[youtube=https://www.youtube.com/watch?v=tEDJiNic-ec]
da qui
Nella solennità di Cristo Re, l’angoscia cresceva più che mai: mi chiedevo perché la liberazione tardasse ad arrivare. Mi tornavano in mente le parole dell’omelia della mattina: il potere di Cristo è il potere dell’amore. E se avessi dovuto imparare l’amore che va al di là di tutto, senza cedere alle istanze, pur legittime, del corpo e della psiche, per proiettarmi al di fuori di me stessa? Don Mario non predicava, in fondo, il superamento di se stessi? Ricorreva, quel giorno, l’anniversario del terribile attentato che gli permise di scalare le vette, per molti inaccessibili, della carità. Certo, lui era un santo: ma il suo insegnamento ci spingeva ad imitarlo. Se una cosa avevo appreso, nel periodo intercorso dal mio consenso al Progetto fino allora, era che accogliere la sofferenza, restare nonostante tutto – stabat Mater-, tra esplosioni di rabbia e momenti di speranza, era la sola garanzia d’ottenere un risultato. Non si deve pretendere d’essere perfetti. Devi avere più fiducia, mi dicevano spesso. Ci dev’essere un nesso indissolubile tra fiducia e amore, se Gesù ha realizzato i suoi miracoli soltanto in presenza della fede. La fiducia conduce all’amore, diceva Teresa di Lisieux, una che, sul tema, la sapeva lunga. Qual era il senso di un’angoscia così intensa? E a quale scopo avrei dovuto offrirla, esattamente? Lo ignoravo. Ancora una volta fu don Mario, con la sua presenza interiore, ad istruirmi: il suo problema sono le donne. Sentii risuonare nella mente le parole del mio direttore: mi spiegava che si consacra la vita ai sacerdoti per sostenerli in caso di fragilità, o supportarne la missione per cui Dio li ha interpellati.La fragilità, generalmente, è nella difficoltà a gestire il celibato, mi diceva.

Ho visto il titolo- “il suo problema” e mi venuto da dire- e io ho tanti problemi.
Ricordo un racconto:
Un pastore stava andando ad un congresso. L’autista aveva cominciato lamentarsi dei suio problemi in lavoro, famiglia,…
E pastore ha risposto- conosco un posto dove nessuno non ha problemi, questo posto è cimitero. Vorresti andare là?!
La vita è fatta per vivere,per gioie, dolori, tentazioni, soddisfazioni,.. E’ la vita.
“Non si deve pretendere d’essere perfetti”, ma si dovrebbe cercare di fare tutto in modo migliore che si può.
Per tanti anni pretendevo da me stessa- non posso sbagliare. Tutti potevano fare errori nella vita, ma io no. Ma questo modo ti mette in angoscia, ti fa stressare.
Se cadi, ti alzi e andrai avanti. Meglio così.
Restare nonostante tutto.
Questo è l’elemento fondamentale. Solo “restando” si può scoprire quanto valiamo.
..
prova
Pare proprio che oggi abbia qualche problemino tecnico anch’io, non riesco a postare quello che vorrei.
Pazienza.
Il segretario di Stato, l’arcivescovo Pietro Parolin, nunzio apostolico in Venezuela, rispondendo a una domanda del quotiano «El Universal» ha specificato:” il celibato sacerdotale non è un dogma della Chiesa e se ne può discutere perché è una tradizione ecclesiastica”
http://www.youtube.com/watch?v=rr7rwYA8WBI
“Anche i preti potranno sposarsi”
La fragilità, generalmente, è nella difficoltà a gestire il celibato
Una fragilita’ facile da comprendere, una rinuncia grande, la quotidianita’ e’ fatta di dolori e gioie che si ha il bisogno di condividere in un abbraccio o una carezza piu’ terreni. Per molti versi e’ una regola giusta ma certamente molto difficile.
IL SUPERAMENTO DI SE STESSI
Se si potesse uscire dalla nostra incarnata fragilità e finire, anima e sensi, dove ancora brucia “il roveto sacro”! Non siamo che terra, e l’Amore al di là dei cieli, chiede il superamento della nostra miseria mentre ci sentiamo soli contro l’urto delle guerre interiori a “cantare la nostra impotenza”. Forse nascosto, attende che l’anima riposi nella sua compassione e si lasci guardare, perdonere, amare, perchè, quanto è da Lui dissimile, trovi di rispecchiarsi nella sua bellezza e si riaccenda quanto ha posto di Sè nell’essere, Amore, forma del mio desiderare, “principio cui ritorniamo”: grembo per il quale siamo stati creati, Paradiso divino da abitare già d’ora: poiché “a chi cerca e bussa con fedeltà è dato trovarsi all’improvviso”.
La carità. Praticamente, l’ottomila metri dell’amore. Si inizia a cercare la via di salita, magari, la meno difficile. Ma ecco, un percorso obbligato: visto dal basso, è una ferrata impossibile, spaccacuore, con più difficoltà. Buona regola nelle salite, almeno partire con meno pesi possibile, come il dolore paraocchi, cupo, o certe insicurezze “chiuse“, che non fanno comprendere le esigenze, i bisogni a volte totali dell’altro, e per scoprire e accogliere la fragilità anche di chi sa camminare sui pezzi di vetro.
DIVAGAZIONI SEMISERIE SUL TEMA
… che poi tutta questa storia della castità dei preti, a me sembra solo “contro natura”. Non per forza sbagliata, ma certamente diversa dal canone naturale, proprio come tutte le pratiche duramente contestate dalla Chiesa: la contraccezione, l’omosessualità e la più innaturale di tutte, l’interruzione di gravidanza.
E’ probabilmente il più banale, ma viene spontaneo il paragone con il cibo: un sacerdote mangia. Certo, un sacerdote obeso, se non ha una malattia metabolica, lascia pochi dubbi sul proprio prevalente se non esclusivo attaccamento al piacere terreno.
Una capacità che una persona religiosa dovrebbe saper sviluppare, facendone motivo di esempio per tutti, è certamente quella della moderazione, del sapersi controllare, perfino, ma non necessariamente, della capacità di saperne fare a meno e dell’astinenza.
Pur in questo contesto, però, resta il fatto che un sacerdote mangi e che, anzi, debba mangiare; e, a mio parere, che debba saper mangiare di gusto, provare piacere, saper apprezzare la bellezza e la bontà che gli viene offerta.
Il presupposto che non condivido è l’assunzione del concetto di “piacere” come automatico elemento di interruzione di una dimensione spirituale, di impedimento per un’elevazione a sentimenti superiori.
In questo la religione rappresenta la massima concentrazione di contraddizione. Si potrebbe credere, ad esempio, che il capodanno o il carnevale rappresentino l’eredità di antichi riti pagani che la Chiesa, in tanti secoli, non sia riuscita a sconfiggere. La loro origine ed essenza, invece, è quanto mai religiosa. Chiunque è in grado di comprendere che carnevale e quaresima siano un’unica cosa, che solo consentendo un momento di liberazione si possa indurre ad un bisogno di espiazione e contrizione. Ad un agnostico non sarebbe mai venuto in mente, non avrebbe alcuna necessità di inventare il carnevale.
Ma tornando al paragone iniziale, è ovvio che cibo e sesso presentino tuttavia delle implicazioni ben diverse; il secondo, infatti, implica anche un contatto diretto con un altro essere umano e, di conseguenza, nella nostra società, il presupposto di un coinvolgimento di sentimenti.
A questo punto devo dire di non condividere un altro grande tema; quello per cui l’alternativa alla castità sia unicamente il matrimonio. Posto che un prete debba essere di tutti e non appartenere ad un unico essere umano, quella moglie siffatta finirebbe col rappresentare poco più di una perpetua alla quale fosse assegnato anche il triste compito del soddisfacimento dei bisogni corporali. E poi, che senso avrebbe per un prete ritrovarsi coi medesimi problemi di tanti mariti, alle prese con mogli svogliate e prive di stimoli.
Molti hanno sempre pensato che nella Chiesa il problema, sebbene non chiarito ufficialmente all’esterno, fosse più o meno pacificamente risolto al proprio interno. Non sarebbe il primo e nemmeno l’ultimo degli elementi di ipocrisia proposti dalla Chiesa, che l’attuale Papa sembra finalmente voler smascherare e combattere.
Ma se esistessero espedienti interni segreti, probabilmente non avremmo assistito (o in minor misura) ad alcuni “spiacevoli inconvenienti” in cui purtroppo è incorsa la Chiesa, a cominciare dai molti casi di deriva verso la pedofilia.
Non voglio tirarla troppo per le lunghe, anche perché mi pare chiaro che non possiedo soluzioni. Ho scritto solo ciò che i miei sentimenti mi hanno spinto ad esternare. E gli interessati sappiano che il mio sentimento prevalente, su questo tema, è quello della solidarietà.
Se penso al sacerdote penso all’uomo disponibile h24, alla sua missione verso il bisogno, la sofferenza, l’uomo al quale si racconta ognuno la propria morte, l’uomo che prega per tutti, la mano tesa ogni volta che si bussa alla sua porta, il sorriso che ridà fiducia, la carezza di Dio che arriva attraverso di lui e si posa laddove il sole fatica a splendere. Se penso al sacerdote penso all’uomo che vogliamo tutti sempre lì, per un matrimonio o un funerale. Poi penso al sacerdote che vive le sue difficoltà, le proprie angosce, lui che per tutto il giorno raccoglie sensazioni e scrive a Dio delle proprie, dispensa consigli e assoluzioni mentre cerca anche lui risposte ai suoi interrogativi,- perché, forse, di domande ne avrà anche lui da fare?!, – ai momenti in cui è possibile che si senta solo o semplicemente stanco. Se penso al sacerdote, penso anche all’uomo. A lui si chiede sempre, ma lui non chiede mai.