Assurdo e familiare, di Rosa Salvia

gatto
(Dalla raccolta di racconti inedita Le conseguenze dell’amore)

Mezzanotte, le campane della chiesa di Sant’Anna suonano a distesa annunciando la Pasqua. Dai camini corrono nuvole di fumo. Una calca di gente esce dalla chiesa e continua la vita nel gelo dell’ultimo marzo. A Potenza la primavera tarda sempre ad arrivare.

Da un bel po’, parenti ed amici sono andati via e Adele è rimasta sola con la piccola bara in cui è adagiato il corpo di sua madre. Se n’è andata alle sei del mattino, ma lucida fino alla fine. Adele le ha tenuto a lungo una mano stretta fra le sue, l’ha baciata sulle tempie.

Il respiro la riempie e la vuota, non pensa al futuro, non si lascia sprofondare nel pozzo di nera rabbia che si cela dietro le pieghe del suo viso. Non le importa più se sua madre non le ha mai spazzolato i capelli quand’era bambina.

A tratti le sembra ancora di udirne la voce con quel tono duro e metallico nel silenzio attonito della casa, come dalla tromba polverosa di un grammofono. D’improvviso la bocca le trema, ed anche la mano, che è rimasta poggiata pesantemente, come per protesta, sul coperchio di legno chiaro della bara.

Prima che la malattia si aggravasse, sua madre si alzava presto e celebrava il mattino col rito del caffè. Prendeva il giorno nelle sue mani ruvide e, tesa come un assioma, perfetta padronanza ogni volta che muoveva la testa, ribattezzava oggetto per oggetto, assegnava alle cose il loro posto. Faceva ogni gesto con una specie di sorpresa, come se le sue mani fossero distaccate da lei, e unite invece agli oggetti che toccavano, in un mondo di mogano e porcellana. Come se la casa non fosse un caldo rifugio, ma un piccolo museo delle cere.

Tutto un divenire sgretolato scorreva via dalle sue dita, gomito a gomito con le sue manie che la sgomentavano con la loro forza e la proteggevano dal mondo esterno e soprattutto da se stessa.

In primavera di buon’ora, con un’aggiustatina al twed grigio e le mani strette al bastone come a un figlio, saliva sul terrazzo, dove poteva udire un mormorio dorato di rose. Vedeva le spine rosse, e qualche volta si allungava, per toccarle. Sentiva sulle guance la morbida carne delle rose. Era più dolce di un volto umano. Le rose le fluivano lente sotto la pelle.

“Adele ti proibisco di toccare le rose,” le diceva.

“Non le tocco, non le tocco,” lei gridava e si sentiva goffa e inutile guardandosi le mani che non erano capaci di fare le cose che faceva sua madre. Eppure le sue mani sapevano toccare, sentivano la forma delle rose, le conoscevano fin nella loro più intima essenza. Talvolta suonavano al pianoforte il notturno di Chopin, ben diverso da come era stato creato, ed esprimevano un senso di intimità tutto personale.

Ma sua madre non se ne accorgeva.

“Sono libera ormai,” solo questo adesso Adele riesce a pensare, ma non sa che cosa fare, perché non ha mai imparato a godere d’un simile stato. E’ solo un pugno di piume di gatta randagia, di stupore, di contrizione e niente altro.

Intanto il passato corre di fronte alle luci accese in viale Dante dove il volto di suo padre si vede sullo specchio rosso dei pensieri, perché la sua ombra è morta sui pini, da tanto tempo ormai. Se ne andò all’improvviso nel pieno della sua carriera di chirurgo quando lei era ancora una bambina in quegli anni di piombo bui e difficili per tutti.

Dopo il liceo, per fargli un bel regalo ovunque egli fosse, volle tentare gli studi di medicina ma li lasciò a metà, perché non riusciva a essere fredda, a osservare il corpo di un morto con l’occhio d’un estraneo, presa anche lei nel laccio della morte. Sgomenta, imprigionata, intrappolata dalla dipendenza da sua madre, crocifissa per sempre alla sua ambivalenza, amore e risentimento in proporzione quasi uguale.

Era sempre vissuta con una parete murata intorno a sé. L’orrenda voragine in cui guazzava sua madre, il tedio dei suoi giorni, il suo vivere solo di apparenze, il groviglio dei suoi risentimenti verso la Vita stessa si rovesciavano su di lei togliendole il fiato, gettandola in un panico indescrivibile.

Poi però, tanti anni prima, in un pomeriggio qualunque di una giornata qualunque d’ottobre, piombò nella sua vita Carlo. Allora aveva appena sedici anni, frequentava il liceo “Quinto Orazio Flacco”. Carlo era più grande di tre anni, all’ultimo anno di corso. Cosa strana, a scuola non si erano mai notati. Ma quel pomeriggio si ritrovarono insieme alla fermata di un autobus e i loro sguardi d’improvviso si incrociarono. C’erano due posti a sedere, uno accanto all’altro. Subito vicini. Le fermate erano le stesse di sempre, capannelli di gente che si andava radunando all’entrata di negozi o ai punti stabiliti. Il traffico dell’ora di punta rallentava il percorso. Ma per loro due non c’era davvero alcuna fretta. “Lasciamo che l’autista combatta con la manopola del cambio”, parevano dire i loro occhi, “lasciamo che le sue marce tirate e le doppiette con la frizione strattonino il cuore”, qualunque cosa pur di posticipare quell’ultima fermata …

Un bellissimo ragazzo dagli occhi verdi Carlo che tutte le compagne le invidiavano e lei stessa non riusciva a capacitarsi del perché uno così, che avrebbe potuto avere quel che voleva, avesse scelto proprio lei.

Per la prima volta nella sua vita provò quel desiderio fisico che ti consuma, ti domina e ti fa dimenticare completamente di te stessa. E per la prima volta si era sentita desiderabile. Ma, rinchiusa com’era nel suo universo di ragazza convinta di non poter competere con la bellezza di sua madre, come avrebbe fatto a trovare le parole che sarebbero passate fra loro? Come avrebbe fatto a gettare un ponte fra il chiaro e l’oscuro, come avrebbe fatto a saltare la corrente maligna della paura che la separava da lui e dagli altri?

Quando Carlo la guardava si sentiva molto impacciata, come se fosse stata un insieme di parti, ognuna delle quali doveva essere lustrata alla perfezione. Gambe, seni, anche, mani, piedi, pancia, bocca, occhi, capelli, voce, atteggiamento, vestiti … Era sotto osservazione, Carlo le teneva ossessivamente gli occhi addosso per vedere come metteva le gambe, se la minigonna scendeva a pennello, se mostrava i denti quando sorrideva. Si sentiva un po’ come chi vive in un paese invaso, come se un soldato nemico esercitasse una sorveglianza su di lei. “Devi correggere tutti i tuoi difetti Adelina mia, devi cambiare modo di camminare,” le disse una volta.

“Ma come si fa a cambiare modo di camminare?” Sbuffò.

“Le modelle lo fanno,” rispose, “esercitati. Perché credi che facciano camminare le ragazze coi libri sulla testa? Devi essere eretta, aggraziata, far ondeggiare le anche molto leggermente, non camminare a passo di carica come fai tu, inconsapevole, noncurante del tuo aspetto, come un uomo, come un camionista”.

Adele non capiva lo scopo di tutto quello strazio. Confusamente intuiva che Carlo desiderava un’immagine, non lei. Era come se ogni suo movimento venisse fotografato, quasi fosse una costosa mercanzia che un gesto brusco, un’espressione trascurata potesse deteriorare. Ma non voleva ammettere che tutto era sbagliato in quella storia morbosa e tossica, anzi, pian piano, era diventata l’ombra del suo ragazzo, lo assecondava in ogni cosa mentendo a se stessa nell’illusione di tenere in piedi quel castello di sabbia che l’avvolgeva come una corazza.

Se solo avesse compreso in tempo quanto male lui stava per farle, se invece di un vago sgomento avesse potuto immaginare quale profonda ferita stava per infliggerle, ben piantata sulle sue gambe, sarebbe andata a cercare dentro di lei il gemito che già sentiva, l’avrebbe spinto su fino in gola, fino alla bocca, e l’avrebbe fatto uscire, possente come un uragano. Avrebbe lanciato un urlo feroce mettendo in fuga quel bel ragazzo dagli occhi verdi che credeva di amare.

E’ tutto talmente patetico, le viene voglia di urlare ancora adesso e soffiare sul tremolio delle candele attorno alla bara.

Esausta si appoggia allo schienale della sedia mentre il ricordo smuove l’aria e gli occhi le si chiudono. Vertigine l’anima l’afferra, la trascina in un antico abisso. Torna viva alla mente una sera rancida e tombale. Carlo: egoista, possessivo, nevrotico, sul punto di spegnere la luce dei suoi occhi, Carlo, una sera repentino alle sue spalle nella solitudine di una stradina buia dietro la chiesa di Sant’Anna.

Tutta una guerra d’unghie per difendersi. Ma lui le premette le braccia e le spalle giù contro il selciato. Di colpo lei smise di resistere e rimase immobile. Sopra di lei il viso arrossato e furibondo d’un estraneo. Puzza di sudore, di alcool. Le afferrò il seno sinistro e incominciò a succhiarlo con una specie di fame disperata e con innumerevoli sforzi per penetrarla. Adele guardava imbambolata quella faccia contorta selvaggiamente e premuta contro il seno, avrebbe voluto gridare aiuto, difendersi, ma le sembrava di essere stritolata dalla ruota di un camion.

“Ho un conticino da chiudere con te, mia principessa, e come sempre mi obbedirai ancora una volta. Ma se t’azzardi a dirlo a qualcuno ti giuro che t’ammazzo!” Gli sentì sussurrare nell’attimo stesso in cui la violentava. Il suo corpo bruciava annientato in quella stretta. Passarono momenti interminabili prima che Carlo allentasse la presa e fuggisse. Si sentì svenire. Quando ritornò in sé il chiarore delle stelle s’inabissava in una vertigine lenta e uno spicchio di luna arrampicava sopra un cielo chiaro. La sua pelle leggeva l’aria. Un dolore acuto al pube e alle gambe la teneva inchiodata al suolo. Riuscì a sollevarsi sui gomiti e a trascinarsi un poco e, anche se le stelle nuotavano assonnate verso di lei con le braccia tese, quel che credeva il suo ragazzo, là, in quella stradina, le aveva cavato gli occhi, le aveva rotto i timpani, l’aveva scuoiata, le aveva tagliato le mani, le gambe, le aveva torturato il ventre, le aveva mutilato il sesso. Fece uno sforzo immenso e si rimise in piedi, barcollando. E sempre quell’ondeggiamento del cielo, quella nausea insopportabile. Ogni movimento le costava una fitta terribile al pube. Il gelo nelle ossa le procurava brividi. Quando finalmente arrivò a casa, tutto era tranquillo, la madre era già andata a dormire.

Raggiunse il bagno, una piccola stanza pulita con l’odore delle saponette. Niente polvere negli angoli. Le sue dita scivolavano sulle piastrelle come sul ghiaccio. Lo spazio fra la vasca e il bidè, ecco il suo posto preferito quando dava sfogo alle sue fantasie per godersi qualche sprazzo di piacere solitario. Era lì che si rintanava e il rumore dell’acqua che faceva scorrere le portava una voce che era il tumulto del suo stesso sangue, mentre un’angoscia indicibile le nasceva dentro, un delizia terribile che si animava del movimento della sua carne.

Ma quella sera l’angoscia dentro di lei aveva un sapore diverso, era costituita da un mostruoso formicolio di immagini, di suoni, di odori, proiettati in ogni parte da una pulsione distruttiva che rendeva incoerente ogni ragionamento, assurda ogni spiegazione, inutile ogni tentativo di fare ordine. Si tolse i vestiti, affondò nella vasca. Le lacrime le stillavano dalle ciglia. Le lasciò scorrere mentre si insaponava con cura: il viso, le braccia, le spalle, la schiena, le gambe, in mezzo alle gambe. Lentamente le spalancò per guardarvi all’interno. Non è giusto, non è giusto! No, ma la vita non è quasi mai giusta, o buona, o niente. E’, e basta. Indossò una camicia da notte bianca come il latte e si avviò nella sua camera.

Solo a tarda notte cadde in un sonno profondo e privo di sogni, come se colasse a picco sul fondo di un pozzo, oppressa dal peso del mondo.

Dal mattino in poi subentrò uno stato di afasia e la completa rottura con ogni caratteristica della normalità. Giorno dopo giorno il suo corpo si allargò in misura spropositata. La sua obesità, supponendo che avesse operato una scelta psichica a riguardo, divenne una sfida per disporre di un maggior numero di chiavistelli nel pozzo da cui evadere, fiumi più profondi da cui salvarsi. Ciò le forniva una sorta di impulso rivoluzionario. Non sarebbe rimasta alcuna traccia della sua antica umiliazione, niente, in alcuna forma, nessun amaro residuo. Così mai nessuno sembrò accorgersi, nemmeno la sua migliore amica, della gravità di quanto fosse accaduto, men che meno sua madre: forse si rifiutava di pensare, di capire, per nascondere il terrore di se stessa. Pareva camminare sotto le arcate delle notti e dovunque passasse lasciava l’impronta delle cose spezzate. Perciò quel terribile segreto rimase un macigno ingombrante che si rifletteva negli occhi di Adele il cui retro (la camera obscura) rammentava il nero dello spazio cosmico nelle notti gelide d’inverno.

Anche il suo volto rimaneva impenetrabile. Il viso pieno le si gonfiava mentre mordeva l’angolo del fazzoletto per trattenere le lacrime e non ascoltare il suo sangue, soprattutto nei lunghi pomeriggi afosi quando le finestre trasudavano e il gatto si raggomitolava sul terrazzo all’ombra delle piante di quella grande casa dove due donne erano invecchiate come uccelli in gabbia, e dove le rose erano cadute dagli steli, e occhi ciechi di buio avevano fallito la loro missione di vita.

Si china ancora una volta a fissare il volto di sua madre.

La fiducia è quasi un mistero. Non si compera e non ha prezzo; non puoi dire: vendimene un tanto al chilo. Come dire che è una complicità da cuore a cuore; viene del tutto naturale, vera, con uno sguardo, forse, e il suono della voce. “Ma il tuo sguardo era sempre perduto nel falso sogno tranquillo, mamma, e la tua bocca amara come se masticasse carta”.

Sa che la morte può distruggere, e lei era già morta una volta, una sera maligna, tanto tempo prima, tra un crollare di speranze e di emozioni. Ma non può morire di nuovo per questa anziana signora che è sua madre, che merita pietà e qualche lacrima, non fosse altro per i denti, sospesi in un sorriso di porcellana nel bicchiere sopra il comodino.

Si sfila un anello e lo poggia delicatamente sulle mani incrociate di lei. Lo riprende in mano, scusandosi, e cerca di guardare il piccolo cerchio, ma non riesce a vederlo, i suoi occhi sono troppo pieni. Dalla bocca le esce un sordo profondo singhiozzo, si sente un demone o un fantasma, e poi le continuano a uscire altri singhiozzi e cerca di soffocarli anche se sua madre non può sentirla, come sempre.

? una storia vera liberamente ricostruita. Luoghi e nomi sono immaginari.

Il titolo è quello di una finissima silloge che raccoglie gran parte della produzione poetica del poeta lucano Vito Riviello scomparso qualche anno fa.

[L’immagine è tratta da qui]

3 pensieri su “Assurdo e familiare, di Rosa Salvia

  1. maria grazia

    quando leggi osenti allaTV storie di questo genere chi sono io per aver avuto una vita felice e nulla miè mai capitato di tutto ciò !anche la mia mamma era dolcissima! Mi fai pensare sto ringraziando abbastanza ilSinore?

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  2. Rosa Salvia

    Desidero ringraziare il nostro don Fabrizio per la scelta della foto (ahimè, ancora non ho imparato a postare foto e copertine), non solo perché il gatto è citato nel racconto, ma soprattutto perché il gatto dormiente rende benissimo l’idea dell’immobilismo esistenziale della protagonista di questa assurda vicenda. Ringrazio altresì la lettrice Maria Grazia per il suo commento così sentito. Rosa Salvia

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  3. leopoldo attolico

    L’immanenza della poesia nella prosa di Rosa Salvia , ovvero l’autonomia di una parola deliricizzata aggraziata e perentoria .

    Con tanti auguri di buon proseguimento
    leopoldo attolico –

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