Che la poesia non sia morta lo dimostra anche la nascita di una case editrice come I Quaderni del Bardo per iniziativa del leccese Stefano Donno. Esiste un progetto serio di conoscenza e di promozione. I volumetti sono stati composti da Mauro Marino nella sede del Fondo Verri e prendono il nome dall’esperienza dei “Bardi di Copertino”, poeti beat guidati da Maurizio Leo, che quindici fa pubblicava libretti artigianali a tiratura molto limitata.
Non è dunque un progetto autoreferenziale e non si considera esaustivo. Soprattutto non si propone come un modello e non mira a realizzare una “cordata”. Si colloca in luogo geograficamente preciso, considerando anche la localizzazione non elemento secondario dentro una visione. Si pone come una comunità di autori che non slegano il dato testuale da quello biografico, ragione per la quale una poesia è anche e sempre una scelta. Diretta la collana di poesia da Nicola Vacca, egli stesso lettore (per professione) prima che autore egli stesso, questa nuova casa editrice è innanzi tutto una comunità di lettori che poi si “espongono” con la scrittura dei loro testi. A questo punto la condizione sospensiva dell’ “a meno che” di Cesare Viviani – interessante è il suo pamphlet per il Melangolo, La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che… – risulta in questo caso ampiamente realizzata.

Il primo dei libretti – perché di libretti si tratta, piccoli, maneggevoli, sobri, di ottima fattura tipografica – è la raccolta di un giovanissimo Pietro Romano, siciliano, nato nel 1994, Fra mani rifiutate. E mi imbatto subito nel “manifesto” della mia premessa. Non è poesia la mia poesia,/ non ha valore ne c’è da parlarne. Non è proprietà nostra/ il tempo né muta; a riempire le stanze (…). “E’ il libro di un poeta consapevole dell’importanza delle parole”, scrive Vacca nella prefazione. “E del fatto che nono ci sono parole all’altezza del presente che ci inghiotte”. Non so se Romano scriva poesia ovvero la sua sia scrittura in versi – per restare alla polemica di Viviani. Anzi, neppure mi interessa. Percepisco, tuttavia, che egli, la sua stessa vita, senza questo suo testo misterioso (letto e scritto) non potrebbe vivere. Perché “sparpaglia i suoi occhi” (ed i nostri anche) sul mondo.

Dal tratto alle parole è davvero una perla. Il disegnatore Mario Pugliese e lo stesso Nicola Vacca firmano in coppia sedici ritratti in disegno e poesia di grandi autori del Novecento. Si tratta di un gioco – nel ricordo dell’antica tradizione alessandrina di mettere insieme scrittura e pittura – che seduce anche il lettore, accompagnato con leggerezza dentro questo pantheon ideale che mette insieme scrittori che “hanno scavato nel cuore malato del mondo”, leggiamo nella prefazione di Alessandro Vergari. Da Garcia Lorca a Simone Weil, da Camus alla Szymborska, incontriamo i profili di “scrittori e poeti che si sono opposti all’imperativo massificante del quieto vivere”. Se plastico è il tratto di Pugliese, fulminante sono le parole di Vacca. Curiosamente manca il ritratto poetico di Pasolini, il cui volto però è disegnato in copertina. Non credo sia una dimenticanza perché il profilo è fatto di singole lettere. E tanto basta. Ne è uscita infatti una splendida icona, che si pone benissimo come manifesto di quest’opera, e direi dell’intero progetto editoriale.

Cancellerò poesia/ con gomma ruvida/ quella che buca il foglio/ prima però voglio vedervi. L’altra interessante raccolta è Non so di Nicola Manicardi. Dicevano di Kafka che il suo dramma fosse quello di non riuscire ad accettare il suo non-essere-normale. Pier Damiano Ori descrive Manicardi come “un poeta educato che cerca la diseducazione”. E quale sarebbe invece l’educazione da respingere? Leggendo i suoi versi la si individua subito: il “quieto vivere” dei vincenti; la dittatura giornaliera del “Bignami”; l’ossessione di semplificare tutto, sintetizzare, omogeneizzare, rendere tutto digeribile. Si tratta chiaramente di un’educazione “anti-lirica”. Perché il poeta è per sua natura complicato, indigeribile e impermeabile all’ordinario. Non apro il Bignami/ voglio continuare/ a leggere tutte le bellezze/ e le brutture di questo giorno. Come Oscar Wilde nel carcere di Reading, il poeta è un uomo libero che vive tra carcerati. E la poesia è solo un modo per godere di almeno cinque minuti d’aria. Tanto, si sa, resto sempre sconfitto/ da ciò che scrivo.
