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da qui
Al sacerdote che mi era stato affiancato la prospettiva che collaborassi con il religioso infastidiva molto. Capiva il vantaggio di una preghiera condivisa, ma nonostante ciò la cosa non riusciva a digerirla. Sapeva della nostra amicizia: era questo il problema? La gelosia non era lecita in un rapporto come il nostro. Cosa avrei dovuto dire riguardo ai suoi coinvolgimenti?
Il nostro era un rapporto inusuale: catapultata nella sua interiorità, nelle pieghe nascoste del suo cuore, attraverso le luci ricevute in preghiera, dovevo condividerle con lui, e lui con me. Intimità forzata, pesante per entrambi; l’unico motivo per andare avanti era fidarsi che tutto provenisse da Qualcuno che sapeva il fatto suo. I frutti arrivarono, del resto, e ciò fu per noi fondamentale.
Avevo fatto esperienza, nel passato, di un Dio originale, che pur di centrare i suoi obiettivi era disposto ad uscire dagli schemi; un Dio capace d’inventarsi nuove strade, per salvare più persone possibile, senza violare la sana tradizione. Ci teneva al sacerdote dai carismi vivaci, che riempiva la chiesa come pochi. La scrittura era un altro talento con cui raggiungeva una miriade di persone. Insomma, un mezzo potente: il Signore lo amava e contava su di lui; il nemico, come sempre, si opponeva, facendo leva sulla debolezza, e servendosi di quante, più o meno consciamente, assecondavano la sua fragilità, o addirittura la esaltavano.
L’impresa era gravosa: si toccavano con mano i propri limiti e l’incapacità radicale di trascenderli, nonostante la retta intenzione, l’impegno e la preghiera. Mi sforzavo di uscire dallo stato in cui ero entrata attraverso la mia offerta, ma senza risultato. Ciò che m’era chiesto, oltrepassava la mia capacità di donazione, per cui vacillavo con frequenza.
Attendevamo con ansia l’intervento della Grazia: era forse un invito all’umiltà che, come Teresa d’Avila sostiene, sta nella coscienza di sé, del proprio nulla, e nella giusta cognizione della grandezza del Signore.
Avevamo bisogno di liberazione, per poter finalmente decollare e vivere la gioia balenata all’inizio della storia – col biglietto di colore rosa -, ma rimasta sommersa e soffocata sotto la polvere battaglia.

IL PERCORSO
Tre passi in avanti
e tre indietro di nuovo
mille volte lo stesso percorso
Seimila passi
La passeggiata di oggi
mi ha stancato
Forse perché
misuravo i passi
Ora sto fermo
ma domani
comincerò a camminare all’inverso
(La varietà abbellisce la vita!)
E un’altra cosa penso:
se faccio i passi più corti
quattro a quattro potrò misurarli
Sì l’ho pensata bene
Il percorso diventerà più bello…
A. Panagulis
“Un Dio che esce dagli schemi” sembra domandare:
“Che vuoi che ti faccia? ”
“Ti volgerai e avrai misericordia di me” (S.Agostino)
Nel suo cesto, la vita ammucchia di tutto: sentimenti, malattie, gioie, situazioni difficili e tanto altro. Vorremmo lasciare lì dentro ogni male, ogni dolore e cogliere solo carezze, seppure piccole; le cerchiamo dappertutto, rovistando giorno e notte, attraverso gesti inaspettati, parole sincere, silenzi eloquenti, da ricevere e donare, disinteressatamente, con il solo intento di scrollare anche un solo granello di polvere che le battaglie quotidiane producono senza sosta. Polvere che si infiltra e si posa ovunque, anche sopra la preghiera che, seppure scalcinata e ingarbugliata, è figlia di un cuore che la offre con sincerità. E Lui lo sa.
“Catapultata nella sua interiorità”
Interiorità è la sostanza dell’essere, il sogno più alto della creazione dove posa la beatitudine divina e ci si ferisce con l’impeto delle passioni, morendo senza morire.
“Essere catapultati” in questo luogo segreto, a cui porta solo una mappa celeste, richiede perdere il sè sopportando insieme un comune dolore e, scoprire, quanto l’anima sia “carica di Dio” nel pianto, nel canto della vita e nel desiderio di “celebrare l’amore”.
Capire l’altro a volte non è facile.
Io ho un vizio (come dice mia amica) di giustificare sempre altri. Perché ogni uno di noi può sbaliare, e non credo, perché non voglio credere che le persone sono cattive. Ma giustificare l’altro aiuta piuttosto a me di sentirsi meglio, di non pensare male,non odiare, mi aiuta vivere in pace.
“l’unico motivo per andare avanti era fidarsi che tutto provenisse da Qualcuno che sapeva il fatto suo.”
ci credo anche io. Nella mia vita pazzesca questo è mia unica conclusione.
La gelosia non è mai buon consiglio, può uccidere ogni ogni rapporto.
“si toccavano con mano i propri limiti”
Sto piano piano imparando che, quando il sacchetto inizia ad essere un po’ troppo pesante nel senso della battaglia e della sofferenza, o quando nei sapori delle giornate si sente un po’ troppo di amaro per un errore commesso, per qualcosa che non ha prodotto l’esito sperato nell’ intenzione, o per la sensazione di essere stata ferita, quel sacchetto gonfio va consegnato. Non so se per effetto di uno Spirito che sta soffiando primavera sui messaggeri dell’Agape, o delle richieste a quel Dio originale di trovare una strada adatta a me, mi sorprende la lievità liberante del Dio della riconciliazione, che sembra indicarmi la leggerezza anche come criterio e invito per superare i limiti, per uscire dal cerchio chiuso dei pensieri, dalla fissità di un’idea; e la sua Autorità non schiaccia, ma ha la stessa radice del verbo “augere”, la forza buona che fa accrescere, aumentare noi che siamo nulla, e che siamo figli. Il sacchetto mi viene riconsegnato – con la precisa indicazione di tenerlo ben aperto per consegnarne anche agli altri – pieno di qualcosa di frizzantino a cui dò il nome di gioia, che non nega niente delle cose, ma le inonda di una luce completamente diversa. Capisco, e mi rammento, che la gioia non è solo nel traguardo, ma anche nel viaggio, e che contiene sempre anche il senso del “grazie”. Anche nelle giornate polverose.