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da qui
Credo fosse l’assenza il motivo della regressione, del cedimento di strutture faticosamente allestite e collaudate durante l’epoca del seminario: l’assenza del mio amico prete, che giaceva nella sala di rianimazione dell’ospedale Sant’Eugenio mentre, in parrocchia, infierivano squali e sciacalli che avevano finalmente mano libera. E’ strano diventare sacerdote e ritrovarti subito alle prese con realtà più grandi di te e delle tue forze. Ero riuscito a farmi dare l’incarico di amministratore in un colloquio col segretario del Cardinal vicario, in cui spiegavo che se fosse stato nominato il viceparroco, arrivato da poco, avrebbe causato danni irreparabili. La conseguenza fu una vita impossibile, divisa tra incombenze pastorali – complicate dall’ostilità del collega e delle suore – e le corse continue sulla Cristoforo Colombo, dove sentivo ancora don Mario accanto a me, tremante e sanguinante, e mi chiedevo se esistesse un Dio in questo mondo di piromani e avvoltoi.
Cominciò la ricerca di gratificazioni secondarie, l’attenzione a ogni segno d’affetto o di interesse vero o presunto, una rete che ti avvolge lentamente, senza che te ne renda conto, fino a quando sei incapace di reagire. Il dolore, i timori, le tensioni, riaprivano ferite che parevano sanate e invece tornavano a bruciare, come don Mario in quell’infausta mattina di novembre, con la faccia grigia e la richiesta di andare in ospedale, come fosse normale che un pazzo scatenato lanciasse di traverso il suo fiammifero acceso, dopo aver cosparso di benzina il corpo del prete. Nella cappella rimanevano le tracce del fattaccio, e anche nelle chiavi, impregnate di fumo come se l’incubo volesse restarvi appiccicato.
Anche il mio corpo sembrava che bruciasse, cercando sollievo in uno sguardo, un abbraccio proibito, in cui m’illudevo di rimuovere la scena dell’ingresso in ospedale – ne è arrivato un altro? sento puzza di bruciato -, l’immagine dell’amico avvolto in bende come una mummia dell’antico Egitto, l’impressione insopportabile d’essere rimasto – così, senza preavviso, senza uno straccio di motivo – disperatamente solo.

(…)
Ma tu non mi parlavi
e le mie idee come ramarri
ritiravano la testa
dentro il muro, quando è tardi
perché è freddo, perché è scuro…
E ancora solitudini
e buchi per nascondersi…
E non si è soli quando un altro ti ha lasciato,
si è soli se qualcuno non è mai venuto
però scendendo perdo i pezzi per le scale
e chi ci passa su non sa di farmi male:
ma non venite a dirmi
adesso lascia stare
o che la lotta deve continuare
perché se questa storia fosse una canzone
con una fine mia
tu non andresti via.
Roberto Vecchioni – L’ultimo spettacolo
Se muoio sopravvivimi con tanta forza pura
che tu risvegli la furia del pallido e del freddo,
da sud a sud alza i tuoi occhi indelebili,
da sole a sole suoni la tua bocca di chitarra.
Non voglio che vacillino il tuo riso né i tuoi passi,
non voglio che muoia la mia eredità di gioia,
non bussare al mio petto, sono assente.
Vivi nella mia assenza come in una casa.
E’ una casa sì grande l’assenza
che entrerai in essa attraverso i muri
e appenderai i quadri nell’aria.
E’ una casa sì trasparente l’assenza
che senza vita io ti vedrò vivere
e se soffri, amor mio, morirò nuovamente.
Pablo Neruda
Ma era l’impressione…solamente l’impressione.
il Signore guida il mio cammino perchè mi stò abbandonando al suo volere
L’assenza non si colma con niente, nemmeno dopo un anno, nemmeno dopo tanti anni, quell’amore ti manca e basta, anche se gli esperti dicono che il lutto, qualunque esso sia, in qualunque veste si mostri, va elaborato, affinché non ci si senta mai “trafitti da un raggio di sole”. Non so quanto questo sia possibile, ma penso e spero, piuttosto, che attraverso quel raggio, si possa cercare e trovare luce necessaria per non sentirsi “solo sul cuor della terra” e soprattutto per discenere il vero dal presunto.
si
Intervista a Fabrizio.
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-20d9f927-5765-4914-84a7-fd7f7d89a75f.html?refresh_ce#p=0
ABBRACCI
Amore che divinamente ama oltre il peccato: “abbraccio proibito” all’albero piantato nel Paradiso terrestre, “felice colpa” :richiamo all’Amoroso Verbo-Gesù, soave redenzione che “grida di tornare; il luogo della pace imperturbabile è dove l’amore non conosce abbandoni”.
Amore inchiodato alla croce, annientato dalla passione “passano in Te morire e nascere/ Dio presente all’ordine e al disordine”, Amore, “Che mi risvegli in Te”, “allora dimenticherei i miei mali e il mio unico Bene abbraccerei”.
Tu rimorso e beatitudine dell’anima, onnipotenza d’amore: Padre santo, Figlio Amato, Santo Spirito, mio Dio Amore: divino abbraccio all’umanità.
Se appena frequenti una parrocchia dall’interno, non puoi non accorgerti che si tratti anche di un luogo in cui si combatte, a qualsiasi livello, una lotta di potere senza esclusione di colpi.
Non è facile riconoscere uno squalo o sciacallo di parrocchia.
Contrariamente allo squalo o sciacallo generico, quello di parrocchia non ammetterà mai di esserlo, pronto com’è a sospettare e riconoscere nel suo prossimo il vero malvagio.
Sconcerta immaginare che tali dinamiche possano essere avvenute anche sulla pelle ancora fumante di Don Mario.
Un giorno ho fatto tardi per andare alla “mia” chiesa a Roma e sono andata alla messa in chiesa vicino casa mia. La messa ha fatto un prete sulla carrozzina. Per la prima volta ho visto un prete sulla carrozzina che ha celebrato la messa. Il prete parlava con la voce bassa e io, mezzo-sorda e straniera, ho capito poco, però c’era una atmosfera di amore e pace. Poi, durante “Padre nostro” una bambina che stava vicino a me ha alungato la mano per stringermi per rimanere tutti uniti.Sono rimasta sorpresa e commossa: anche io? Mi veniva da piangere.
Poi ho racontato a miei vicini di casa che la messa ha fatto un prete sulla carrozzina. “Allora don Mario è tornato!- mi hanno detto- stava in ospedale perché uno è venuto da lui, l’ha buttato la benzina adosso e l’ha bruciato, perché don Mario ha celebrato suo matrimonio e come sua moglie è andata via da lui, è venuto vendicarsi sul don Mario”
L’accoglienza in chiesa mi ha fatto attirare,cominciavo venire più spesso qua. Ho conosciuto don Mario. Mi guardava e parlava con me sempre con un sorriso di accoglienza, pace e tranquillità, come ci fosse voleva cacciare via da dentro di me tutti miei dolori, sofferenze,pianto. Come ci forse leggeva dentro mio cuore. Come ci forse mi voleva dire: vivi! la vita è bella! esiste amore!
“Prega di più preocuparti di meno” Matteo 6.34
La solitudine è, o la si sente. Fa lo stesso. E’ ugualmente drammatica e penetrante, come se volesse avvolgere con quelle stesse bende asettiche, protettive, la vita, l’energia, le forze, le parole che vengono meno. Non ci sono persone, gruppi, luoghi che possono cancellarla, ma forse aiutano, nel tempo, a trovare uno spazio, a dare i confini di quella solitudine, lasciarla conoscere, sentirne il soffio, vederla come uno dei nostri volti.
L’impressione…. Contiene già l‘ intuizione del guardare oltre, per scorgere attraverso il velo dell’eclissi, la luce in arrivo, con quegli stessi occhi che già erano stati ricreati per guardarla.
Crepuscolo marino,
in mezzo
alla mia vita,
le onde come uve,
la solitudine del cielo,
mi colmi
e mi trabocchi,
tutto il mare,
tutto il cielo,
movimento
e spazio,
i battaglioni bianchi
della schiuma,
la terra color arancia ,
la cintura
incendiata
del sole in agonia,
tanti
doni e doni,
uccelli
che vanno verso i loro sogni,
e il mare, il mare,
aroma
sospeso,
coro di sale sonoro,
e nel frattempo,
noi,
gli uomini,
vicino all’acqua,
che lottiamo
e speriamo
vicino al mare,
speriamo.
Le onde dicono alla costa salda:
Tutto sarà compiuto
(Ode alla speranza, Pablo Neruda)
Quando la persona a chi vuoi bene sta male,anche tu soffri con lei, vuoi prendere suoi dolori sul se stesso, vuoi morire per lei, in cambio di lei