Associazione culturale Golena – 2013
Nota di lettura di Rosa Salvia
In questo saggio così dettagliato e preciso sulla propria terra, La Lucania: terra dei boschi bruciati, a causa del problema dei numerosi incendi boschivi provocati ogni estate, più che da piromani occasionali, soprattutto dalla piaga “di una pastorizia anti-sociale,” Nunzio Festa palesa quell’amore che ciascun lucano ha inciso nel proprio silenzio, come su pietra, e che nessuna mano, neppure quella del Tempo, può raschiare.
Con dovizia di annotazioni storiche, di costumi e tradizioni popolari, di vicende legate ora a una famiglia, una chiesa, un monumento, talora a incontri e accostamenti significativi o anche casuali, com’è spesso la vita, talora alla stessa biografia dell’autore che nasce e vive a Pomarico, si snoda il racconto di una terra stretta in una morsa fatta di Puglia, Calabria e Campania, “la terra del rimorso senza morsi di tarantole e vampiri” come l’autore ama definirla, con due piccoli sbocchi sul mare: uno sul mar Ionio, l’altro sul mar Tirreno. Un racconto che comincia da Maratea, la “Perla del Tirreno”, e percorre tanti piccoli paesi, i più ricchi di memorie e suggestioni, paesi messi in fila come perle di una collana, paesi sia del potentino che del materano. E Potenza e Matera sono i due capoluoghi di regione.
L’autore scrive con l’intento di cercare di essere uno con tutto ciò che vive e con tutto ciò che è stato vissuto, consapevole del valore e della verità di un mondo semplice e duro, che non vuole perdere, assolutamente, ma che vorrebbe vedere riscattato.
Vuole essere uno con tutto ciò che vive e che è stato vissuto nella speranza di ricomporre l’immagine di una terra che, invece, è soggetta alla ferrea fatalità di essere frammentaria, a molti sconosciuta, da altri dimenticata. Una piccola nave da cui ogni giorno scende qualche passeggero. Perciò la necessità di raccontarne la storia, di fissarla nella memoria, affinché essa sia per ciascuno di noi una specie di confessione e di purificazione.
Per fare ciò è necessaria la coscienza dello spigolatore che erra per un campo di stoppie. Occorre sapere, infatti, che il padrone – il Tempo – ha mietuto il grano. E in questa ottica Nunzio Festa con pazienza e abilità certosina raccoglie ogni fuscello del passato e del presente, ogni più piccolo dettaglio.
In tal senso perciò questo libro non deve essere letto come un vademecum per conoscere la Basilicata, come una semplice guida che ne illustra i tanti angoli sconosciuti e straordinari, il taglio anomalo che Nunzio Festa dà alla narrazione lo rende più complesso ed avvincente. E’ come se le pietre e gli oggetti stessi parlassero, in uno snodarsi di aspetti talora contraddittori che ci mostrano una Lucania viva, ricca di vestigia storiche e di cultura per certi aspetti, per altri villaggio, arcaico mondo contadino tra i riflessi sofferti di giorni senza fine.
Questa compresenza è il fascino della Basilicata, ma è anche il peso che questa terra sopporta. Gravata dal suo passato non è stato né sarà mai facile per lei liberarsi dei propri fantasmi.
Il tono complessivo della narrazione, nella semplicità che è anche ricchezza di immagini, oscilla tra il vagheggiamento e l’ironia; atteggiamenti che, comunque, consentono all’autore di esprimere i propri stati d’animo e le proprie acute e talvolta amare riflessioni. E il filo rosso che traversa “sempre” questo “viaggio” è il fuoco degli incendi boschivi che non risparmia alcuna zona di questa terra dal fascino misterioso e discreto.
A questo punto desidero soffermarmi su qualche aspetto relativo ai paesi più baciati dalla cultura e dalla poesia e lasciare al lettore il gusto di scoprire quel che l’autore scrive sui tanti paesetti spesso dimenticati, paesi di vecchi, paesi di emigrati, in cui i giovani si contano sulla punta delle dita, paesi in cui la vita scorre sempre uguale.
Maratea “vive nel suo mare e ha fatto sposalizio con la terra”, con i suoi monti, le sue grotte, le sue quarantaquattro chiese, benedetta, dall’alto di monte San Biagio, dalla bianca statua del Cristo, fatto a immagine e somiglianza del gigante di Rio de Janeiro. Maratea sempre in lotta con “la lurida sete dei conquistadores,” Maratea che ispirò col suo incanto un romanzo a quattro mani rimasto incompiuto, scritto da Cesare Pavese e Bianca Garufi e poi altri scrittori come Italo Calvino ed Elio Vittorini e Camilla Cederna e Indro Montanelli e Giorgio Bassani; e più recentemente scrittori lucani come Gaetano Cappelli e Andrea Di Consoli.
Venosa, terra natale di Orazio di cui Festa ci offre preziose informazioni, ma anche terra natale del fotoreporter di guerra, Raffaele Ciriello che vi nacque nel 1959. Ciriello ucciso a Ramallah, in Palestina, da un tank israeliano in azione di rastrellamento mentre lavorava per il Corriere della sera di cui Festa scrive “non bastan fiaccole di pace e colori di testimonianza. Serve la verità”.
Montemurro, patria del poeta Leonardo Sinisgalli di cui Festa ci regala questi versi tratti dalla silloge Vidi le Muse che Sinisgalli pubblicò con Mondadori nel 1943:
“Sulla collina / io certo vidi le Muse / appollaiate tra le foglie. / Io vidi allora le Muse / tra le foglie larghe delle querce / mangiare ghiande e coccole. / Vidi le muse su una quercia / secolare che gracchiavano. / Meravigliato il mio cuore / chiesi al mio cuore meravigliato / io dissi al mio cuore la meraviglia”.
Ma anche patria di briganti quali Antonio Cotugno, Culopizzuto che imperversò per parecchio e, ancor prima, patria di Giacinto Albini, parlamentare del Regno d’Italia che sostenne l’insurrezione a favore della venuta di Garibaldi dalla Sicilia, per scacciare i borboni.
Potenza, città natale dello statista democristiano Emilio Colombo, ora senatore a vita, la cui politica massonica e clientelare viene analizzata dal giornalista materano Leonardo Sacco nel saggio “Il cemento del potere. Storia di Emilio Colombo e della sua città” , De Donato, 1982, un saggio rieditato tre volte di cui lo già citato Andrea Di Consoli scrive: “ Leonardo Sacco ben analizza il paternalismo di Colombo, quel suo agire furtivamente, comune per comune, casa per casa, nei confronti dei suoi elettori, e nei confronti dei pasdaran del verbo colombiano che presidiavano capillarmente la geografia del consenso […] “….
Ma Potenza è anche luogo di nascita di poeti come Beppe Salvia e Vito Riviello che “hanno scritto dentro e fuori Potenza” e di scrittori come Gaetano Cappelli e Giancarlo Tramutoli “che scrivono fuori e dentro Potenza”.
Valsinni, anticamente Favale, culla natale della poetessa di scuola petrarchesca Isabella di Morra, figlia dell’allora barone Gian Michele Di Morra, uccisa, a soli ventisei anni, nel 1546, nel castello di Morra dai fratelli. Isabella che rappresenta lo sfortunato destino di tutte le donne sottomesse alla prevaricazione maschile. “Dove però la resistenza di testimonianza si fa poesia.”
Di Isabella, Festa ripropone questi versi:” i fieri assalti di crudel Fortuna / scrivo, piangendo la mia verde etate, / ma che ‘n si vili ed orride contrade / spendo il mio tempo senza loda alcuna. / Degno il sepolcro, se fu vil la cuna, / vo procacciando con le Muse amate, / e spero ritrovar qualche pietate / malgrado della cieca aspra importuna; / e, col piacer de le sacrate Dive, / se non col corpo, almen con l’alma sciolta, / essere in pregio a più felici rive. / Questa spoglia, dove or mi trovo involta / forse tale alto re nel mondo vive, / che ‘n saldi marmi la terrà sepolta”.
Tricarico, che diede i natali al poeta Rocco Scotellaro, sindaco del paese nel 1946 a soli ventitré anni, morto poi a Portici nel 1953 a soli trent’anni a causa del suo cuore ballerino. Dalla raccolta “Sempre nuova è l’alba” Festa riporta l‘incipit di questo componimento: “Non gridatemi più dentro, / non soffiatemi in cuore / i vostri fiati caldi, contadini. / Beviamoci insieme una tazza colma di vino! / che all’ilare tempo della sera / s’acquieti il nostro vento disperato.” […]
E la superba e tanto citata chiusa : “Altre ali fuggiranno / dalle paglie della cova, / perché lungo il perire dei tempi / l’alba è nuova, è nuova”.
Come si evince da questi versi la poesia di Scotellaro è anche capace di grande sintesi incisiva, proprio perché la sua è una parola pesante, sempre espressivamente carica, che tende a liberarsi di elementi accessori o di orpelli per giungere subito a bersaglio, molto lontana da tanta poesia contemporanea verbosa e ruffiana.
Matera, la città dei Sassi, divenuti nel 1993 “Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’Unesco”, la città delle grotte scavate nella calcarenite e delle chiese rupestri che hanno nei secoli profanato la roccia murgiana, di cui Festa scrive: “Storia e preistoria che i Sassi sentono e rappresentano, sono un dna che la sostanza umana ancora non riesce a spiegarsi”.
Dunque voce di amore e di protesta, come capita spesso in terre difficili e umiliate, quella di Nunzio Festa, che risuona anche nelle sue poesie di cui, in conclusione, ne riporto qualcuna dalla raccolta inedita: Paese e sera.
Comincio dal componimento Paese è sera, che Festa dedica allo scrittore Flavio Arminio:
“di giorno nei paesi / è proprio facile / quanto difficile che / si faccia tutto sera / la vecchia ha sonno incontrollabile / e il vizio di mettersi / a origliare / tutto o un po’ di tutto / fuorché la sedia sua / la nostra prua / tua / spesso è quella del ragazzino / che sente la disco: / non pensa che al miracolo della fuga / a dire: ci riesco?”
In borghi e siti
“in borghi / siti / non c’è tempo in / questo tempo / il lampo d’una radio / che nel cuore della città / è come il resto / siamo in siti / somiglianti / e diversi / lo spazio grande / fa la stessa / e altra borghesia / puzzolente del piccolo / il ricciolo della statua / affronta l’impatto / con le lingue mulatte / ed è possibile arrostire / il vangelo al posto del maiale” /
Attenzioni componimento dedicato allo scrittore Andrea Di Consoli
“soste / pause / toste cause non ci sono / ma nel paese è da fermare / la dolcezza del sapore / si sentono i fiumi delle battaglie / non siamo qui / solamente pronti / a sbattere tovaglioli e tovaglie / perché nelle nostre teste / teniamo il peso dei tempi / malati / e non c’avranno / più bendati a pregare / a fare da rilegatori con inchiostri / d’altri più maturi / o con serenità / prima di noi già freschi e strafatti” /
Rigogliose geometrie
“e la cittadina / quadrata e inquadrata / ma lunga / allungata / è stata cerri e pini / d’aleppo / ha avuto funghi / di bosco / troppo vino / rettangolare / e rettangoli di lavoro / dolo di cassa integrazione / poro da cui: la prossima generazione”.
In prossimità
“ Tra tutte le tinte / delle tele e delle terre / tocco i tetti degli alberi / sento il sale e il sole / senza sosta / soffrire” /

Ho sempre apprezzato l’impegno di Nunzio per la sua terra e per la poesia. Credo che egli sia una promessa per la Basilicata, perché ha amore per la terra e per la lingua, e come tale si propone come uomo di riferimento, un poeta vero e fedele. I paesi che egli descrive li ho visti e amati, seppure di sfuggita, nelle mie peregrinazioni per l’Italia e anzi mi riproponevo, con Marina mia moglie, di farci un giretto di approfondimento se tempo e pecunia lo permettono. Venosa ad es., che è anche la terra di Gesualdo, uno dei più importanti madrigalisti italiani, Matera e la sua travagliata epifania e la meraviglia dei sassi amati da Pasolini, ma poi tutta quella campagna dolce e severa, e il Pollino, qualle amgnifiche montagne così simili, a volte, alle Dolomiti (almeno vedendole dalla Calabria). Una terra che l’industria vorrebbe sfregiare, col suo petrolio e la sua fame di energia. E gli appetiti delle mafie, che da un po’ si fanno sempre più evidenti.
Mi auguro che il libro, che non conosco, serva ( e ne leggo le premesse) per riproporre il fascino di una terra ancora della gente – speriamo che tale rimanga – che l’ha tramandata a noi nella sua bellezza unica.
E all’autore un augurio di tutto cuore e una grande stima per il suo impegno e per il modo nel quale svolge il suo compito di ruolo. E, perchè no?, un grande abbraccio.
Gianmario
Caro Gianmarico, ché quando ritornerai da queste lande l’abbraccio sari infiito; e grazie per la stima che, sempre, mi dimostri. e approfitto, ovviamente, per ringraziare in primis Rosa per la lettura puntuale, come “poi” centofanti e il resto per l’ospitalità. a presto.
b!
Nunzio Festa
Ringrazio Rosa Salvia per il pezzo che mi ha ‘riportato’ in Basilicata. La Lucania è una delle aree che più amo e in cui volentieri faccio sosta. Non conosco il lavoro di Nunzio Festa, ma di certo incuriosisce ed invoglia alla lettura e a un nuovo viaggio. Potenza è la città di Beppe Salvia, indimenticato, è vero. Ma lo è anche di Rocco Brindisi, altro splendido outsider. Mentre leggevo il pezzo, tornavo con la mente alle mie passeggiate con Pagliuca per le vie impervie, per le salite ‘inospitali’ di Muro Lucano, di Bella e di Grumento, dove, oltre al petrolio, c’è uno dei siti archeologici più interessanti dell’Italia Meridionale. Un salutone,
manuel
Si, Manuel, di Rocco Brindisi ho molto sentito parlare, lo definisci splendido outsider, io non lo conosco di persona. Ho letto una recensione di Guglielmin su Blanc. Certamente una voce fuori dal coro. Ma non dobbiamo dimenticare Vito Riviello, che Festa cita, poeta satirico, talora caustico. A Potenza Beppe Salvia è conosciuto solo fra gli studenti liceali e universitari, Vito Riviello è invece noto in tutti gli ambienti. So che in gioventù gestiva la libreria più importante di Potenza. A causa delle sue coraggiose invettive contro il paternalismo clientelare della città, ricevette addirittura minacce di morte e fu costretto a chiudere la libreria e a trasferirsi a Roma. Festa nel suo saggio mette molto in risalto quest’aspetto di una Potenza massonica e reazionaria. Altro problema l’inquinamento ambientale nelle zone industriali del potentino, della Val d’Agri, del Melfese etc. Fermo restando la bellezza della regione in molte zone ancora incontaminata. Ringrazio sia te che Gianmario per le vostre belle riflessioni e approfitto ancora una volta per invogliare alla lettura di questo prezioso libro che lo si può trovare anche nella versione e-book. Un abbraccio a tutti, compreso don Fabrizio Centofanti che accoglie spesso i miei articoli nel suo blog.
ho avuto il piacere di conoscere Vito personalmente a Roma! Che strano, quando penso a lui lo associo alla capitale, dimenticando le sue origini! Un abbraccio, m.
Qusta bella recensione del lavoro di Nunzio Festa mi confermna nel mio già dichiarato proposito di farne integrale lettura. Non per pura condiscendenza ,ma per ragionevoli aspettaive basate sui “precedenti”.
Per chi ama la Basilicata come me , lucano residente nei suoi soli primi tredici anni, viaggiare in compagnia di Nunzio Festa è un privilegio.
Un viaggio attraverso le terre , le persone e i canti con lo sguardo di chi sappiamo conosce a fondo e cerca nella ragione e nell’essenza il travaglio e il fine.
Un caro saluto da Torino
valerio
C’è poi da aggiungere che nella sua “sosta” nel paesino San Fele Festa ricorda con grande amore e ammirazione la poetessa dialettale Assunta Finiguerra , nata a San Fele, ma domiciliata a Roma negli ultimi anni della sua vita. Poetessa scomparsa prematuramente il 2 settembre 2009 “nonostante la salvifica poesia che però non le permise d’agganciarsi alle terre che aveva sulla luna.”
grazie ancora a Rosa, per il ridordo d’Assunta. e al caro Valerio. e approfitto per postare commento d’un mio collega giornalista:
Caro Nunzio
Il titolo introduce al tema controverso sulle risorse trascurate e lasciate bruciare, senza che si lavori seriamente sui temi della prevenzione, della tutela e della valorizzazione. E Pomarico, alla Manferrara, ha un vivaio che potrebbe contribuire a ripristinare quel versante distrutto da ignoti nel luglio scorso sulla Matera-Ferrandina. Solo incendi? Non ho letto il libro ma il riferimento a tanti personaggi e a luoghi della Basilicata (è l’unico nome di questa regione, così come riportato nella Costituzione)inducono a soffermarsi sui mutamenti dei paesaggi, dei luoghi, delle comunità e delle figure che hanno inciso, continuano a incidere sul presente e sul futuro di questa terra. Accanto e intorno a loro ci sono le piccole, grandi ma anonime storie di quanti hanno guardato avanti, penato e forse, anche rinunciato, a lavorare in e per la Basilicata. Fuga dei giovani cervelli, invecchiamento della popolazione e svuotamento delle aree interne come se un altro incendio – strisciante- stia consumando foglie, tronchi e radici della nostra terra. Ma queste forse no. Lo scaffale della storia delle ‘’genti di Basilicata’’(la diversità è una risorsa, perché la lucanità non è mai esistita) ha tante pagine indelebili, che invitano a rivitalizzare le zone bruciate con la linfa dei saperi, della ricerca, della voglia di rimboccarsi le maniche perché una parte di questa terra (la Lucania appenninica) era luogo di luce e di boschi.
E’ il fuoco degli incendi, è il fuoco della vita…
Franco Martina
P.s se ti va pubblica pure tra i commenti
ciaooooooooooooo