Livia non ama uscire di casa, così è Alberto a fare la spesa al supermercato tornando dall’ufficio, di fretta, appena prima che chiudano. Ma è da un po’ di tempo che i due sono sempre più insoddisfatti di quelle compere: i vecchi marchi cui erano abituati, e che per loro erano legati a certe qualità della merce, stanno diventando introvabili, sostituiti da altri che si differenziano solo per le forme e i colori delle confezioni, mentre i prodotti contenuti in esse sono del tutto indistinguibili nella loro desolante mediocrità.
L’incombenza della spesa si è dunque trasformata in una specie di cerca dalle coloriture quasi eroiche di lotta contro il mondo; questa sera, poi, le cose sono andate particolarmente male e appena entrato in casa Alberto, mentre ancora è in anticamera a togliersi soprabito e giacca, già se ne lamenta a gran voce con Livia, la quale come al solito sta spignattando in cucina. Ma stasera Livia non sembra partecipe, non si fa sulla porta a intrecciare la sua indignazione con quella di Alberto. Allora Alberto entra in cucina e all’immagine che gli si presenta non riesce ad opporre che un grido soffocato: “Livia!”.
“Filippo”, gli dice volubilmente la donna, “io sono Marcella, non Livia, ma che importanza ha? Ho sentito, ho sentito le tue lamentele, ma qui è ora di cambiare registro, di smetterla d’inseguire chimere e di puntare all’essenziale. Stasera avremo la nostra buona zuppa e la nostra bella macedonia; più tardi, nel nostro letto, prima d’addormentarci tu avrai me ed io avrò te. Che c’importa del resto?”
Alberto ci resta di sasso. Chi diavolo è la donna che ha davanti, che fisicamente assomiglia soltanto a Livia e parla in modo totalmente difforme dal suo? Ne avrebbe di argomenti da controbattere, e soprattutto di domande da fare! Ma non è il caso: ha notato di sentirsi poco bene, forse di fronte non ha che un fantasma creato dai suoi nervi malati; e si sa che discutere con i fantasmi non porta mai a nulla di buono. Andrò in bagno a spruzzarmi i polsi e le tempie con un po’ d’acqua fredda, si dice, e forse le cose torneranno quelle di sempre.
E così fa: ignorando la donna che, tornata alle sue occupazioni, lo ignora del pari, gira sui tacchi e va in bagno, apre il rubinetto e si guarda nello specchio.
Ma il volto che lo fissa non è il suo; anche le cifre sulla camicia, in quel vecchio carattere che ha fatto fatica a trovare chi fosse in grado di ricamarglielo, sono le iniziali di un altro; ed anche tutto ciò che lo circonda, adesso finalmente se ne accorge bene, lo vede ora per la prima volta.

Caro Roberto,
come sempre sorprendi il lettore per l’originalità dei tuoi Apologhi provocatori.
Filippo e Livia hanno avuto una “benda” sugli occhi fino a poco prima e solo ora essa è caduta permettendo loro di vedere la realtà nella sua vera veste (prodotti alimentari compresi)?
Oppure i cambiamenti radicali della realtà odierna, frutto di omologazione e globalizzazione, hanno trasformato anche i due personaggi persino nel nome (come i prodotti alimentari)?
Chissà!
Un caro saluto
Giorgina
Mi fa molto piacere ritrovare qui su questa pagina tutta l’atmosfera di una delle mie “Tredici storie per tredici donne”, pubblicato a dicembre 2011. Bello…e perdonate la citazione.
A proposito di citazioni, il personaggio Livia di questo Apologo mi ricorda per alcune variazioni d’identità la mia Livia del primo racconto in “Sette storie al femminile”, pubblicato in gennaio di questo stesso 2013.
Giorgina
Cara Giorgina,
bella domanda, alla quale è difficile dare una risposta univoca. Più che tentare di rispondere, mi sono concentrato sulla soggettività del momento della rivelazione, che si affaccia su un futuro ancora indistinto ma sicuramente non grato. “E dopo sarà diverso, ma peggiore”, ricordi?
Un caro saluto a te,
Roberto
Gentili Giulia e Giorgina,
non conoscevo i vostri libri, i vostri accenni sono stuzzicanti e magari incuriosiscono non solo me.
Volete aggiungere qualche parola?
Un caro saluto,
Roberto
Di scena creature di sana e austera dignità, d’improvviso travolte da una ipersensibilità inquietante. ? essa che attizza in Livia il “tilt”della mente, lo “shock” della psiche, determinando uno stato confusionale che si traduce in panico, in senso di non appartenenza, di immaginaria smaterializzazione in ombra vagante tra i viventi, “cercando qualcuno e qualcosa che appartenevano a un mondo da cui era ormai esclusa”. Opprimente situazione di disagio ossessiona Livia con l’angoscia del non io e con l’acquisita convinzione di essere scollegata dal transeunte, lì, a Taormina, alla ricerca di quella Via Pirandello, che pur conosce molto bene.
Con un crescendo moderato lo straniamento della donna tramuta in tragedia tanto più struggente quanto più struggente è l’idea dell’eclissi del suo essere, alla deriva, senza nome e senza identità, sulla barca di un oblio senza principio e senza fine.
Pagina di misurata suspense, “Via Pirandello” tiene il lettore col fiato sospeso come sospesa è Livia sull’altalena dell’alterità, fino all’agnizione finale e al ritrovamento di sé stessa e della propria psiche. (Anna G. Pessina)
Così descrive la vicenda della “mia” Livia nel racconto “Via Pirandello” un’acuta scrittrice spesso dedita alle recensioni.
La “mia” Livia, dunque, ritrova la sua identità senza dubbio malata, inadatta a questa vita attuale.
La “tua” Livia è un passo avanti perché ha già trovata una nuova identità, certo più adatta al mondo di oggi, senz’altro peggiore.
Grazie per l’interessamento e di nuovo un caro saluto.
Giorgina
un bell’incipit per un nuovo romanzo alla maniera di Kafka!
i disturbi dell’identità sono sempre stati il suo punto forte.
però mi hai ricordato anche Saramago nel suo: cecità.
un carissimo saluto
c.
Amo Kafka, i suoi personaggi, i suoi temi. Lo stesso vale per Saramago.
Un caro saluto
Giorgina BG
Care Carla e Giorgina,
ho anche pensato (non solo per questo apologo, ci sto pensando sempre più spesso) a “L’invasione degli Ultracorpi”: gli alieni sono tra noi, anzi sono dentro di noi, dove magari rivendicano diritti di precedenza; ma i più non se ne accorgono, o gli va bene così, se avvertono la differenza è in positivo.
Un saluto a voi,
Roberto
ma….se esistessero tutti e quattro?
Semplicemente un caso di schizofrenia con mania di persecuzione (Marcella) che spesso si trasmette ai conviventi (Filippo). Ma quelle stanze non saranno state forse quelle di un manicomio?
Un saluto cordialissimo.
io all’invasione degli ultracorpi non ci voglio pensare, sarebbe un fatto angosciante e lo è già fin troppo la nostra realtà attuale.
però in un romanzo ci può stare…
un caro saluto a voi 🙂
Cara Elisabetta,
certo che esistono tutti e quattro, ma bisogna chiedersi dove, e a quali conseguenze possa portare il loro contatto.
Ciao,
Roberto
Gentile Gum,
la malata sarà pure la donna, ma lei, come dicono i tecnici nel loro gergo, è o sembra compensata, mentre l’uomo non lo è per niente. Inoltre, di manicomi non ce ne sono quasi più, e forse è anche per questo che tutto sta diventando manicomio.
Un cordialissimo saluto,
Roberto
Cara Carla,
è vero che fino a un certo punto l’espressione letteraria poteva servire a recintare sia certe paure che certi desideri inconfessabili, tendendo a separarli dall’esistenza reale.
Ma quel punto è ormai superato da un pezzo; pertanto credere di poter confinare quello che ci turba in una zona sorvegliata, in cui poter sperimentare impunemente, all’atto pratico non è poi così diverso dal cacciare la testa sotto la sabbia.
Un caro saluto a te,
Roberto