House of card e Orange, le storie sul web per la rivoluzione di Netflix

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di Massimo Cerofolini

Fino a qualche anno fa, la medaglia che vantava era quella di aver messo in ginocchio Blockbuster con i dvd a noleggio consegnati a domicilio. Poi è passata sul web, prima offrendo un catalogo di film, musica e videogiochi da seguire in streaming on demand, su richiesta, poi producendo in proprio alcune delle serie televisive più belle e acclamate degli ultimi anni: per esempio, House of cards, con Kevin Spacey, Arrested Development e Hemlok Grove, nominati agli Emmy Awards del 2014, dove hanno vinto tre importati riconoscimenti.
Non era mai successo che il maggiore premio mondiale per la tv finisse a un’azienda che produce fiction soltanto per il web. Ma l’avanzata di Netflix, colosso dell’intrattenimento su internet che negli Stati Uniti raccoglie quasi 40 milioni di abbonati con un catalogo di 50 mila titoli, è anche il segno di una trasformazione profonda che investe il mondo del racconto. E non solo perché sposta il baricentro della visione dallo schermo televisivo a quello del computer, del tablet o del cellulare. Con tutte le ovvie conseguenze in termini di velocità di fruizione e capacità di interagire e commentare le storie insieme ad altri appassionati. Ma anche perché il modo in cui la compagnia americana propone la sua offerta modifica l’esperienza del telespettatore di fronte allo sviluppo della trama e dei personaggi.
In che modo? Tanto per cominciare, il successo di Netflix non viene dai film, ma dalle serie tv, ormai applaudite come la grande lente di esplorazione dei nostri tempi. Per la qualità eccellente di scrittura, regia e recitazione. E per la durata, che da una parte consente di vedere un episodio in 20 o 45 minuti, contro i 90-120 minuti del cinema, dall’altra si dilata lungo una stagione con dodici, venti, ventiquattro puntate, che si susseguono anno dopo anno, creando una consuetudine e una crescita che avvicina i personaggi a quelli della vita reale. E una delle ragioni che hanno decretato il trionfo di Netflix è proprio la possibilità di abbuffarsi di programmi, con le tipiche maratone da divano del fine settimana, grazie anche a un tasto che automaticamente fa partire l’episodio successivo a quello appena visto. Senza bisogno di aspettare come si fa con il palinsesto delle tv.
In parole povere, una forma legale, a 10 dollari al mese, per avere a disposizione ciò che da noi si può solo scaricare dalla rete violando la legge. Dalla pagina del sito, non accessibile purtroppo dall’Italia, scorrono una trentina di proposte con titoli del calibro di Breaking Bad, 30 Rock, Twin Peaks, Dexter, The X-files, Doctor Who, New Girl, Mad Men e tanti altri. Ma è soprattutto con le serie che da un paio d’anni l’azienda ha deciso di produrre che si comprende come questa operazione sia destinata a incidere sul nostro gusto narrativo. Sono storie che rispecchiano le contraddizioni più aspre e irrisolte della nostra epoca. Storie dirette e senza pregiudizi di alcun tipo.
Due in particolare, quelle che vale la pena di segnalare. La prima è appunto House of cards. Al centro, un politico democratico ambizioso e privo di scrupoli, capace di strategie, vendette e doppiezze di ogni tipo per scalare la piramide del potere a Washington. Interpretato da Kevin Spacey, con Robin Wright e Kate Mara, House of cards scruta senza pietà nel cuore delle debolezze umane, della capacità di manipolare gli altri, di sacrificare la bellezza degli affetti per inseguire le poltrone che contano. Gli ingranaggi del potere, i voltafaccia, gli accordi sottobanco sono svelati uno a uno, così come l’ipocrisia delle apparenze, le maschere per una foto da esibire, per un voto da portare a casa. Nessuno sembra salvo dall’analisi spietata che ne fanno gli autori (Michael Dobbs e Beau Willmon). Nessuno è ciò che sembra agli altri. E gli unici frammenti di umanità sono nei respiri del racconto. Quando si intravedono le voragini, i deserti d’amore, che precipitano gli uomini e le donne nel bisogno di dominare il prossimo.
L’altra ottima serie firmata da Netflix è Orange is the new black, un po’ commedia e un po’ dramma, che racconta le vicende di Piper Chapman, una giovane newyorkese dalla vita agiata che, alla vigilia del matrimonio, si trova catapultata in un carcere federale femminile, per un reato di droga commesso molti anni prima. Dovrà scontare 14 mesi in compagnia di detenute dalle storie estreme: afroamericane senza denti, ispaniche obese e violente, tossiche, lesbiche, un transessuale seduttivo, una mistica folle, secondini maniaci, un campionario di umanità sul bordo del baratro. Tratto da una storia vera e scritta da Jenji Kohan, la serie affronta i temi duri del carcere, dell’omosessualità, del razzismo, della violenza e della speranza. Con coraggio, ironia e un sottile, liberatorio cinismo.
Facile immaginare cosa succederebbe se in Italia osassimo scrivere una fiction da prima serata capace di smascherare lo squallore degli scambi di potere della nostra politica o di raccontare le disperazioni dei luoghi carcerari: interpellanze parlamentari contro la denigrazione delle istituzioni, proteste degli agenti di custodia per leso prestigio, denunce del Moige per l’immoralità delle scene. A metà dell’anno, Netflix dovrebbe sbarcare nel Belpaese. Ma forse, qui da noi, meritiamo ancora don Matteo e i Cesaroni.

2 pensieri su “House of card e Orange, le storie sul web per la rivoluzione di Netflix

  1. V.O.T.

    E’ la differenza fra la spietata realtà e il buonismo dello struzzo che mette la testa sotto la sabbia. Affrontare di petto o raggirare in una finta democrazia che indora la pillola ma comunque manipola il cervello tramite l’informazione e la creazione di status symbol.
    Nonostante tutto continuiamo a raccontare le favole nel bel paese, a fare i perbenisti, a scandalizzarci per nulla e a crescere i figli come bamboccioni più che per riparare loro dalla crudeltà della vita, noi stessi dal difficile compito di educare ovvero tirare fuori. Non è forse più facile vivere nell’illegalità che nel legale a basso prezzo? Vuoi mettere il brivido e la terribile convinzione che “è sempre meglio fregare che essere fregati”?
    Grazie signor Cerofolini, lei ha sempre la capacità di entrare nelle piaghe con tatto, partendo da un sillogismo e guardare avanti nella scienza come nelle varie realtà, proiettabili nel futuro, smascherare la falsa ideologia e insegnare che la vita non i vive guardando lo specchietto retrovisore.
    La seguo da tempo, Il viaggiatore, Eta Beta, Radio Europa, e l’ho apprezzato anche come autore di miniserie televisive come Il generale Dalla Chiesa e altro. E grazie ancora perché seguendola ho conosciuto questo blog e don Fabrizio che sto apprezzando lentamente compatibilmente con il tempo che non ho.

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  2. bardamu61

    Grazie per le sue gentili parole, ma giro i meriti alla libertà di pensiero e all’ispirazione sincera che ha sempre animato don Fabrizio. Un saluto, MC

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