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da qui
Successe di tutto, nel breve tratto da casa mia alla chiesa: arrivai al parcheggio reduce da un incidente, con lo specchietto retrovisore penzolante che batteva sulla fiancata ammaccata della macchina. Non ero a mio agio: cosa avrebbe pensato? Parlai di getto, non avendo preparato nulla: sintetizzavo in qualche modo la mia storia, inclusa la frase sibillina. Hai un’idea di cosa possa voler dire? E’ difficile da interpretare, mi rispose. Se ti viene in mente qualcosa, fammelo sapere.
Pensai che avrebbe potuto dimenticare le parole esatte della frase: d’istinto, estrassi il biglietto dalla tasca dei jeans e glielo misi nelle mani. Era un po’ reticente, ma lo prese. Adesso mi sentivo più leggera! Ero convinta che lo avrebbe cestinato, poiché aveva reagito, così mi pareva, con totale indifferenza. Tornai a casa con l’auto distrutta, ma felice: avevo compiuto fino in fondo il mio dovere, tutto il resto dipendeva da lui. La curiosità sul senso della frase non si era mai attenuata: continuavo a sperare che lui potesse fornirmi qualche lume. Non attesi troppo: la sera stessa, o il giorno dopo, mi arrivò una e-mail: penso che potrebbe riferirsi a me. Si confermava l’ipotesi del mio direttore, secondo cui don Mario mi affidava il compito di accogliere quanto il Signore avesse prospettato, offrendolo per aiutare il sacerdote nel suo punto più debole, il rapporto con le donne. Il senso di una vita consacrata ai preti diveniva più chiaro e si faceva più concreto. Mi venivano in aiuto le parole rivoltemi dalla mia guida: la tua vocazione si inserisce all’interno della Chiesa, come sostegno al celibato. Già, il celibato. Ebbi modo di parlare con diversi consacrati, che confidavano le difficoltà nel vivere questa dimensione. Alcuni di loro mi descrivevano nei particolari le modalità seduttive messe in atto dalle donne, più o meno consciamente.

La seduzione non è per il luogo del desiderio. E’ quello della vertigine, dell’eclissi, dell’apparizione e della sparizione.
Jean Baudrillard
“penso che potrebbe riferirsi a me”
Penso che ogni biglietto rosa, ogni messaggio nella bottiglia incrociato e raccolto nella strada della vita “potrebbe riferirsi a me”, se letto e accolto con il desiderio di migliorare il proprio cuore. Anche il Vangelo è un messaggio che parla a tutti, e a ciascuno guarda negli occhi.
“Pensai che avrebbe potuto dimenticare le parole esatte della frase”
“L’amore è breve, dimenticare è lungo.”
Pablo Neruda
Ebbi modo di parlare con diversi consacrati, che confidavano le difficoltà nel vivere questa dimensione.
Sono convinta che quella del celibato sia una scelta per alcuni versi opportuna ma certamente molto difficile, credo anche che a supporto di questa scelta non sia possibile utilizzare precauzioni come il filtro dei contatti con il mondo esterno, il sacerdote è chiamato all’evangelizzazione e quindi al rapporto con l’altro. L’accettazione del celibato non può allora che basarsi su forti convinzioni personali e sulla preghiera nella speranza che le modalità seduttive cedano il posto al rispetto dell’abito e della scelta fatta.
Ho trovato i precedenti commenti particolarmente interessanti e pertinenti. Io voglio soffermarmi su quella vocazione “inserita all’interno della Chiesa, come sostegno al celibato”. So quanto possa essere riduttivo avere la pretesa di rapportare sempre tutto alla propria esperienza personale. Eppure, io credo avessi del talento, anzi più di uno, molti, tranne quello del coraggio o della forza di volontà o semplicemente della capacità di saper puntare tutto su di essi. Ad un certo punto della mia vita ho preferito convincermi che la mia vera attitudine fosse quella di stare dietro una scrivania e che svolgere il mio normale lavoro con quel pizzico di fantasia e di intelligenza in più di cui ero stato dotato fosse il massimo che, su questo versante, la vita potesse riservarmi di buono. Le vere soddisfazioni le avrei cercate altrove. Devo dire che quando giunsi a questa conclusione e mi accomodai in questa dimensione mentale, provai un gran piacere, sentendomi finalmente rasserenato. Si trattava certamente di una condizione utile, consona, tuttavia, che potesse rappresentare la mia “vocazione” questo no, non l’ho mai pensato. E se qualche “guida” mi avesse spronato ad abbandonare qualsiasi altra velleità, per ritirarmi, per accontentarmi, non credo l’avrei ringraziata per aver consigliato il mio bene.
Naturalmente, lasciando il mio ambito personale, so bene di offrire giudizi su contesti per me pressoché sconosciuti. Per puro istinto e intuito, però, credo che il protagonista di questo romanzo dovrebbe considerare la propria vocazione sacerdotale un punto di partenza e non di arrivo, e soprattutto un mezzo e non un fine; se, cioè, apparteniamo ad un disegno e nulla accade per caso, il fatto che alla propria consacrazione abbia fatto seguito la morte di Don Mario, è qualcosa di più di un segno. C’è un’enorme eredità da accogliere unicamente sulle proprie spalle.
Forse, raccogliere la vera eredità consisterebbe nel partire e protrarre il cammino fino al segnale che dica: ecco, questo è il luogo dove costruire una nuova chiesa, un nuovo centro per i giovani e far sì che attorno a te si stringa una nuova, grande comunità. Ma questo vorrebbe dire non rispettare se stessi e i propri talenti. Allora, più semplicemente, è giusto mantenere vivo quanto Don Mario ci ha donato nel luogo dove lui lo ha realizzato, facendo fare in modo che quell’eredità non si disperda. Forse, il vero compito di quel sacerdote è continuare, proprio in quello stesso luogo, a edificare, perché tutto il mondo possa ora venire a conoscere il messaggio di Don Mario. Fare di una parrocchia di periferia una nuova Assisi, una nuova San Giovanni Rotondo, questa mi pare una bella vocazione. E se il talento è la scrittura, l’approfondire i testi sacri e saperli raccontare, allora che lo scrittore e il predicatore diventino un nuovo Giotto, un nuovo Rupnik.
Che si lascino pure i sacerdoti alla loro personale, naturale, vana battaglia per la difesa del celibato.
“Successe di tutto,nel breve tratto da casa mia alla chiesa” – cioè tutto diceva di non andare là.
Scusate dal mio cinismo, però a me, queste interpretazioni- cosa chi vuoleva dire con questa parola o con gesto- mi fa ricordare un film: c’era un uomo che si stava portando dietro (non sono riuscita capire bene che cosa era) un tipo di antenna di acciaio con qualcosa attaccato sopra; girava per mezzo città cercando una persona, poi era entrato in un posto dove c’era la mostra di arte moderna; stanco, appoggiato suo carico, si è messo seduto. Tra fra tempo c’era un gruppo di turisti a visitare la mostra, tutti si sono fermati davanti questo strano oggetto e la guida imbarazzata non sapendo che cos’è, perché non aveva scritto nel suo programma, comunque ha dato sua interpretazione come uno di capo lavoro nel questa mostra.
Interpretazioni? Sempre possiamo trovare, tutte che vogliamo.
A me non sta a cuore che un prete sia celibe o sposato, ma che sia santo.
Altra cosa è parlare del celibato come dimensione profetica per il regno: “voi avete cominciato ad essere ciò che noi tutti un giorno saremo” (S.Cipriano) nel paradiso, dove non ci si sposa ma si ama, o ancora nella dimensione dell’evangelizzazione , dove si attua, una fecondità spirituale: “sono io che vi ho generati a Cristo” (1 Cor. 4,15), comunque il sacerdozio, è quella condizione “misteriosa che porta agli estremi della natura, agli estremi dei sentimenti, ai confini del mondo”.
Sacerdozio: sigillo di Dio che chiama ad una straodinaria santità: corpus domini nelle sue mani: “dove la stessa vita si condenza e il suo sangue è vino profumato”.
Vivere faccia a faccia con Colui che è Amore, “che mi vede, vedi me che non ti vedo”, e amare, per questo si dirà beato, e poi cercarlo con ogni desiderio, con ogni speranza racchiusa nella sua attesa e trovarlo in ogni abbraccio, in ogni respiro nel vivere e nel morire, e “nel grande piangere sulla pietra dell’altare al mattino nell’offerta della tua fragilità”.
Essere consacrato a Cristo, “oltre ogni previsione, le parvenze e i fatti”, è fare di Cristo: l’Assoluto.
@F
Ho molto apprezzato il suo commento, in particolare condivido molto sulla prima parte.
Per il finale invece protendo piu’ per la natura umana e divina dell’uomo, il perdersi per poi ritrovarsi.
@ ema
grazie,
preghiamo per queste vocazioni divine.
Il celibato. Un dono, un sacrificio, offerto al Signore con difficoltà più o meno grande, quando, talvolta, gli ambienti esterni sono solo bancarelle in un mercato di tentazioni / seduzioni, circostanze non cercate, occasioni propinate messe lì, a demolire o provocare con astuzia quegli “abiti intriganti”. Momenti in cui solo un burqa salverebbe la situazione. Non credo, però, sia sempre così. Infatti, se da una parte sicuramente sono tanti e certi i casi di donne frivole e scollacciate, che non vedono il confine fra la minigonna e un abito ecclesiastico, che non conoscono il rispetto, che vanno oltre ogni limite del buon senso, fino a raggiungere l’estremo, dall’altra credo si possa considerare ordinario il fatto che la donna stringa un rapporto di semplice amicizia con il sacerdote, senza che le vengano appiccicati addosso appellativi mediocri. Vero, il sacerdote è anche un uomo, con i suoi alti e bassi e anche i suoi limiti, senz’altro tirato fino in fondo, quasi sopraffatto dalla folla che lo strappa per una confessione o per sopravvivere alla fame del giorno, dalla necessità e dal desiderio della preghiera, dai saluti dei parrocchiani che fanno delle sue parole delle vere e proprie pillole di benessere, dalle chiacchiere volgari delle sgallettate e da quelle di chi vede il male anche dove non c’è, dalle pacche sulla spalla dell’amicizia che desidera solo condividere insieme qualche momento di vita. In tutto questo viavai dei minuti così fitto, è possibile che la stanchezza prenda il sopravvento e che il discernimento, a quel punto, diventi davvero difficile, se non altro molto faticoso. Sono certa, comunque, che una dose spessa di sensibilità, rispetto e comprensione da parte di chi è dall’altra parte dell’abito non debba mai mancare. A prescindere.
La voce femminile di questo romanzo mi ha ricordato Flaminia di “Salva l’anima”. E a questo proposito l’autore scrive nel romanzo: “Flaminia, la Chiesa degli ultimi tempi, di cui è impossibile contemplare il volto ma che trasmette fin d’ora il suo messaggio: l’anima si salva affidandosi a una luce che brilli nelle notti di sereno (…) abbandonandosi al cuore del suo cuore; perché il segreto è trovare il vero io.”
Pertanto mi ha fatto pensare al ruolo della donna all’interno della Chiesa, ma anche a come le donne vedono se stesse.
Non entro nel merito né del celibato né del sacerdozio femminile, onestamente non saprei cosa dire. Però penso che se la Chiesa si fidasse un po’ di più della donna e la smettesse di tenerla a distanza, anche la donna potrebbe avere qualcosa di interessante da dire o proporre per il rinnovamento della Chiesa.
Il rapporto uomo/donna al’interno della Chiesa secondo me non dovrebbe essere visto unicamente nel senso del celibato, ma nella direzione di una collaborazione costruttiva.
Detto questo però pure noi donne dovremmo cominciare a guardare a noi stesse attraverso i nostri occhi e non soltanto attraverso gli stereotipi maschili, per esempio mi riferisco a competizione e seduzione. Si può dire? E che palle!
Insomma, spesso ho il sospetto che l’unica e vera rivoluzione del secolo scorso, quella femminile, abbia agito soltanto in superficie e non a livello culturale, pertanto più profondo e duraturo. Chiedo scusa se sono andata fuori tema.
Si dice che la donna per uomo è fatale, è suo accoramento, però è anche vero che uomo è triste senza una donna (e donna senza uomo),è vero che uomo ha bisogno di una donna (come donna ha bisogno di un uomo), perché lei sa riempire suo vuoto, è il suo pezzo mancante nella vita, è la sua metà.
Non so perché la gente spesso è sospettosa, sempre cerca “qualcosa di sotto” nascosto, raramente prende le parole così come vengono pronunciate. Spesso sospettiamo che sotto di qualche frase è nascosto qualche strano motivo, che con queste parole voleva dire qualcosa diverso.
Ricordo anni fa, a scuola media c’era la verifica di matematica; nessuno di noi non ha fatto un esercizio, perché si sembrava troppo facile e ogni uno di noi cercava “il trucco” di questo compito. Ma in realtà questo esercizio era così- facile da risolvere.
Uguale con la vita- spesso perdiamo la bellezza di semplicità aspettando e cercando i problemi.
Ma è anche vero, che tanta gente ha paura di dire direttamente questo che vuole, e fa “giro in tondo” per arrivare al tema.
Credo che il biglietto rosa che Gesù consegna ad ognuno di noi, laici o consacrati, piccole e grandi vocazioni, sia quello di un amore salvifico che, senza cedere alla tentazione del giudizio e dello stigmatizzare, insegna a superare noi stessi in favore dell’altro, a correggere dei comportamenti, e ad individuare ciò che al meglio possa favorire un grande progetto di liberazione degli individui, lo stesso progetto con cui Gesù ha guarito, elevato e voluto con sé, le donne.
In questo senso penso che il celibato – al di là di quanto possa essere discutibile o meno – allo stato di fatto abbia il contenuto di una promessa, di un’offerta fatta per amore, e sostenerlo sia una forma di complicità nel bene di quel progetto.
Credo anche alla costruzione di rapporti improntati a una sana affettività, che può colmare di tenerezza il percorso sia del pastore che del fedele. Tenerezza di cui l’attuale Pontefice è un gioioso portabandiera, e che “consente di apprezzare la bellezza della creazione senza volerla possedere o manipolare. La personalità di Gesù godeva chiaramente della presenza benefica e rassicurante di una tenerezza matura”. (Fabrizio Centofanti, Le parole della felicità).
Il celibato, da sempre ho cercato di capire le cose andando alla radice, e qual’è la radice del celibato dei sacerdoti? che la concezione del rapporto carnale è qualcosa di male, incompatibile con la consacrazione eucaristica? che la partecipazione del corpo nella vita di un sacerdote è indegna del suo ministero? in una notte, per decreto carolingio, i preti sposati dell’occidente cristiano dovettero decidere se rimanere nel clero, ripudiando moglie e figli, o lasciare la loro casa, la parrocchia, e andare nel mondo senza un lavoro o uno status. non fu dunque una consacrazione il celibato. Nel monachesimo il celibato è protetto, dal cenobio o dall’anacoresi, la vita monastica si svolge fuori dal mondo e consiste a tutti gli effetti in una morte, dunque il corpo non vi ha che una parte relativa e tende a minimizzarsi, non potendo scomparire. I preti celibi oggi devono portare due croci, il celibato in se stesso, e un mondo che sopravvaluta l’attività del corpo e non fa altro che promuoverla, fino all’illecito più innaturale e questo non coinvolge solo la vita dei celibi, ma anche di chi è sposato, a causa dei desideri smodati che lo spirito del mondo ci suggerisce. Credo che sia un tema da affrontare, con molto discernimento, e amore.