
Bisogna pensare alla madre come terra inerte e al tempo stesso bramosa di frutti perché, nel gioco fra passività e desiderio, lo spirito maschile compia la sua riproduzione, a distanza, come si addice al sole che, con l’energia dei suoi raggi, scalda la materia e causa la vita.
Esso rimane comunque “fuori” da quel processo vischioso in cui la vita si trasforma in corpo entro un altro corpo, quello materno il cui fuoco lento semplifica lo spazio, eco d’ una voce chiusa nell’inconscio che risale dall’oltre.
Là dove sta l’ansia di vita, l’ansia di morte, là dove si fa tutto doppio e leggero
Pesante come il cerchio di un anello d’oro fino –
Là dove non sei sicuro di sapere se esisti
Là dove odi fiabe uscire dalla pietra, molle come una palude
Là dove vuoi divenire un segno, un fossile, una foglia, a testimone del mistero dei tempi –
Là dove una sola scheggia di te basterà ad abbattere un muro
E nel verde silenzio crescerà il filo di Arianna che lega esperienza e intuizione.

Qualcuno mi ha detto (non faccio nomi perché non è nella mia natura pavoneggiarmi e si potrebbe anche malevolmente pensare che io menta) che gli pare riduttivo usare il termine ‘raccontino’ quando trattasi di prosa poetica. Perché raccontino dunque? la madre è la vita e la vita è un ‘raccontino’ di fronte al grande mistero dell’ansia di morte che pur nasce nel’grembo felice’.
questo racconto è inquietante, il corpo femminile come inerte e bramoso perchè lo spirito maschile compia la SUA riproduzione? ma che?
Inquietante? Può darsi, non so, il bello della vita è la libertà di pensiero.