. Sembra che non ci riguardi. Bambini ed adolescenti devono imparare a memoria l’inno nazionale per non dimenticare di cingersi, all’occorrenza, la testa “dell’elmo di Scipio”? Ci saranno sempre dei Cartaginesi su cui sparare addosso?…
Carabinieri e poliziotti lavorano a ritmo continuo, impegnati come sono in mille interventi. Tra questi spiccano la lotta alla criminalità e la difesa dell’ordine pubblico. Per la prima, tanto di cappello. Molti carabinieri sono morti in servizio, uccisi dalla mafia, dalla camorra o dalla ‘ndrangheta. Dovendo camminare per le strade di certe città, vedere le divise infonde senza dubbio un maggior sentimento di sicurezza. Esempi di “buon impiego” delle forze dell’ordine, quindi, non mancano. Anche di cattivo, purtroppo. Penso ad alcune recenti manifestazioni studentesche.
Non sempre è facile tenere a bada studenti che, oltre ad imparare per obbligo Fratelli d’Italia, vorrebbero poter esercitare il loro diritto allo studio in aule non sovraffollate, in edifici scolastici adeguati (magari con laboratori attrezzati e qualche biblioteca scolastica); vorrebbero che il “governo tecnico” mettesse in pratica la fraternità repubblicana, assicurando qualche risorsa in più alle scuole pubbliche.
A settembre, tanto per inaugurare l’anno scolastico, sembrava che ogni classe da lì a pochi giorni avrebbe ricevuto i soldi per comperare un computer; ogni scuola avrebbe avuto software telematico per pagelle, registro delle assenze, giustificazioni, ecc; i docenti di Puglia, Campania, Calabria e Sicilia sarebbero stati dotati di un tablet… Insomma, ammesso che sia educativamente efficace, una bella boccata di “modernizzazione” tecnologica. Ma poi i tablet non arrivano. E non arrivano gli insegnanti di sostegno in numero sufficiente, non arrivano quelli d’inglese, si tagliano le assunzioni dei precari e gli orari delle discipline. Si propone un prolungamento dell’orario d’insegnamento dei prof., portandolo da 18 a 24 ore settimanali, si cacciano dai Consigli d’istituto le rappresentanze studentesche. Inno di Mameli, tablet e manganello. Il bastone e la carota. Che patria è questa? Che patria rappresenta il ministro Profumo? Quella parolaia del diritto allo studio soltanto proclamato?…
Nella crisi che imperversa, assicurare il mantenimento dell’ordine pubblico è diventato un imperativo. Come affrontare la questione sociale sembra non sia problema che riguardi la nostra classe dirigente. La disoccupazione è drammaticamente in aumento. Migliaia di giovani il lavoro neanche più lo sognano. I nostri studenti, se non vorranno aumentare l’esercito industriale di riserva, dovranno probabilmente emigrare e cercare un’occupazione in Europa, in Cina, in India o Oltreatlantico. Impareranno l’Inno di Mameli per non dimenticare quanto è matrigna la storia patria? Se lo porteranno nel cuore per difendere lo stivale nel mondo?
I finanzieri li abbiamo visti impegnati in operazioni di lotta all’evasione. Se n’è parlato molto alla Tivù. I risultati?… I lavoratori della scuola, come tutti gli altri, continuano a vedersi le tasse aumentate. Riducono il loro tenore di vita e continuano a subire minacce: chissà se si riuscirà a pagarvi la tredicesima, chissà se vi potremo garantire ancora lo stipendio intero, chissà cosa?!… Se la patria diventa un inferno, cantando l’Inno di Mameli si sta meglio?…
A parte tutto, l’Italia è “una d’arme”. Peccato che le forze che le posseggono vengono spesso impiegate per reprimere legittime esigenze dei cittadini. Assicurano indubbiamente l’unità, ma lo fanno a favore di alcuni gruppi sociali contro altri. L’ineguaglianza regna sovrana. Taglio con l’accetta, si capisce. Ma forse un po’ di storia delle nostre Forze armate e del modo in cui sono state impiegate dai ceti dirigenti del nostro Paese non sarebbe male: dagli eccidi di Bava Beccaris ai pestaggi di Genova nella scuola Diaz.
L’attenzione al “nemico interno” ha prevalso spesso sul “nemico esterno”. Anche perché, sia detto fra parentesi, a partire dal secondo dopoguerra, il “nemico esterno”(chiunque esso fosse e ammesso che lo fosse), è stato combattuto con il nostro esercito bene inquadrato nei ranghi della Nato. Sovranità limitata. Siamo un Paese a sovranità limitata da sempre. L’ultimo nostro governo, quello che ci sta ridando “credibilità e dignità” nel mondo, è stato voluto (e imposto) dalla troika (BCE, FMI, UE). Pur di toglierci dai piedi il Grande Comunicatore e l’Amante di barzellette, abbiamo ingoiato un rospo che più rospo non si può. Domanda ineludibile: come stiamo a democrazia e a sovranità popolare? Male, molto male.
“Una di lingua”. Sotto questo profilo l’unità merita una bella sufficienza. Tutto sommato oggi un siciliano o un sardo riescono a parlare e a capirsi con un piemontese o un valdostano. La generalizzazione della scuola dell’obbligo è servita. Un po’ gli italiani linguisticamente sono stati fatti. All’alfabetizzazione e istruzione scolastica, bisognerebbe aggiungere il ruolo prezioso svolto della Rai Televisione italiana.
Che italiano parliamo oggi? Il divario tra la lingua letteraria (quella dell’alma e della beltà, del core e della speme… la lingua, voglio dire, dell’Inno) e quella d’uso quotidiano si è indubbiamente ridotto. Costringendoli ad imparare a memoria l’Inno cosa vogliamo ottenere dai nostri studenti? Che ricordino quale fosse la lingua dei trisavoli letterari?… Sia pure. E allora come la mettiamo con quelle Università italiane che hanno deliberato l’uso obbligatorio della lingua inglese per lezioni, corsi, esami, seminari? Da un lato la lingua dell’Inno per conservare l’identità italiana, dall’altro quella delle attuali élite. E’ vero che siamo una “provincia dell’impero”, ma tutto ciò non ci rende più servi? Ha scritto Claudio Magris:
«La proposta di rendere obbligatorio l’insegnamento universitario in inglese rivela una mentalità servile, un complesso di servi che considerano degno di stima solo lo stile dei padroni, simile a quella smania di “sbiancamento” (blanchissement) che grandi scrittori neri quali Glissant e Fanon hanno denunciato in molti discendenti di schiavi nei loro Paesi, le Antille francesi» (Corriere della Sera, 25 luglio 2012)
Forse questo “complesso di servi” è attivo anche nell’obbligatorietà dell’insegnamento dell’inno nazionale: invidiamo il patriottismo americano, inglese, francese, tedesco…
“Una d’altare”. La nostra “fabbrica dell’obbedienza” ha lavorato notoriamente contro l’Unità del Paese. Anche nelle frazioni più sperdute d’Italia un campanile non manca. E l’unità che avrebbe preferito è quella sua. Coi rappresentanti del nostro Stato ha concordato un po’ di privilegi. Ma quante volte la Chiesa cattolica continua a farsi portatrice di contrasti e divisioni? I politici cattolici, anche quelli più maturi, quelli che rispettano la sovranità e indipendenza delle due sfere, non si esimono dalle genuflessioni e dal versare l’obolo. L’ultima era sui giornali di domenica 25 novembre: “Il governo aiuta la Chiesa. Mini Imu per scuole e cliniche”. Il tutto, disattendendo le richieste UE e il doppio parere del Consiglio di Stato. Commenta Gianluigi Pellegrino:
«Il rigore economico si scioglie come neve al sole se a chiedere sono le gerarchie cattoliche. La credibilità europea può pure andare in cantina se a pretendere favori è quel mondo ben visibile che proprio alla convention per il Monti bis della settimana scora non ha lesinato partecipazione entusiasta» (la Repubblica, 25 novembre 2012).
La situazione religiosa del nostro Paese si è fatta, comunque, più complicata. Quella cattolica non ha più l’esclusività. E, tuttavia, ogni volta che un’amministrazione e un Sindaco autorizzano la costruzione di una moschea, l’islamofobia prende quota. Possiamo dire che non siamo ancora maturi per rispettare realmente l’articolo 19 della Costituzione e la “libertà religiosa” di tutti? «Ché schiaaaava di Roooma / Iiiddio la creò.» Non è la Roma dei papi, lo so.
Sulle memorie, il sangue e il cor, lasciamo stare. Le memorie sono divise. Sono divise quelle risorgimentali e quelle post-risorgimentali, quelle resistenziali e quelle post-resistenziali. La guerra civile ancora infuria tra unitari e neoborbonici, anticlericali e sanfedisti, fascisti e antifascisti… Ogni tanto qualcuno conciona sulla necessità di una memoria condivisa. Per questo forse si ritiene opportuno l’insegnamento obbligatorio dell’inno. Ma per quanto ci si dica fratelli, se uno è vittima e l’altro carnefice, difficile credere ad una simile fraternità.
Il sangue è da molti decenni meticcio. E “nuovi italiani” provenienti da ogni parte del mondo ci chiedono l’applicazione di quei diritti di cittadinanza che finora abbiamo loro negato. Che facciamo? Seguiamo le parole dell’Inno? «Uniamoci, amiamoci, / l’Unione, e l’amore / Rivelano ai Popoli /Le vie del Signore…». Capisco. Le vie del Signore sono infinite. Mameli invitava i giovani italiani di allora ad unirsi per “far libero / il suolo natìo”; ma , dal momento che oggi non ci sono suoli da liberare, ci potremmo unire coi “nuovi italiani” per liberare il mondo dall’oppressione finanziaria e dallo sfruttamento che ci intossicano la vita.
Il cuore è debole, ferito, scompensato. Quale amor patrio può suscitare nei giovani una classe dirigente che sta togliendo futuro al nostro Paese? Che toglie dignità ed umilia? Incertezza, inquietudine, precarietà, paura, smarrimento… Ecco, il pane quotidiano. Forse per questo si intende far cantare obbligatoriamente l’inno nazionale. Chi sta consapevolmente distruggendo la “coesione sociale”, introducendo continuamente elementi di divisione e di discordia piuttosto che connettivi ed inclusivi, spera che la si possa riconquistare, almeno a livello simbolico, con una marcetta. I simboli sono importanti. Ma non assicurano il lavoro, l’istruzione, la salute.
Una patria è una casa comune, un luogo familiare, un territorio conosciuto. E’ un insieme di risorse climatiche, naturali (monti, pianure, fiumi, laghi, mare), paesaggistiche, culturali, relazionali. L’Italia oggi, se non fosse quel paese mal diretto che è, potrebbe fermare il suo declino. Ci aiuterà questo insegnamento obbligatorio?…
4. – Ho tre nipoti. Il più piccolo frequenta l’ultimo anno di scuola dell’infanzia. Conosce a memoria quasi tutta la prima strofa dell’inno e la canta (abbastanza bene, devo dire). Non gliel’hanno insegnata le maestre. L’ha sentita alla televisione in occasione dei mondiali e del 150°. La canta volentieri, perché “gli piace cantare”. Non so quanto conosca il significato del testo. Il livello è sicuramente molto superficiale. E’ attratto dal ritmo, dalla musica, dal canto… E va bene così. A cinque anni i bambini seguono le marcette. Le seguono in sé, intendo, come materiale sonoro. Il testo lo capiranno dopo. Certo, quando lo capirà, magari, si farà una bella risata. Chissà. O, magari, penserà al giovane che l’ha scritto, al suo romanticismo patriottico.
La seconda, invece, è più grande ed è in seconda media. Lei è andata un po’ oltre la prima strofa, che imparò in quinta elementare da una maestra. Gliela insegnò per il 150°. Molto recentemente, invece, lunedì scorso, la prof. di educazione motoria ha fatto una vera e propria lezione sull’Inno: il testo, chi l’ha scritto, chi l’ha musicato…
«Cosa vuol dire “stringiamoci a coorte”?»
«Mettiamoci insieme»
«Risposta generica. La coorte era una unità militare dell’esercito romano. Inventata, tra l’altro, da Scipione l’Africano, quello “dell’elmo”…»
La fanciulla annuisce. Non ricorda se la prof. glielo abbia spiegato. Comunque, non se ne fa un cruccio.
La terza è la più grande. Frequenta il secondo anno del liceo scientifico. Conosce il testo e lo sa cantare.
«Che ne pensi dell’obbligo di doverlo imparare?»
Esita e fa spallucce: «Ma sì, tanto…»
Poi ci ripensa e aggiunge: «Le persone non possono essere unite soltanto da un canto. Non basta sventolare coccarde e bandiere come fanno gli americani. L’unione vera nasce dalla condivisione e realizzazione di certi valori: la fraternità, l’eguaglianza, il rispetto delle persone, la costruzione di un futuro comune…»
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MATERIALI
A proposito dell’Inno nazionale
di Stefano Guglielmin
L’inno di Mameli è un canto ispirato al bisogno di libertà dallo straniero. Mameli infatti fu un irredentista, che collaborò con i milanesi durante la guerra contro gli austro-ungarici e fu con Garibaldi e Mazzini per liberare Roma dai francesi e dall’assolutismo di papa Pio IX.
Divenne inno nazionale provvisorio nel 1946, per volontà del ministro della guerra Cipriano Facchinetti. Tale provvisorietà è tuttora in atto, non essendo ancora inserito, nell’articolo 12 della Costituzione repubblicana, un rigo che lo confermi in via definitiva. La consuetudine, tuttavia, aveva deciso da un pezzo la sua funzione: quell’inno, musicato da Michele Novaro, già si cantava nei momenti più patriottici del Risorgimento, sino alla Resistenza ossia in circostanze di guerra o, perlomeno, di organizzazione ideologica delle coscienze in funzione unitaria. Infatti il canto, composto nel 1847, è fortemente bellicoso, così come voleva il romanticismo politico del XIX secolo.
Speravo che fossimo usciti dall’idea che la guerra fosse la linea conduttrice della nostra storia. Speravo che la vittoria fosse sulle ingiustizie sociali ed economiche, non espressione di un dominio coloniale (perché questo fu la vittoria romana sui cartaginesi) e sulla volontà di umiliare gli sconfitti (tagliare la chioma, ha questa funzione). Speravo che la lingua dell’Italia nuova fosse autenticamente umile e sincera, manzoniana al limite; non certo pomposa e retorica come quella del povero Mameli, giovane dell’aristocrazia sarda: piacerà forse perché tanto simile al politichese? Non sarà che il Risorgimento sta ancora patteggiando il potere con l’aristocrazia contemporanea, non tanto di sangue, ma di toga (da intendersi non in senso giuridico, ma corporativo)? Probabilmente i governanti di oggi leggono “per Dio” non come un’esclamazione di un giovane entusiasta, ma quale complemento di fine: si vuole forse la guerra santa, la vittoria non tanto su un nemico terrestre, ma sul male ontologico?
Forse è il caso che, chi ha deciso l’obbligo d’insegnare l’inno a scuola, definisca meglio l’antagonista. E poi: davvero vuole che insegniamo l’integralismo religioso, il colonialismo, la retorica, l’odio verso gli sconfitti?
Non credo che la classe dirigente sia consapevole di tutto questo. Se lo fosse sarebbe diabolica; semplicemente usa la leva del sentimento patriottico perché è la via più facile per trovare l’unità nazionale, dopo che si è mostrata totalmente in difesa e dei grandi capitali finanziari e della Chiesa nostrana. Qui è davvero diabolica, ma io non gli proclamo la guerra santa. Sono un democratico pacifista e credo nella libertà di parola e nella necessità di informazione. Anche di insubordinazione, se necessario.
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La scuola sognata dal nostro Governo
di Giovanna Lo Presti, Natale Alfonso
Era questo il punto culminante della nostra uscita didattica: dritti come fusi intonammo l’inno di Mameli, l’inno di cui tutti noi dobbiamo essere orgogliosi. Giunti a “l’Italia s’è desta” Franti, che non aveva cantato, ridacchiò. Il buon maestro fece finta di non udire. Intanto, intorno a noi si era radunata una piccola folla silenziosa. Cantammo tutto l’inno, a gola spiegata, consapevoli di essere molto più intonati dei calciatori della Nazionale. Il caro maestro, sopraffatto dalla commozione e orgoglioso di noi, trascurò il fatto che Franti, sul “chiamò” aveva dato un sonoro calcio alla lattina di bibita gasata offertaci dal fast food. Quell’infelice ragazzo l’aveva tenuta apposta, la lattina!
Un applauso coronò la fine della nostra esecuzione del sacro inno; il maestro ricacciò indietro una lacrima e disse:
“Vedete, bambini, il vostro maestro è persona umile ma oggi è orgoglioso di sé. Avevo programmato da mesi questa nostra uscita e proprio oggi, 8 novembre 2012, mentre cantiamo sotto i portici della nostra bella città, un disegno di legge (“Cos’è un disegno-di-legge?” – si sentì mormorare) stabilisce che in tutte le scuole si dovrà studiare quell’inno che noi abbiamo appena eseguito. Capite, bambini? Il vostro umile maestro ha precorso i tempi. Grazie per aver imparato con me i divini versi (qui Franti disse, piano ma in modo udibile, “bleah!“) del giovane eroe Mameli, musicati dal giovane musicista Michele Novaro.”
C’eravamo intanto spostati di fronte a Palazzo Madama, che è proprio là vicino e il maestro esclamò: “O le belle due ore che abbiam passato insieme!“. “O il tetro Palazzo Madama, la sera, la folla che imbruna...” – replicò Franti, facendo quasi il verso al maestro, che lo apostrofò: “Cosa stai dicendo, discolo?“. “Recito versi di un altro giovane, e poeta” – rispose con quella sfrontatezza arrogante che gli è propria. “E chi sarebbe questo giovane poeta, piccolo prepotente?“. L’infame sorrise. (continua qui)
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Scuola. Figli di nessuno altro che fratelli d’Italia
di Silvia Pognante
Non voglio cambiare la mia situazione sperando che arrivi all’orecchio di chissà chi: voglio solo denunciare. Solo unire la mia voce a quella di chi è stanco di essere preso in giro, sfruttato, non ascoltato. Di chi è stanco di dover servire uno Stato che pretende che noi docenti (precari) celebriamo l’Inno di Mameli a scuola quando lo Stato stesso sconfessa le prime tre parole del nostro inno nazionale: Fratelli d’Italia.
Se in Italia fossimo “fratelli” e/o figli dello Stato, le scelte di chi ci governa dovrebbero essere prese secondo tutt’altre priorità. Ho una laurea in lettere conseguita a Pisa con 110 e lode, un dottorato di ricerca, una specializzazione per l’insegnamento conseguita con il massimo dei voti e costata anni di fatiche fisiche ed economiche. E nonostante tutto, nonostante io rischi nell’ordine di: restare senza lavoro; dover rinunciare ad avere dei figli; cadere in depressione a causa dell’immensa frustrazione di aver investito anni nella mia formazione disciplinare e personale per poi veder i miei traguardi scivolare giù nel profondo a causa dello sciacquone tirato da chi – forse solo in poltrona – sta più in alto di me, lassù sui “Monti”, beh, nonostante tutto non riesco a preoccuparmi per me.
Mi preoccupo per il futuro dei ragazzi che quotidianamente sono chiamata ad educare. (continua qui)
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Madre è di nome e di voler matrigna
di Natascia Grbic
Sono una degli arrestati del 14 novembre. Sono tra quelli che quel giorno sono scesi in piazza insieme a tutta l’Europa per dire che non ci stanno al ricatto dei mercati e della finanza. Sono tra quelli cui è stato impedito nella maniera più brutale di manifestare il proprio dissenso sotto i palazzi del potere. Sono tra quelli che sono stati picchiati, umiliati e trattati come bestie su quella maledetta camionetta. Questo racconto non vuole spaventare, ma dare forza a tutti gli studenti, i precari, i disoccupati, i lavoratori e i pensionati determinati a tornare in piazza per riprendersi il proprio futuro. Vuole far capire che, anche se ci proveranno in tutti i modi, non si è mai soli, specialmente quando si hanno dei compagni. Perché non esistono sbarre o manganelli che possano fermare un’intera Europa che si ribella. (continua qui)
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SEGNALAZIONI
Il primo Seminario di formazione Le canzoni come specchi, testi e fonti. Cantautori e processi di democratizzazione in Europa negli anni 60/70, promosso da IRIS e altri soggetti, con la relazione di Maurizio Gusso e il commento musicologico di Maurizio Sciuto, si svolgerà fra le 15.00 e le 19.00 di mercoledì 5 dicembre 2012, nella sede di ASP Golgi Redaelli, in via Olmetto 6, a Milano.
Il secondo Seminario I processi di democratizzazione in alcune canzoni portoghesi, brasiliane e italiane degli anni 60/70, con le relazioni di Leonardo Rossi e Giovanna Stanganello, si svolgerà, nella stessa fascia oraria e nella stessa sede, mercoledì 12 oppure giovedì 13 dicembre 2012: la data definitiva verrà comunicata a breve in www.storieinrete.org, da cui si possono già scaricare programmi, materiali preparatori e indicazioni sulle preiscrizioni, che sono state prolungate fino al 2 dicembre 2012.
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Venerdì 7 dicembre alle ore 20.00 a Lodi, presso l’aula magna del Liceo Classico P. Verri in via San Francesco, 3° Convegno sulla scuola pubblica. Saranno presenti tra gli altri l’on. Pierfelice Zazzera (IDV), Vice presidente VII Commissione Cultura Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati, l’on. Sergio Piffari (IDV), Max Bruschi, Ispettore ministeriale USR Lombardia, Stefano d’Errico, Segretario Nazionale Unicobas Scuola, Caterina Altamore, Delegata nazionale Scuola PD., i docenti Salvatore Sias e Filippo Novello. Gli argomenti trattati saranno: l’ora di lezione, da Einaudi a Profumo; la cultura e l’istruzione pubblica come antidoto alla deriva sociale e alla Neet generation; la legge Aprea e le sue successive modificazioni e l’alternativa del Consiglio superiore della docenza; Lombardia: scuola pubblica ed Istruzione e Formazione professionale, quale futuro? Condurrà la serata Paolo Latella, insegnante e giornalista.
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Domenica 16 dicembre, alle ore 10.30, a Roma, Palazzo della Provincia, Sala IV Novembre 119, Sala Di Liegro, seminario su Per un governo democratico della scuola della Costituzione, promosso dal Coordinamento Nazionale per la Scuola della Costituzione. Apre i lavori Antonia Sani, introduce Carlo Salmaso, Corrado Mauceri presenta la proposta elaborata dal Coordinamento per il governo della scuola. Seguirà dibattito con le organizzazioni sindacali, le associazioni professionali e del mondo della scuola, le rappresentanze di movimenti, studenti, genitori. Infine una tavola rotonda con le forze politiche di sinistra e centrosinistra e le conclusioni.
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LA SETTIMANA SCOLASTICA
Noi siamo da secoli/Calpesti, derisi
Ancora Monti. La settimana scolastica finisce come era iniziata, con il Presidente del Consiglio Mario Monti che sabato 1° dicembre, a Verona per gli Stati Generali del Centro-nord organizzati da ItaliaCamp, sferra un attacco frontale agli insegnanti, che registrano allibiti da parole che non sentivano dai tempi di Silvio Berlusconi o di Renato Brunetta e Giulio Tremonti:
“La polemica dei giorni scorsi da parte di alcune organizzazioni degli insegnanti nei miei confronti, era fondamentalmente motivata, lo dico serenamente, dalla difesa di interessi di breve periodo“.
Il premier ha aggiunto di sentirsi
“pronto insieme al ministro Profumo ad ascoltare le istanze del mondo della scuola a patto che siano fatte in maniera costruttiva, senza strumentalizzazioni e senza corporativismi…“.
E’ la ripetizione, aggravata, di quanto affermato domenica 25 novembre da Mario Monti alla trasmissione “Che tempo che fa“:
“In alcune sfere del personale della scuola c’è grande conservatorismo e indisponibilità a fare anche due ore in più alla settimana, che avrebbero permesso di aumentare la produttività. Gli studenti fanno bene a manifestare il loro dissenso, ma i corporativismi spesso usano i giovani per perpetuarsi“.
Per Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil, le dichiarazioni del Presidente del Consiglio
“sono gravissime perché offendono la scuola pubblica e gli insegnanti… Il presidente del Consiglio non sa di cosa parla. L’aumento dell’orario di lavoro a parità di salario era di 6 ore, violava il contratto nazionale e non riconosceva le altre ore funzionali all’insegnamento…
I veri conservatori sono Monti e Profumo che non hanno alcun progetto di innovazione della scuola pubblica italiana e stanno continuando sulla stessa linea dei tagli del precedente Governo. Sono lontani anni luce dai problemi veri dell’Italia e stanno portando il sistema d’istruzione al fallimento sociale. Alla disperazione delle nuove generazioni, vittime delle loro politiche di austerità, non offrono alcuna risposta”.
Anche per Francesco Scrima, segretario generale di Cisl Scuola
“Monti eviti luoghi comuni e dia alla scuola giusta attenzione. Finché le riforme della scuola si faranno tagliando risorse, finché si tradurranno in un peggioramento delle condizioni di lavoro, con i salari più bassi d’Europa, finché alla base di ogni ragionamento c’è il presupposto, falso, che i nostri docenti lavorino poco e male, è naturale che prevalgano in chi lavora nella scuola atteggiamenti di diffidenza”
Così il coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti, Rino Di Meglio, replica alle dichiarazioni di Monti:
“Il presidente del Consiglio Mario Monti, professore della Bocconi e capo di un Esecutivo tecnico, prima di parlare dovrebbe documentarsi su quanto gli altri governi investono nella scuola e sugli stipendi dei docenti europei, visto che quelli italiani sono i più bassi e, spesso, con orari più elevati. Prima di accusare gli insegnanti italiani di corporativismo conservatore, Monti dovrebbe chiedere lo stesso sacrificio ai suoi colleghi”.
Mentre per il segretario generale della Uil Scuola Massimo Di Menna
“Le ore in più di insegnamento senza retribuzione sarebbero state 6 e non 2. Il governo voleva portare gli insegnanti italiani ad un doppio record: le più basse retribuzioni e il maggior numero di ore di lezione. Il Governo si occupi di supportare la scuola e il delicato lavoro che vi si svolge invece di ostacolarlo. Quanto ai ‘corporativismi’ richiamati da Monti inviteremmo il Governo ad impegnarsi verso i ‘veri corporativismi’ che non sono stati toccati.“
Marcello Pacifico, presidente dell’Anief, sostiene che
“Con quelle affermazioni sull’orario aggiuntivo il presidente Monti ha prima di tutto sconfessato il suo ruolo istituzionale; in secondo luogo, dovrebbe poi sapere che in qualità di datore di lavoro non può arrogarsi il diritto di cambiare unilateralmente le regole, superando il contratto attraverso la decretazione d’urgenza. Operando in questo modo, l’opposizione se la cerca in piazza e nei tribunali”.
Ma al di là delle dichiarazioni ufficiali, tante sono state le lettere inviate da insegnanti al conduttore della trasmissione Fabio Fazio e al Presidente del Consiglio, qui se ne può leggere qualcuna, ad esempio questa:
Caro Fabio Fazio,
non basta prevedere che le dichiarazioni di Monti avrebbero provocato un bel po’ di polemiche. Quando qualcuno mente spudoratamente, in modo plateale, come Monti ha fatto, non si può sorridere immaginando il putiferio che seguirà. Si controbatte, si chiede un chiarimento. Questo mi sarei aspettato, almeno da lei.
Ad alimentare la discussione sul lavoro degli insegnanti, che comunque chi governa ed è “professore” dovrebbe conoscere, il 1° dicembre il Corriere della Sera pubblica una lettera di due insegnanti di Milano, Rossana Bruzzone e Maria Antonia Capizzi, che fanno un calcolo del loro lavoro annuo e settimanale:

Perché non siam popolo,/Perché siam divisi
A queste esternazioni del premier sorge spontanea la domanda di Anna Maria Bellesia: qual è l’obiettivo?
Monti ci dica finalmente e con onestà intellettuale il vero obiettivo del suo Governo per la scuola, senza giri di parole, senza espedienti retorici per confondere gli italiani, e soprattutto smettendola di colpevolizzare una categoria che in questi anni ha mandato avanti comunque, con buona volontà e impegno, un sistema di istruzione ormai sull’orlo della distruzione, grazie all’opera dei politici e tecnici che abbiamo avuto.
Una risposta è questa: 6 ore in più e 1 anno in meno. Continuare a battere su questo tasto da parte di Monti indica che nelle intenzioni del Governo i tagli per la scuola non sono finiti. Si cercheranno da un lato nella revisione dell’orario di lavoro, le 24 ore non sono state che una prova tecnica. Dall’altro lato ci sarà il tentativo di ridurre di un anno il percorso di studi, tagliando il quinto anno delle superiori e anticipando di un anno l’età del diploma. Scenario del primo provvedimento sarà la contrattazione con i sindacati. Il secondo provvedimento, la decurtazione di un anno del percorso scolastico, avrà come scenario il parlamento, e qui saranno le forze politiche a decidere. In gioco potrebbero esserci 40.000 cattedre.
Gli scatti. E a chi ha revocato lo sciopero del 24 novembre perché soddisfatto della possibilità di un recupero degli scatti per due anni, Mario Piemontese ricorda
lo schema di atto di indirizzo che il Governo invierà all’ARAN con l’obiettivo di giungere alla riduzione di due anni del blocco degli scatti, utilizzando parte delle risorse destinate al MOF. Il Ministro Profumo lo stesso giorno ha dichiarato alla Camera che, per questa ragione, a decorrere dal 2012 sarà necessario sottrarre al MOF 384 milioni, circa il 30%, e la sottrazione dovrà andare avanti per anni.
Molti lavoratori pensano che il sacrificio sia necessario solo per un anno e dopo tutto tornerà alla normalità. Affinché tutto torni alla normalità è necessario reperire 18 miliardi nel giro di 35 anni. Che sia chiaro a tutti.
Analfabetismo. Inutili tutte le raccomandazioni della UE a investire in istruzione e gli allarmi, come questo ennesimo di Tullio De Mauro:
I nostri dati sono impressionanti. Un 5% della popolazione adulta in età di lavoro – quindi non vecchietti e vecchiette, ma persone tra i 14 e i 65 anni – non è in grado di accedere neppure alla lettura dei questionari perché gli manca la capacità di verificare il valore delle lettere che ha sotto il naso. Poi c’è un altro 38% che identifica il valore delle lettere ma non legge. E già siamo oltre il 40%. Si aggiunge ancora un altro 33% che invece legge il questionario al primo livello; e al secondo livello, dove le frasi si complicano un po’, si perde e si smarrisce: è la fascia definita pudicamente ”a rischio di analfabetismo”. Si tratta di persone che non riescono a prendere un giornale o a leggere un avviso al pubblico. E così siamo ai tre quarti della popolazione…
Così facendo, si arriva alla conclusione che solo il 20% della popolazione adulta italiana è in grado di orientarsi nella società contemporanea: nella vita della società contemporanea, non nei suoi problemi, beninteso.
Dovrebbe far pensare il fatto che perfino l’industriale Carlo De Benedetti indica una via alternativa per fare “risparmi“:
“In un Paese come il nostro invece che spendere soldi per attività militari e in missioni all’estero che non ci possiamo permettere, come quella in Afghanistan, se investissimo nel sapere costruiremmo il nostro futuro“.
Intanto procede l’iter del “concorsone”, che fu annunciato come una delle soluzioni forti per il sistema scolastico italiano: il 27 novembre alle 20,00, come previsto dal bando di concorso, il ministero dell’Istruzione pubblica l’elenco delle scuole, l’orario e l’aula dove si svolgerà ogni singola prova, nonché 3.500 test a risposta multipla da cui verranno estratti i 50 del giorno della prova.
L’esercitatore messo in linea dal ministero consentiva al candidato di svolgere on line 70 batterie di 50 test. Ma, nel corso della prova, il candidato non veniva informato dell’eventuale risposta corretta o sbagliata. Informazione che invece era possibile ottenere collegandosi col sito di una nota società di software (miniterno. net) specializzata nella preparazione ai concorsi pubblici e scaricando il programma a pagamento.
A fronte della protesta degli insegnanti e delle contestazioni dell’Anief, il ministero ha deciso di mettere on line una nuova versione dell’esercitatore per permettere ai candidati di conoscere quali sono le risposte corrette.
Qui si può trovare una miniguida alla prova preselettiva del concorso, che si svolgerà nei giorni 17 e 18 dicembre: 2012. 321.210 precari della scuola, laureati e diplomati tenteranno di superare il primo ostacolo della selezione che assegnerà 11.542 cattedre. Le aule impegnate lunedì 17 e martedì 18 dicembre saranno circa 2.000. La prova si svolgerà esclusivamente on line. Per superare la prova di 50 quesiti a risposta multipla, da svolgere in 50 minuti, occorrerà raggiungere 35 punti. E già piovono critiche all’avvilente assurdità del sistema dei quiz.
Pino Patroncini ci illustra alcune delle assurdità di questo concorso:
Al concorso sono arrivati 320.000 aspiranti contro una previsione ministeriale di circa 160.000… Commissioni: 500 candidati a testa e lavoro solo il pomeriggio, per non pesare sull’erario… il MIUR ha dovuto trovare almeno 40.000 postazioni internet per poter effettuare la prova. E il tutto deve svolgersi a tempi da record… la restituzione delle prove preselettive avverrà non immediatamente, come era stato promesso, ma l’8 di gennaio…
E per tanti che faticano per entrare nella scuola, alcuni non riescono a uscirne pur avendone maturato più volte i requisiti: i docenti di “Quota 96”. Sulla loro situazione il prof. Ferdinando Imposimato, Presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, scrive al Sottosegretario di Stato del Ministero dell’Economia e delle Finanze Gianfranco Polillo sulla evidente ingiustizia perpetrata ai danni del personale della scuola bloccato dalla riforma Fonero sulle pensioni. Un errore tecnico e uno strafalcione gravissimi e insensati.
L’errore è contenuto nella ‘norma di salvaguardia‘: quella che esclude dai pesanti effetti della riforma i lavoratori che vantino requisiti maturati fino al 31 dicembre 2011.
Questa data unica, quindi apparentemente equanime, non ha tenuto purtroppo conto della specificità, lavorativa e pensionistica, del Comparto Scuola, basata, per garantire il buon funzionamento dei processi educativi, non sull’anno solare ma sull’anno scolastico.
I pensionamenti del Comparto Scuola sono infatti tuttora regolati dall’art. 1 del D.P.R. 351/1998, che vincola la cessazione dal servizio “all’inizio dell’anno scolastico o accademico successivo alla data in cui la domanda è stata presentata“.
I bimbi d’Italia/Si chiaman Balilla
Giovani “choosy” e anche “viziatelli”. Ancora una volta Elsa Fornero torna sul tema dei giovani, etichettati come “choosy“, qualche settimana fa e inciampa nuovamente. Questa volta il messaggio è rivolto ai genitori:
“I nostri figli un po’ viziatelli sono troppo abituati a cercare vie dorate ma sono anche quelli che trovano solo pezzi e bocconi. Noi mamme dobbiamo convincere i ragazzi ad avere un po’ di pazienza: non è che entri in azienda e diventi manager”
Ma sui motivi che li spingono a manifestare insieme agli insegnanti e a occupare le scuole in questi giorni gli studenti hanno le idee chiare. Così scrivono al ministro alcuni studenti di Pavia:
Ci lasci dire che prima di cominciare ad avere una Lim e tablet in tutte le scuole o in tutte le classi, il governo e il suo ministero dovrebbero lavorare di più sui requisiti di base della scuola. L’ultima delle nostre intenzioni è fare demagogia o parlare in maniera astratta, le portiamo degli esempi concreti.
Nella nostra scuola piove dal tetto, abbiamo spesso i giornali per terra per assorbire l’acqua e questo avviene anche dopo che è stato rifatto il tetto due anni fa. Avevamo persino, fino a un mese fa, le porte che si aprivano all’interno, con evidenti problemi di sicurezza.
La nostra aula proiezioni, in legno, ha dovuto essere ridipinta con vernice ignifuga ed è chiusa da circa un anno…
Altro che “viziatelli“! Questo mentre secondo i dati Istat cresce la disoccupazione in Italia, superando la soglia dell’11% e raggiungendo l’11,1%, in rialzo di 0,3 punti percentuali su settembre e di 2,3 punti su base annua. Ancora più preoccupanti i dati che riguardano la disoccupazione giovanile (15-24 anni): a ottobre il tasso è al 36,5%, il livello più alto sia dall’inizio delle serie mensili, gennaio 2004, sia dall’inizio delle serie trimestrali, IV trimestre 1992. Sono 2 milioni e 870.000 i senza lavoro. Record anche di precari: 2,9 milioni. E le previsioni sono di un 2013 ancora più pesante.
E mentre le previsioni dell’Ocse sulla crescita dell’economia italiana sono più pessimistiche di quelle del governo, infatti l’Ocse ha rivisto al ribasso le stime per il Pil italiano nel 2012 e 2013, prevedendo una contrazione rispettivamente del 2,2% e dell’1%, contro il -1,7% e -0,4% nel maggio scorso. Questa «crescita debole metterà ulteriore pressione negativa su occupazione, salari e prezzi» e potrebbe richiedere «un’ulteriore stretta di bilancio nel 2014 per restare nel percorso di riduzione del debito previsto».
Secondo l’Ocse le misure di austerità varate dal governo Monti hanno causato il maggior calo dei consumi registrato in Italia dal secondo conflitto mondiale.
«Il consolidamento fiscale, pari quest’anno a quasi il 3%, ha indebolito la domanda interna, e i consumi privati sono scesi al tasso maggiore dalla Seconda Guerra Mondiale“.
Come se non bastasse, il presidente del Consiglio mette in allarme l’Italia anche sul tema del servizio sanitario: “Potremmo non riuscire più a garantirlo se non si trovano forme di finanziamento non pubbliche” ha detto. Di fronte alle immediate reazioni e l’opposizione a una privatizzazione della sanità, in premier fa un passo indietro.
Schiava di Roma/Iddio la creò
Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ritorna a sostenere la causa delle scuole cattoliche, che hanno dichiarato di non essere in grado di pagare l’Imu e che comunque ritengono di non doverla pagare, in quanto fornitori di un servizio che sgraverebbe lo Stato da oneri rilevanti. “Sarebbe molto grave se dovessero chiudere” afferma Bagnasco, che esprime “preoccupazione soprattutto per la mancanza di contributi“.
Detto, fatto: il ministro Profumo ha annunciato che porterà in sede di Consiglio dei ministri un’istanza a Monti per l’esenzione dell’Imu per le scuole paritarie, comprese quelle cattoliche. Le quali scuole paritarie comunque ricorrono in class action al TAR per la cancellazione dell’imposta IMU sui loro fabbricati. Chissà se anche questo è corporativismo…
Questo subito dopo che abbiamo visto passare in Commissione bilancio i finanziamenti alle scuole non statali previsti in un emendamento alla Legge di Stabilità: le scuole non statali ricevono un finanziamento di 223 milioni per il 2013, mentre si cancella la norma che introduceva un tetto minimo di alunni per classe, per il mantenimento della parità, contenuta nel testo iniziale della Legge.
In tema di ingresso dei privati nella scuola il Governo segna una battuta d’arresto con lo stop alle legge Aprea. Il Ministro Profumo, nella sua lettera inviata a docenti e studenti in occasione dell’ultimo sciopero, tiene a precisare che l’ex legge Aprea è legge di iniziativa parlamentare e che il Governo non c’entra nulla. Quindi la Senatrice Bastico che comunica lo stop da parte del gruppo del PD al Senato, in accordo con il gruppo della Camera.
Innanzitutto non ci sono i tempi tecnici. In Senato continuano le audizioni di sindacati, dirigenti scolastici, imprese ed esponenti del mondo degli insegnanti, per accogliere suggerimenti di modifica alla legge. Proposte che necessitano del loro tempo per essere analizzate e che fanno slittare alla prossima legislatura le modifiche da apportare.
Ci sono inoltre le contestazioni delle scuole di questi mesi, che hanno consigliato una riflessione più approfondita sulla questione. A ciò bisogna aggiungere che siamo entrati in campagna elettorale, che suggerisce sempre prudenza a tutti i gruppi parlamentari. Insomma, tutto rimandato al prossimo Governo.
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DATI DA RICORDARE
Questa la tabella di raffronto, elaborata dalla Uil scuola, sull’orario settimanale dei docenti tra alcuni Paesi europei:
| Paesi UE | primaria | second. I gr. | second. II gr. |
| Danimarca | 18 | 20 | 19 |
| Grecia | 18 | 16 | 14 |
| Germania | 20 | 18 | 18 |
| Italia | 22 | 18 | 18 |
| Francia | 24 | 17 | 14 |
| Spagna | 25 | 19 | 19 |
| Finlandia | 18 | 16 | 15 |
| Romania | 18 | 18 | 18 |
| Ungheria | 20 | 20 | 20 |
| media UE | 19,6 | 18,1 | 16,3 |
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E non solo: i docenti italiani lavorano di più e vengono pagati meno. Secondo il rapporto Education at a Glance 2012 i docenti italiani, che hanno lo stipendio fermo a 12 anni fa, guadagnano da 4 a 10 mila euro in meno rispetto alla media europea.
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RISORSE IN RETE
Le puntate precedenti di vivalascuola qui.
Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.
Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.
Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.
Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.
Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.
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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.
Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.
Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub.
Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola…
Spazi in rete sulla scuola qui.
(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)


Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
Un’analisi chiara, bella anche dal punto di vista stilistico, ricca di spunti. Un’ attenzione alla scuola e alle relazioni che la scuola ha con il mondo della politica, con il senso di cittadinanza, che, se esiste veramente, non può diventare obbligatorio. Grazie Salzarulo. Sempre troppo rari i tuoi scritti!!
grazie! Analisi lucidamente dolorosa ma necessaria e doverosamente da rendere accessibile a tutti!
Sempre molto stimolanti le pagine di questo blog. Cariche di attenzione e di profondità, con la giusta e dissacrante vena ironica.