di Andrea Sartori
Contro il lavoro
È senz’altro lodevole che al giorno d’oggi si guardi al problema del lavoro cercando di cogliere il bicchiere mezzo pieno. Tuttavia il rischio che si corre è di confondere la realtà con il sentimento che la vorrebbe diversa. Marina Calderone, Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro e del Comitato Unitario delle Professioni, si sente in dovere di nutrire pensieri felici, nel suo libretto da poco edito da Laurana – 10 idee per il lavoro dei nostri figli – anche perché è madre e in lei gli imperativi della conservazione della vita e della protezione che prelude al conseguimento dell’autonomia, la inducono a guardare con occhi limpidi e sereni al futuro, nella speranza che il medesimo sguardo si trasmetta alla figlia, ormai sulla soglia dell’esperienza professionale. Beninteso, non stiamo rovistando nelle vicende personali dell’autrice, ma prendiamo alla lettera ciò che lei stessa più volte enuncia, allorché chiarisce per quale motivo tiri in ballo, nel titolo e nella dedica del libro, proprio la prole. Il problema del volumetto, quasi commovente quando arriva a sostenere che il futuro del lavoro in Italia è radioso – purché i giovani e le loro famiglie si diano una mossa e abbandonino il mito del posto fisso, il pregiudizio nei confronti dei lavori manuali, l’idea che la scuola sia un recinto protetto, il rifiuto della mobilità verso l’estero – è proprio qui: nel contrabbandare una speranza anti-storica per una prospettiva reale, alla portata di ogni famiglia (e di ogni giovane) che si tolga le fette di salame colpevolmente srotolate sugli occhi. Ebbene sì, a quanto pare è questo il progressismo del centro-sinistra giovane e intraprendente: fare la tara alle storture di un sistema formativo e professionale preso a mazzate nel corso degli anni da tutte le classi politiche, tanto da finire ingessato e afasico, e gettare la palla, ora che tutto è distrutto, agli individui, come se la grande e risolutiva trovata per il Paese fosse passare da un atavico assistenzialismo dei gruppi sociali a un volontaristico superomismo dei singoli. È davvero così che si fa, in barba a ciò che la stessa Calderone si lascia scappare in apertura alla sua guida per il superamento dell’ignavia esistenziale che attanaglierebbe l’homo italicus? La morsa della crisi si fa sentire da qualche anno e giustamente viene osservato che la prima radice della situazione attuale risale al comportamento delinquenziale di un manipolo di speculatori – di una «mafia» variamente assortita e popolata da broker del potere, bulimici di poltrone rinforzate, opportunisti dell’economia di relazione – che hanno agito e agiscono in spregio all’etica del bene comune. È quindi sacrosanto dire che occorre sviluppare nei giovani, già in età scolare, «una cultura del lavoro inteso come servizio alla comunità. L’occupazione diventa così non una fonte di puro profitto (…) ma un modo per dialogare con la società e favorirne lo sviluppo» (p. 29). Tuttavia, è giusto demandare alla sola famiglia l’insegnamento di un principio del genere? Inoltre: è corretto assegnare valore a una laurea appoggiandosi all’unico criterio del mercato del lavoro che a essa è sotteso? Studiare in funzione esclusiva del novero di occupazioni già esistenti, è infatti il modo più sicuro per riprodurre, in futuro, l’angustia di alternative professionali che appartengono all’oggi, ma che con creatività e immaginazione potrebbero essere messe in discussione – basterebbe pensare allo studio, appunto, non solo come a una prospettica «fonte di puro profitto», ma come a un campo di sperimentazione e scoperta. Il caso delle lauree umanistiche è paradigmatico: secondo i dati menzionati dall’autrice, gli studi umanistici non aprono più così facilmente le porte alle professioni nell’ambito della comunicazione (il giornalismo è ad esempio drammaticamente inflazionato), né all’insegnamento, bensì… al mestiere del consulente del lavoro (guarda caso proprio quello esercitato dalla Calderone), previa opportuna specializzazione. Se le cose stanno in tal modo e se il criterio per la scelta della facoltà universitaria è quello esposto in precedenza, perché non abolire di default Cicerone & Co., e fare spazio a insegnamenti di Human Resources (H&R) Spa? Forse perché il periodare ipotattico può un domani tornare utile a intortare qualcuno ai colloqui d’assunzione? Di fatto sta già accadendo, proprio perché profitto, mercato e miopia culturale la fanno da padroni e portano ad accorpare i dipartimenti di storia, lettere, filosofia e lingue a quelli che con più facilità dovrebbero macinare numeri nel business del turismo e delle costruzioni edilizie: beni culturali, marketing territoriale, management degli eventi culturali – di qualunque tenore essi siano, anche la sagra della rana fritta. In uno scenario siffatto è inutile assicurare, come fa la Calderone, che se non si hanno pregiudizi innanzi a un percorso tecnico ben fatto – ad esempio da perito industriale o chimico – non si «preclude in nessun modo, in un secondo momento, l’eventuale accesso agli studi accademici, anzi» (p. 43). Siamo chiari: che un ragioniere possa diventare un esegeta di Descartes o un brillante latinista è vero (come lo è il contrario), ma è vero da sempre, perché i talenti sono vivi, ostinati e indomiti nonostante tutto, non perché ce lo spiegano oggi i consulenti del lavoro, con i loro (ormai) stantii panegirici sulla flessibilità. Certamente è poi auspicabile che alla consolidata abitudine degli scambi universitari internazionali (ad esempio tramite il programma Erasmus o i dottorati in co-tutela) faccia seguito al più presto la possibilità di svolgere all’estero anche periodi di studio nelle scuole superiori, ma a che cosa serve la dimestichezza con le lingue straniere se si impone a livello sovranazionale la medesima logica lavoristica e mercatistica, che sottrae tempo e risorse pensanti alla creazione di identità personali che non siano immediatamente risucchiate dalle divisioni aziendali di risorse umane o dagli uffici per l’impiego? Basta davvero prodursi in una performance, qualunque essa sia, purché gradita al mercato delle professioni di tendenza? Sapere che oggi le professioni sanitarie – mediche e infermieristiche – godono di chance occupazionali strabilianti, ci renderà domani degli ottimi professionisti della salute, o non creerà forse anche un bel po’ di frustrati che avranno dato troppa retta alle statistiche sul mercato del lavoro, anziché a se stessi e alle proprie inclinazioni? Sì, all’autonomia deliberativa l’autrice dedica più di qualche riga, ma è la cornice in cui si collocano le scelte a risultare troppo stretta, poco rispettosa, in definitiva, della libertà che ciascuno di noi dovrebbe avere nel darsi un progetto di vita – e quindi di lavoro. In concomitanza dei fallimenti di tante aziende e dei tanti licenziamenti di massa odierni, v’è stato il fiorire di una retorica che addossa all’individuo la responsabilità di passare dal vituperato lavoro dipendente a ciò che la Calderone chiama «lavoro intraprendente». Un analogo giochetto linguistico è quello che sostituisce l’espressione «lavoro stabile» con «stabilità del lavoro», per indicare un modo aperto e mobile di vivere la propria carriera, senza smettere di imparare e di apprendere cose nuove – come se perfino nella famigerata amministrazione pubblica e nella scuola non esistessero da decenni i corsi di aggiornamento, seguiti con partecipazione da chi è davvero motivato e snobbati da chi, come statistica vuole, “vegeta”. Peccato che tutti questi slogan non dicano nulla della vera libertà dell’individuo e della sua tutela, ma spaccino per un’inestimabile occasione di crescita la bancarotta (fraudolenta) di un Paese e delle sue imprese, incapaci di stilare una politica industriale e di creare un nesso sensato tra formazione e lavoro, nell’agone degli animal spirits tra loro in competizione globale – una competizione non certo nata per volontà dei singoli lavoratori. Oggi tutti sappiamo che l’età dell’apprendimento e quella del lavoro debbono compenetrarsi reciprocamente e d’altra parte anche in tempi non sospetti era prassi che molti studenti universitari si mantenessero svolgendo lavoretti serali. Se il lavoro non salta fuori, dunque, non è perché all’improvviso l’italiano medio rifiuta di fare il barista o il parrucchiere – due professioni, dati alla mano, che negli ultimi anni paiono non trovare tra gli individui una domanda che ne soddisfi l’offerta. Poiché il problema esiste, è fuori luogo pensare di risolverlo scolpendo il ritratto mortificante di un italiano mammone e bamboccione, schizzinoso ed elitario, snob e fannullone, sul quale poi esercitare una pedagogia del lavoro che, stanti queste premesse, si concentra sulla pagliuzza dimenticando la trave. In conclusione la Calderone confessa d’aver riflettuto preliminarmente anche sul linguaggio, non solo sui contenuti, del suo libro. Un linguaggio, dice, che vuole trasmettere la speranza del futuro e la necessità d’un sensibile cambiamento culturale nelle attitudini e nei comportamenti degli italiani e delle loro famiglie. Bene. Peccato però che proprio il linguaggio del libro da un lato dia sfogo alla retorica aziendalistica – troppe volte compare la parola «sogno» assieme all’espressione «mettersi in gioco» – e dall’altro lato assuma acriticamente dei modi di dire, diffusi tra chi si occupa di risorse umane, che sarebbe invece interessante analizzare come sintomi. Le lauree umanistiche e artistiche sono infatti definite, significativamente, «lauree deboli», e su questo pare che per la Calderone non ci piova, tanto che occuparsi di «prodotti immateriali e culturali» non può essere un valore in sé – perché ad esempio forma a un pensiero autonomo e critico della realtà – ma tutt’al più uno stratagemma per «combattere il senso di fallimento e frustrazione che si concretizzano con l’assenza di iniziative» (p. 109). Insomma: piuttosto che rimanere con le mani in mano, come sarebbe nella loro natura, gli italiani potrebbero addirittura studiare pittura o tradurre Hegel dal tedesco, ma per carità non si dica che siamo qui di fronte a un vero lavoro, tutt’al più a un «volontariato delle competenze»! (sic, ibidem). Che dire, per fortuna che il Sole 24 Ore ogni domenica cerca di trasmettere l’idea che la cultura è un lavoro serio, che chi scrive per conto di qualcun altro, ad esempio, andrebbe regolarmente pagato, proprio perché esprime, elabora, trasmette delle idee. Coraggio ragazzi, iscrivetevi a filosofia, e non ascoltate quello che vi dicono i consulenti del lavoro dalla comodità protetta dei loro studi professionali: per leggere Platone e rifiutarsi di fare della maieutica socratica una tecnica di consulenza aziendale ci vogliono due palle così, altro che debolezza (del corso di laurea) e «papà-orsetti» dall’abbraccio morbido (p. 127)!
Marina Calderone, 10 idee per il lavoro dei nostri figli, prefazione di W. Passerini, Laurana Editore, Milano 2012, 135 pp., 11,90 euro.


Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
Grazie. Apprezzo molto l’articolata recensione e l’analisi dell’aureo libercolo anche perchè non credo avrei avuto la pazienza di leggerlo.
Alla Calderone direi solo di “scendere dal pero”, dopo di ché se ne parla.