Ogni artista nella sua opera parla del proprio corpo. Dunque, di ritorno, il corpo parla di noi, e se guardiamo cosa sta accadendo nel costume e nella comunicazione, verifichiamo anche che il corpo parla a noi. Ritengo che la tutela del proprio corpo, della sua intangibilità, dico per me assoluta anche di fronte alla volontà di ciascuno di noi, sia l’estremo presidio della nostra umanità ma anche dei nostri diritti e della nostra libertà.
Dentro questo recinto assume centralità la cura e la medicina. Nell’esercizio tuttavia di questa propria funzione essenziale, socialmente e filosoficamente arriverei a dire primaria, la medicina ha indebolito il proprio legame con un vincolo eticamente indissolubile: la misericordia. Scrive Soldini che “la medicina non è altro che la forma tecnicamente sofisticata e scientificamente competente in cui si esprime quest’attitudine di cura. Ma ci può essere cura senza misericordia? Questo è una hybris che riguarda anche chi non si occupa di medicina, per le sue imponenti ricadute sulla nostra vita quotidiana. Ci può essere medicina “senza cura”? Ci può essere medico “senza cuore”?
In un libricino densissimo Maurizio Soldini scrive in agenda un tema ineludibile per chi vuole comprendere la nostra esistenza, per semplice consapevolezza, per sensibilità etica, per deontologia professionale, per una vocazione a raccontare la nostra vita senza alcuna mediazione.
Questo richiama intensamente la figura di Giobbe ed il suo dilemma: è la drammatica realtà della nostra esistenza che pone le domande, ma le risposte non arrivano? Dove sono, Dio, le risposte?
Se non si comprenderà che anche per un ateo il corpo “è un corpo spiritualizzato, uno spirito incarnato che vale per quello che è e non soltanto per le scelte che fa”, che “la persona umana è unità e non una parte di un tutto”, non avremo scampo. Tutto sarà permesso.


Ringrazio Pasquale per questa bella ed efficace recensione.
Maurizio