
La lucina (Mondadori, 2013) è un libro misterioso e inattuale. La sua misteriosità si esprime in molti modi tra i quali quello di raccontare una storia impossibile da raccontare.
L’ inattualità lo rende non collocabile in qualche zona della geografia letteraria contemporanea..
Il romanzo postmoderno, che Moresco radicalizza e rovescia nei Canti del caos, tende a mettere in campo una sovrabbondanza, nelle trame, nei fatti, nei personaggi, nel montaggio stesso della scrittura. Questo libro asciuga, isola le figure, scolpisce in forme individuate (e in modo apollineo, nonostante la materia tragica) scegliendo come oggetto di focalizzazione il volo delle rondini, le lucciole, le picchiate delle vespe e delle api sui fiori, la parete di verde delle montagne, il cibo cucinato, il sonno, i lenzuoli, i rumori del bosco, il vento, lo scricchiolare della ghiaia e dei legnetti sotto le scarpe di un uomo che cammina, l’odore forte di gatto dentro una bottega, i movimenti nella casa determinati dal lavare, dal rassettare. Il che non impedisce certo a Moresco di prefigurare verso la fine, se ci si fosse dimenticati di una costante della sua prosa, una sorta di estinzione della specie umana come esplosione vegetale del pianeta.
Nella lettera che precede il libro, lo scrittore parla di una cellula staccatasi dal nuovo lavoro a cui si sta dedicando e che si intitolerà Gli increati. Spero di poterla leggere.
Questa nuova opera noi ovviamente non la conosciamo ma, se faccio un confronto con ciò che Moresco ha scritto finora, La lucina mi sembra più vicina come clima agli Esordi e alla parte che riguarda la vita nella grande casa e nel cascinale piuttosto che ai Canti del caos.
Nei Canti, lo squarcio, lo sbrego, il taglio, che si aprono continuamente ci fanno intravedere altro caos, altri squarci e sbreghi e nuove proliferazioni. Nei Canti ogni racconto si prende il suo spazio, fa sanguinare la scrittura e cede la mano a quel che viene in una specie di fuga entropica. Lo stesso registro epico che domina tre quarti del romanzo viene alla fine terremotato e distrutto.
La lucina invece ci mette davanti qualcosa che si ferma un po’ anche se votato a scomparire : nientepopodimeno che un bambino morto. E in questo senso mi pare che Moresco stavolta gratifichi il lettore con una presenza! Gratifichi senza consolare, visto come va a finire.
Questo percorso della narrazione si è saldato nella mia lettura con un vecchio racconto di Clandestinità, intitolato La buca, a cui ho subito pensato e che considero ancora una delle cose più belle di Moresco. Lì un bambino e un vecchio (gli stessi protagonisti, anagraficamente, della Lucina) interrogano una latrina, di quelle antiche, a buca appunto. In realtà, la scruta e la interroga il bambino, salendo e scendendo da una scala che non porta da nessuna parte. Perché sta letteralmente al centro della scena, perché è gonfia di cose diverse, quasi tutte disgustose, come le interiora, le parti immangiabili del cibo, gli insetti, i topi. Ma non tutto è così repellente. C’è per esempio un filo lunghissimo che il bambino tira, sottraendolo spasmodicamente agli escrementi, fino ad arrivare a un capo che è senza nulla, senza rocchetto, senza alcun tesoro.
Il bambino, espandendo un dato di realtà come capita nell’immaginazione, pensa che non solo la buca possa inoculargli dentro attraverso il pene e il getto dell’urina tutte quelle schifezze, ma fantastica che essa finisca per prendere tutto dentro di sé, perfino un guerriero saraceno vissuto più di mille anni prima nonché la madre appena morta di parto.
Alla fine del racconto, dopo un’altra morte importante, la buca canta e, per il bambino, parla addirittura. Ma non per noi. Solo per il bambino che vestito in estate di un minuscolo slip accosta l’orecchio alla latrina, ascolta e sussurra: “Sì mamma”.
Nella Lucina la buca madre ha partorito un bambino morto che appare come un vivo, l’ha messo di fronte a un uomo (quel bambino stesso invecchiato) che sembra debba riconciliarsi con un dolore immedicabile e sta lì per sparire.
La buca è gravida e continua a mostrare qualcosa degli inferi, del creato, della “poltiglia dell’increato” che comprende il piccolo cervello delle rondini folli e ipercinetiche, l’andatura di un grosso cane con le gambe spezzate, i sogni umani.
Un giovane studioso, Luca Cristiano, ha detto che la scrittura di Moresco è staminale. E’ molto bella come definizione, me ne approprio. Ma aggiungo di mio che questa scrittura staminale è una continua interrogazione della matrice e anche da qui deriva il suo senso di mistero, di attesa e di sospensione.

Ho atteso tre anni per leggere Moresco. Per alcuni versi scrive anche della mia vita. Vorrei conoscerlo per comunicare con lui. Lui scrive io disegno le metamorfosi degli umani dei loro corpi e delle loro teste