Corde de tempo, di Anna Elisa De Gregorio

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Corde de tempo, poesie nel dialetto di Ancona di Anna Elisa De Gregorio, Edizioni DARS, giugno 2013

di Antonella Sbuelz

Corde de tempo, la raccolta di Anna Elisa De Gregorio, prende avvio da un’immagine del passato e si conclude con un’immagine del presente.
Prende avvio da spazi aperti, luminosi, estivi, quasi mitici e onirici nella loro rievocazione – l’estate di una bambina divorata dalla malinconia di casa , durante o all’indomani dell’ultima guerra mondiale – e si conclude con lo spazio chiuso e prosaico di un piccolo bagno di appartamento attraversato dai fili stesi per la biancheria.
Prende avvio con il ricordo di una bambina spedita in una colonia estiva e divorata dalla malinconia per il suo mondo familiare e si conclude con l’immagine di un uomo adulto, un uomo dalle mani d’oro, “ il primo – confessano i versi – ad andarsene un po’ troppo in fretta.”
Fra l’esordio dei primi testi poetici – un esordio aperto e dilatato, lontano nel tempo e legato all’infanzia – e la fine della raccolta – una fine circoscritta a uno spazio domestico e legata alla maturità dell’io poetico –, si distende l’arco di una vita, dilatata fra corde del tempo ora tese ora lasche, ora amare ora raddolcite, ora lievi e sospese, altre volte inquiete e disincantate.
Ne deriva una modulazione – espressiva e tematica – che tende a trasformare questa raccolta poetica in una sorta di poemetto di formazione: un poemetto di formazione che riesplora le tappe miliari di un’esistenza, ricostruisce e ripensa legami, rievoca l’incanto dell’infanzia, si riaffaccia a spazi ormai perduti e registra le sorprese di un viaggio che è il viaggio stesso di una vita. Il tutto avviene nel segno di una costante captazione e in una instancabile auscultazione di altri destini, altre coscienze, altre ferite e altre esistenze: esistenze incrociate per un solo istante, indovinate per un attimo fortuito, colte attraverso qualche scheggia casuale. Oppure, al contrario, esistenze decifrate con attenzione, scandagliate con cura, fatte proprie con empatia, condivise.
La linea direttrice del testo si esprime essenzialmente – come ci suggerisce il titolo – nella relazione tra il soggetto e il tempo, ma le impunture che cuciono insieme la stoffa del libro sono legate soprattutto allo sguardo e alla vocazione affabulatoria dell’io poetico.
La poesia di A. Elisa De Gregorio, infatti, è fortemente narrativa e fortemente visiva: rievoca storie, evoca immagini vivide incastonate in un vissuto personale, strappa al groviglio degli anni trascorsi – ai nodi e alle corde del tempo – presenze forti e incisive, che declinano il paesaggio affettivo dell’autrice.
Compare allora la madre che si stende sul letto accanto alla figlia bambina, rientrata anzitempo dall’esilio di una colonia estiva per una febbrata improvvisa e segretamente felice per quel rientro imprevisto dal confino e per l’intimità ritrovata nel nido del proprio letto; compare la nonna che con “movimenti antichi di donna” spiana il materasso riempito di foglie secche di granturco e assediato da bozzoli duri; compare la bambina che in piedi su una seggiola, davanti a un acquaio di graniglia sbrecciata, immerge nell’acqua insaponata tazze e scodelle che diventano, davanti ai suoi occhi affamati di magia, barchette da salvare da un naufragio e da effimere bolle di sapone; compare – come in una zoomata improvvisa focalizzata su un’emblematica azione – la mano della maestra che accompagna la mano della bambina, nella prima avventura emozionante dentro il mistero delle parole.
E poi, ancora, ci scorrono davanti, come tessere musive o come scene di un arazzo, l’improvvisa visione di un adolescente seduto con l’iPod sulle ginocchia nello scompartimento di un treno in fuga, o l’immagine di un bambino appena nato, i cui occhi velati hanno sapienza d’ogni cosa e i cui nodi sulla schiena, e qui cito, “ sono ricordo di due ali antiche”, o ancora la quercia che fa da “stazione per tordi” e da fedele custode (o vestale) a un vecchio giardino di Varano.
Sullo sfondo, quasi in filigrana, affiora la traccia di una casa ormai vuota, che sembra conservare nelle sue stesse fibre il profilo di una cristalliera sulla parete, il fumo di un tempo sui muri della cucina, l’ombra di una bambina che non è più da tanto una bambina e che da tanto non vive in quella casa.
E ogni dato biografico rievocato si carica di senso, assume peso, si trasforma in un fuoco cronologico che scalda ancora i pensieri e che dà forma a una mappa emotiva in cui i singoli ricordi si trasformano poco per volta nelle briciole di pane della fiaba di Pollicino: ogni singola briciola – o ogni singola traccia mnestica, se preferite- disegna nel fitto della selva nera il sentiero da seguire con fiducia, il cammino che anche in mezzo al buio saprà riportarci verso casa.
Nella precedente raccolta poetica di De Gregorio, che si intitola Dopo tanto esilio (Raffaelli editore 2012), in una lirica intitolata Cose da salvare in caso di incendio si leggono i seguenti versi, che chiudono strofe distinte:

Si impara in viaggio la diminuzione.

Per ogni sosta qualcosa rimane.

Non sono belle le città viaggiate,

che per cuore hanno le periferie,

piazzali obbligati in nome della legge.

Solo nella mente il luogo felice.

“Solo nella mente il luogo felice”: ecco, questa mi sembra anche la cifra paradigmatica della piccola raccolta poetica.
La felicità abita l’altrove: si annida fra i ricordi, passeggia – a tratti inciampando–nell’Eden perduto dell’infanzia, si rialza in preda all’emozione.
La felicità è la misura di una tensione ideale che spinge alle relazioni con gli altri e alla ricerca di una declinazione di sé nel proprio rapporto inesausto – costantemente riplasmato e costantemente perduto – con il tempo.
La poesia diventa, allora, riscatto di un tempo perduto e ricerca di nuovi orizzonti temporali.
Ma, come accennavo prima, un altro elemento significativo, a mio parere, caratterizza la poesia di De Gregorio: l’elemento visivo. E, per certi aspetti, quello visionario.
In queste poesie dell’autrice ci sono una forza di presa diretta e uno sguardo quasi prensile sulle cose: l’io è costantemente proteso a dilatarsi sugli altri e sull’altrove, ad aprirsi al dettaglio, ad accogliere negli occhi ciò che si vede subito e soprattutto ciò che non si vede subito, ma che si riesce a intuire sotto la superficie delle cose.
C’è una definizione particolarmente felice che Maurice Blanchot ha dato del poeta: Poeta è colui, o colei, i cui occhi sono senza palpebre. Poeta, dunque, è chi non può fare a meno di vedere, di registrare le diverse anime del mondo, di affondare gli occhi nella luce o nei coni d’ombra, di annotare con lo sguardo – e poi con la testa e col cuore – tutto ciò che lo circonda.
La poesia, allora, legge il mondo.
E questa raccolta poetica lo legge con particolare attenzione al dettaglio : si sofferma sui “piccioni che fanno vacanza dai fili della luce”, sul “filo di bava di lumaca” sopra un filo d’erba, sul guizzo di una lucertola in mezzo ai cespugli di ginestra, sulla fotografia all’altezza degli occhi quando l’io poetico si china su una lapide per parlare col ricordo di un amico.
Questo è quanto si evoca, quanto si dice nelle poesie di De Gregorio.
Ma come lo si dice? Non mi piace l’idea di vivisezionare la forma poetica: la poesia può essere canto o singulto, può essere franta o distesa, vibrante o sommessa: se è vera poesia, comunque, lo si sente. Basti dire, allora, che nei versi di questa raccolta si coglie una voce certamente educata a molta della lirica contemporanea.
Ne deriva una tessitura che sa essere colloquiale ma che non è mai forzatamente anti idillica e programmaticamente “bassa”: anzi, il sottotono sa modularsi in più timbri, soprattutto nelle poesie dove l’altrove memoriale diventa un altrove metafisico che rinvia a una dimensione quasi sacrale , come nei versi dedicati a Giuda, in quelli dedicati ai Magi o nel Cantico di Zaccaria, nel quale i nove mesi di attesa di Elisabetta si trasformano per Zaccaria in occasione di meditazione, di ubbidienza, di gratitudine alla vita e al destino:

Per nove mesi medita e non parla:

Siamo nati ospiti al mondo –si consola-

Non si deve in obbedienza capire tutto.

E, insieme con il figlio, gli nasce un canto

In cuore di celestiali letizie:

Benedictus, benedictus, Signore.

Ma è un altro, il verso con cui vorrei chiudere queste brevi note a margine su Corde de tempo.
E’ un verso tratto dalla penultima lirica della raccolta, intitolata C’è una quercia a Varano.
L’immagine con cui vorrei accomiatarmi è l’immagine di una quercia che sa essere al tempo stesso elemento fisico di un paesaggio naturalistico, simbolica vestale di un passato familiare, marca affettiva dell’io poetico, cifra della relazione tra ciò che muta e ciò che non muta:

Lei non resta mai del tutto spoglia

Perché in primavera le foglie nuove

S’incontrano con le vecchie più tardive:

tutto accade in un fruscio di ali.

E’ un’ immagine di rigenerazione e di scambio, di aspirazione alla fusione fra fronde che declinano e germogli che si aprono, di rilancio nel tempo nuovo attraverso la fioritura di un albero vecchio: mi sembra un’immagine perfetta, per cogliere la vibrazione finale delle Corde de tempo di Anna Elisa De Gregorio.

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