4. Una chiave

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E’ urgente, dunque, ripartire da ciò che l’uomo è, da com’è fatto, dagli elementi e le dinamiche che costituiscono la trama della sua esistenza, dei rapporti con l’altro e con il mondo. Nel libro del profeta Geremia c’è una frase che sottolinea l’importanza di tale conoscenza: “Prima che ti formassi nel grembo di tua madre, ti ho conosciuto” (1,5). Risuona, qui, l’idea di una natura ben configurata, d’una sapienza capace d’individuare le caratteristiche della persona umana, ciò che l’accomuna e la distingue dagli esseri che la circondano. Tale coscienza ha un valore rilevante: l’ignoranza riguardo alla vita finisce con lo spegnere, fa insorgere l’angoscia, spinge a fuggire da se stessi, ad alienarsi, come il vangelo ricorda con tratti forse enfatici, ma icastici e incisivi: “Là sarà pianto e stridore di denti” (Mt 25,30 passim). “L’inferno dei viventi”, scrive Calvino in quello che considero il suo capolavoro, Le città invisibili, “non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme”. Non c’è bisogno d’invocare giudizi universali per punire condotte riprovevoli: è la vita a far pagare il conto dell’insensatezza, la negazione sistematica della verità. In questo senso, i miracoli presenti nei vangeli presentano risvolti che potrebbero sfuggire, a prima vista; la guarigione dei ciechi, per esempio: la coscienza dolorosa della propria insufficienza giustifica una supplica che potrebbe risuonare sulla bocca di chi non ha mai avuto problemi di vista: “Maestro, che io veda!” (Mc 10,51). Giovanni Paolo II afferma, nella lettera enciclica Redemptor Hominis, che Cristo Redentore rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso”: abbiamo bisogno di una chiave, per sapere chi siamo; altrimenti camminiamo a tentoni, come ciechi, rischiando ogni volta di cadere in una fossa.

10 pensieri su “4. Una chiave

  1. F

    “Prima che ti formassi nel seno di tua madre, ti ho conosciuto” (Ger.1,5)

    Quale verità impensabile sottendono queste parole! perchè allora sono un pensiero eterno di Dio, conosciuta prima ancora di essere formata nel seno materno, sono un suo amore da sempre veniente nel tempo, e quale tempo nell’eternità? quale attimo nella sua volontà creatrice e quale fulgore nel suo atto: la sua anima dalla sua bocca alla mia, e più di un incendio nei suoi occhi all’aprirsi dei miei alla sua bellezza!
    Il linguaggio biblico è certo un linguaggio che media quello divino dove i pensieri non sono i nostri, e dove le nostre parole non sono che una lontana risonanza della Parola eterna: confine dove tutto, è un riflesso del Tutto.
    E “santo è il tempio di Dio”, sua immagine: creatura che ha “la tua fatica tutta dispersa”. Ricreata dal Frutto dolce, Gesù, “sanguinante in nuova vendemmia”, rimonti con desiderio al suo primordiale Amore.

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  2. Annalisa Ciarcelluti

    essere se stessi ed ascoltare la voce di Dio dentro di noi che ci parla nel silenzio, è l’unico modo di vivere nella gioia…sono d’accordo DFabry, solo LUI sa…noi servi inutili , LUI IL TUTTO.

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  3. ema

    La nostra autentica missione in questo mondo in cui siamo stati posti non può essere in alcun caso quella di voltare le spalle alle cose e agli esseri che incontriamo e che attirano il nostro cuore; al contrario, è proprio quella di entrare in contatto, attraverso la santificazione del legame che ci unisce a loro, con ciò che in essi si manifesta come bellezza, sensazione di benessere, godimento. (Martin Buber)

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  4. agnese

    Ieri, analizzando alcuni comportamenti e punti di vista delle persone, ho pensato: Dio,ma come fai sopportare noi umani della terra?! Hai una pazienza infinita! Dio, come fai sopportare noi?
    Penso che tutti dovremmo fare la preghiera: “Maestro, che io veda!”, che si aprono nostri l’occhi per vedere la verità, che si aprono nostri cuori, “Maestro, che io veda!”.

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  5. Ernesta Scappaticci

    Ieri ho avuto una grande lezione di umiltà da una amica all’uscita dalla messa:” non te la prendere sai lei aveva bisogno di…” ecco io egoista mi preoccupavo di una piccola cosa, sarà che in questo momento anche una virgola riesce a ferirmi, e non pensavo che per lei era una grande.grande cosa…
    Fa Signore che io veda sempre nell’altro me stessa.

    Un caro saluto Don Fabrizio ci mancano tanto le tue omelie.

    ernestina.

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  6. agnese

    Una volta ho letto una bella poesia di Adolfo Rebecchini, e ho deciso ultima strofa di questa poesia “aggiungere” nelle mie preghiere:
    “Angelo custode
    che vegli su di me
    aiutami ad essere
    un po’ come te.”

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  7. dante

    “Da te gli uomini” disse il piccolo principe,” coltivano cinquemila rose nello stesso giardino……e non trovano quello che cercano….””Non lo trovano” risposi.
    “E tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’d’acqua”
    “Certo risposi”.
    E il piccolo principe soggiunse: “Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore”.

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  8. robysda

    Gli occhi dell’altro: prospettive diverse, angolazioni , punti di vista spesso contrari ai nostri, che potrebbero non convergere mai, ma chiavi di lettura necessarie per arricchire il nostro patrimonio umanitario e intellettivo, piccoli angoli di cielo nel buio di giorni senza fine. Regali.

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  9. Clown: opinioni

    Lasciatemi ancora per qualche puntata insieme a voi, uguale a voi, intenti solo a “ragionare”.
    Condivido l’urgenza di “ripartire da ciò che l’uomo è, da com’è fatto, dagli elementi e le dinamiche che costituiscono la trama della sua esistenza, dei rapporti con l’altro e con il mondo”.
    Mi può star bene, in tal senso, che “abbiamo bisogno di una chiave, per sapere chi siamo; altrimenti camminiamo a tentoni, come ciechi, rischiando ogni volta di cadere in una fossa”.
    Finora ci sono, posso esserci; perché, a mio parere, la piena rivelazione dell’uomo all’uomo stesso non passa esclusivamente attraverso il Cristo Redentore.
    Saranno altri i gradini che io non sarò in grado di salire.
    Devo anche aggiungere che, sempre a mio parere, la forzatura che vuole possibile la conoscenza di noi stessi solo grazie a un’entità superiore cui affidarsi, mi rende appropriata la visione freudiana di una religione quale forma di nevrosi.

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