Venanzio Lucernoni. Poesie.

tavolata
L’esempio paterno

Quanno facevo la seconda media,
in classe mia ce stava un capoclasse,
che la poteva fa sopra ‘na sedia
senza che er professore je strillasse.

Godeva d’una stima esaggerata,
pe’ via che er padre, un vecchio zoticone
che allevava li porci a Pietralata,
regalava presciutti in direzione.

Ner vede’ ‘sto scompenso de giustizia,
‘sto trattamento un po’ particolare,
capivo che la vita è ‘na sporcizia,
che co’ li sordi fai quer che te pare.

Quanno subivo l’interrogazione,
come sgaravo d’una virgoletta,
er professore, senza esitazione,
me rispediva su la seggioletta.

Co’ quello, invece, tutto era diverso:
scejeva l’argomento che voleva
e poteva di’ tutto pe’ traverso,
che l’idea der presciutto prevaleva.

Mo’ ch’è cresciuto fa la bella vita,
cià er Maserati, er Porsce… e capirai,
la lezione der padre je servita,
è senza core e sfrutta l’operai.

Cià ar posto der cervello, ‘na sarciccia
insaccata dar padre, e è naturale
che in ogni situazione se la spiccia…
…anche si cià l’istinto der majale.

***

Preghiera per la pace

Se t’è rimasto, Cristo, un occhio solo,
come fai a nun vedè tanto macello?
Io manco cor pregà, me ce consolo,
a vede un omo assassinà er fratello.
Ritorna in Palestina, Gesù Santo,
rinasci un’antra vorta, per favore,
viè a vedè quanto sangue, quanto pianto
ce stà dove nascesti Tu, Signore.
Ma ce stà ancora chi Te stà a sentì?
Tu predicasti amore e fratellanza
e, guarda caso, nascesti proprio lì,
dove ammazzeno pure la speranza,
dove l’odio prevale sull’amore
e la vendetta genera dolore.
Se T’è rimasto, Cristo, un’occhio solo,
anticipa er Natale a ‘sta mattina,
ritorna per un giorno in Palestina
e fa scoppia la Pace. E no er tritolo.

***

Er papa sciatore (1984 – Giovanni Paolo II)

Bravo ‘sto Papa! Si ce fusse er Belli,
a vedello scià su le montagne,
ce direbbe così:” Cari fratelli,
’sto fatto a me me fa venì da piagne,

che un Papa finarmente se ribelli
all’etichetta ottusa che lo sfragne
è un Papa da tenè pe’ li capelli.
Questo scortica crude le castagne!

E’ sceso da la sedia gestatoria
e ha seppellito quer cerimoniale
che lo voleva tronfio e co’ la boria.

E si quarcuno ormai dice ch’è pazzo,
o nun capisce ch’entra ne la storia
o solamente nun capisce un c….

***

Er giudizio de Dio

Quanno s’è presentata da San Pietro,
l’anima de Venanzio, sola sola,
“….me dispiace, te devo manna indietro
– je fa San Pietro – pe’ corpa de la gola.
E’ un peccato da poco, c’è speranza
che dopo un par de lustri in Purgatorio
a scontà li peccati de la panza,
te trovamo un ber posto ar refettorio,
a cucinà, frammezzo all’angioletti,
patate, abbacchio, cotiche e spaghetti”.
Venanzio ce rimase tanto male.
“Io – disse – vorrei esse’ giudicato
su la base de quanto ho cucinato
più che su quello che me so’ magnato”.
“No – fece er santo – questo qui nun vale.
Nun è peccato sta’ vicino ar gasse,
er peccato de gola è strafogasse”.
Venanzio prese allora ‘na padella,
mise l’ojo extra vergine d’oliva,
cipolla, rosmarino e coratella
e in paradiso se sentì un’evviva!
Salì un profumo talmente sopraffino
che invase tutto quanto er firmamento;
je s’accostò perfino un cherubino
che passava pe’ caso in quer momento
e je chiese, co’ la faccia stralunata,
si poteva assaggià ‘na forchettata.
“Nun c’è problema”, disse, e ner girasse
vide ‘na fila de santi lì vicino,

e prima che la fila terminasse
ce stava già chi se portava er vino
(pare che fosse un certo San Martino).
San Pietro, ner vedè tanto successo,
je prese er dubbio d’essese sbajato
e chiese un supplemento der processo
che ar Purgatorio l’aveva condannato.
E l’udienza se tenne in Paradiso
ar cospetto der Padre Onnipotente,
che vide tutti i santi cor soriso,
a chiedeje de esse’ più clemente:
“Uno che fa’ così la coratella
cià l’anima più nobbile e più bella”.
E er Padreterno sentenziò solenne:
“Venanzio sta co’ noi, qui ner Nirvana;
e visto che rimani, fa du’ penne,
come le sai fa tu, all’amatriciana!”.
E da quer giorno er Paradiso intero
è diventato tutto un ristorante,
e de specialità ce ne so’ tante
che ar Padreterno nun je pare vero:
coda a la vaccinara, bucatini,
abbacchio a scottadito, puntarelle,
pajata, cacciatora, lumachelle
e un trionfo d’arrosti e spezzatini.
Carciofi, trippa ar sugo brodettata,
e quarsiasi tipo d’insalata,
la cicoria de campo ripassata
e er venerdì, un ber fritto de paranza!
Pure li santi mo cianno la panza.

***

Chi vive e chi more

Facenno ‘na ricerca personale
me so’ accorto che chi vive onestamente
campa de meno de chi vive male,
de chi vive rubbanno all’antra gente.

E’ un fatto strano, ma però accertato
da le prove de quanto ho ricercato.

Er fenomeno esigge spiegazioni,
ma purtroppo nun ve le so’ fornì:
chissà perché chi rubba li mijoni,
cià ritardato er tempo de morì;

nun ponno pagà mica er Padreterno
pe’ fasse mannà tardi giù all’inferno.

Ma forse Iddio ragionerà così:
“Li più cattivi ormai so’ destinati,
una vorta che li farò morì,
a tribolà frammezzo a li dannati;

quindi, giacchè ciò la bontà infinita,
je vojo fa godè ‘na lunga vita.

Pe’ chi fatica e sgobba come un cane,
ciò invece preparata un’antra sorte:
non più fatiche a vorte sovrumane,
tutto è finito, ve darò la morte.

Siccome sete boni e nun ne dubito,
v’ammazzo presto, così godete subito”.

***

Venanzio Lucernoni è stato collaboratore del settimanale satirico-umoristico “Marc’Aurelio”, collaboratore della rivista USA “La follia di New York”, redattore e speaker dell’emittente sperimentale del Comune di Roma “Radio Traffico”, collaboratore di “Paese Sera”.

Un pensiero su “Venanzio Lucernoni. Poesie.

  1. augusto43

    I temi trattati da Lucernoni sembrano tutti di estrazione belliana, ma manca del tutto la grandiosa sonorità , la potenza espressiva del grande poeta ; ma è del tutto assente anche il turpiloquio ,che era una tipicizzazione del popolo romano che il Belli si limitò – come disse lui – a trascrivere fedelmente, annotando, -bettola per bettola – , tutte le espressioni del popolino. E la cosa doveva risalire a molti secoli prima, tant’è che Dante scrisse : “Quello dei romani non è un volgare, ma un turpiloquio, certo la lingua più brutta tra tutte quelle d’Italia . Come tutti sappiamo, il divin poeta fece un solo viaggio a Roma e non fu certamente di piacere, e lui non era un tipo tenero…tutt’altro. Ma come disse poi il Belli, Noi romani scastagnamo ar parlà ma aramo dritto, traducendo un motto di marziale: Il mio libro è osceno, ma la vita è pura”
    E bisogna anche dire – come affermarono Fellini e Bevilacqua , che sono vissuti quasi per tutta la vita nella città eterna – che Roma è la città più accogliente del mondo, è un ventre morbido che non lascia cadere nessuno, è sensuale , è ospitale , accoglie tutti con grande civiltà.
    Ma torniamo a Venanzio , e alla sua poesia , che ha diverse similitudini con Cesare Pascarella, che era pittore e disegnatore come lui, che portò il bozzetto popolare ad una dignità artistica, e inventò quel capolavoro che è “La scoperta de l’America”, con cui aprì spazi al puro divertimento dettato dal contrasto esilarante tra materia dotta e immaginazione popolare. E c’è in Lucernoni molto anche del Trilussa della satira politica e sociale e i suoi momenti di crepuscolare malinconia, con guizzi qua e là d’ironia.
    Ovviamente , Venanzio rimane se stesso, scrive poesie nella lingua dell’immediatezza , del corpo , dell’istinto, che è lo strumento espressivo più puro, o meno usurato, da opporre alla saturazione di una tradizione che non sa più parlare , né scrivere. Poesie scopertamente ironiche, piene di umorismo, di sapidità, ma anche di malinconie. Poesie che danno voce al popolo, a quel che di popolo è rimasto ancora di Roma , con la sua apparente arroganza e cialtroneria, o cinismo, che è in realtà vivo e alto senso di etica e moralità. Non esistono più i Rugantino, oggi c’è un umorismo pesante, materiale , e una violenza di stampo orientale. Da Pasquino, a Trilussa, via Zanazzo e Pascarella, oltre al grande Belli già citato , da Filippo Chiappini a Mario Dell’Arco, da Aldo Fabrizi a Mauro Marè , anche Lucernoni appartiene a quella schiera di poeti romaneschi che hanno il sorriso sulle labbra e il coltello non solo tra i denti, ma nel cuore c’è ancora in lui la voglia di ripercorrere un sogno infantile ed eroico , tipo quello del trombettiere del Generale Custer , il mitico trombettiere del 7° Cavalleggeri , ch’era in realtà un romano come lui , nato in via delle Zoccolette , 47, e si chiamava Giovanni Martini , ma è passato alla storia come John Martin. E fu l’unico scampato al massacro dei Sioux della famosa battaglia di “Little Big Horn” , quello che nel film di Ford viene ripreso in primo piano con la mitica tromba che sprona i soldati alla carica…..

    Per finire, complimentandomi con l’autore, ripropongo una poesia di Pascarella tratta da “La scoperta de l’America” e una di Zanazzo

    Vedi noi? Mò noi stamo a fà bardoria:
    Nun ce se penza e stamo all’osteria…
    Ma invece stamo tutti ne la storia.
    da Storia nostra: La fondazione di Roma
    A queli tempi lì nun c’era gnente…
    La poteveno fa’ pure a Milano,
    O in qualunqu ‘antro sito de lì intorno.
    Magara più vicino o più lontano.
    Potevano; ma intanto la morale
    Fu che Roma, si te la fabbricorno,
    La fabbricorno qui. Ma è naturale,
    Qui ci aveveno tutto: la pianura,
    Li monti, la campagna, l’acqua, er vino…
    Tutto! Volevi annà in villeggiatura?
    Ecchete Arbano, Tivoli, Marino.
    Te piace er mare? Sorti de le mura,
    Co’ du’ zompi te trovi a Fiumicino.
    Te piace de sfoggia’ in architettura?
    Ecco la puzzolana e er travertino.
    Qui er fiume pe’ potecce fa’ li ponti,
    Qui l’acqua pe’ poté fa’ le fontane,
    Qui Ripetta, Trastevere, li Monti…

    Cesare Pascarella
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    Donna pelosa è matta o virtuosa
    Donna baffuta è sempre piaciuta
    Nun è bello quer che è bello
    Ma è bello quer che piace
    Nun è tutt’ora quello ch’ariluce
    La donna ne sa una più del diavolo
    Cià er pianto in saccoccia
    Cià na lingua che taja e cuce
    A PIJA moje è mejo pensacce un anno e un giorno
    Chi pija moje e casca bene nun po’ sta peggio
    Figuramose chi casca male

    Giggi Zanazzo

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