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Viktor Frankl è tra i pochi psicologi che hanno fondato la teoria e la prassi clinica affermando l’esistenza di un inconscio spirituale. In parte, elaborò le sue idee nei campi di concentramento, di cui fu prigioniero per tre anni, esperienza che narrò nel libro “Uno psicologo nei lager”: la fede incondizionata nel senso della vita può reggere agli eventi più estremi, come quelli vissuti da lui e dai suoi compagni. Il significato da dare all’esistenza è una chiave imprescindibile per ogni guarigione.
Scriveva Albert Camus: “Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto – se il mondo abbia tre dimensioni, o se lo spirito abbia nove o dodici categorie – viene dopo”.
Per Frankl, molte persone sofferenti che chiedono aiuto ad uno specialista non hanno problemi di natura clinica, o non solo, bensì dubbi sul senso della vita, o la disperazione del non-senso. A suo parere, l’arma più efficace dello psicoterapeuta è l’orientamento al significato, l’avviamento ai valori. Riprende, a tal proposito, un noto aforisma di Nietzsche: ”chi ha un perché per vivere, sopporta qualunque come”.
Il senso dell’esistenza si basa sull’unicità della persona: da qui si mette in moto il processo di scoperta dei valori personali e l’individuazione di quelli universali, in un dialogo che aiuta il paziente ad attivare le risorse interiori, di cui spesso è inconsapevole. E ciò a prescindere dalle limitazioni relative alla salute o a qualunque situazione di carenza.
Le sue conclusioni sono frutto di esperienza personale: nell’estrema spoliazione egli giunse alle radici dell’essere, che descrisse con queste parole: “Che cos’è, dunque, l’uomo? Noi l’abbiamo conosciuto come forse nessun’altra generazione precedente; l’abbiamo conosciuto nel campo di concentramento, in un luogo dove veniva perduto tutto ciò che si possedeva: denaro, potere, fama, felicità; un luogo dove restava non ciò che l’uomo può “avere”, ma ciò che l’uomo deve essere; un luogo dove restava unicamente l’uomo nella sua essenza, consumato dal dolore e purificato dalla sofferenza. Cos’è, dunque, l’uomo? Domandiamocelo ancora. È un essere che decide sempre ciò che è”.

Dio e’ nell’inconscio.
Difficile da credere dopo aver constatato che alcune persone, neanche per sbaglio riescono a fare del bene.
Forse troppo coscienti, forse troppo senza Dio.
Il senso dell’esistenza dà la forza per superare ogni difficoltà.
Nella vita ogni uno di noi ha suoi giorni migliori e peggiori, suoi alti e bassi. Studiosi hanno creato il diagramma che ogni uno di noi può controllare quando capita suo giorno basso o alto fisico, psichico e di intelligenza.
Suicidio viene in momento di debolezza, quando tutte le line del diagramma stanno nel punto zero. E’ il momento quando siamo deboli e indifesi.
Quel momento si può superare quando abbiamo un motivo, un senso dell’esistenza, per vivere, per andare avanti contro di ogni difficoltà.
correzione del commento precedente
mi sono espressa male. Punto zero, punto critico, non è punto di inizio del diagramma, ma il punto quando si incrociano tutte line; solo che adesso non ricordo bene, perché di questo ho letto più di 25 anni fa, se è punto quando attraversano la linea orizzontale o il punto più basso del diagramma.
Comunque questo non è importante sul questo tema.
“Come può l’uomo disprezzare la vita propria quando avrebbe bisogno di proteggerla?”
Giovanni Paolo II
Nelle situazioni estremi cadono tutte le maschere e esce fuori vera personalità dell’uomo.
“Chi sono io?
Chiunque io sia tu mi conosci, tuo sono io, Dio!”
Dietrich Bonhoeffer
Posso solo riportare il senso di filo spezzato che si prova quando qualcuno, specialmente se è un giovane poco più che ventenne, si sfila dall’ appuntamento con la vita. Nonostante la cura attenta dello psicoterapeuta, la tenerezza di un giovane sacerdote, nonostante la lotta e la presenza dei genitori. Per chi resta c’è tutta una lotta al non senso, tutto un senso e qualcosa da scoprire in grado di ricomporre quel filo.
Il sacerdote che, alcuni mesi fa, ci ha riuniti per consegnare alle braccia del Padre quel fiore luminoso ancorché spezzato, ha individuato la vulnerabilità al male nei vuoti del cuore che ognuno di noi può avere.
“Il senso dell’esistenza si basa sull’ unicità della persona”. Penso che bisogna crederci davvero, però, di essere figli irripetibili di un creato. Altrimenti sono parole, il rischio è che sensibilità e talenti anche di grande splendore, per eccessiva fragilità soccombano a un qualche demone che sfigura l’immagine del mondo e della vita. Credo che i vuoti del cuore li possa curare solo l’amore, e quello gratuito è un amore grande. Però dobbiamo anche essere disponibili, permettere davvero di venire curati, anche quando sono percorsi che passano dal dolore e mettono a nudo. E, possibilmente, mettere in ricircolo i doni d’amore che abbiamo ricevuto.
http://youtu.be/7pAsywaOwzc