
Un tema molto presente nel cinema è quello del doppio. In particolare, nel loro l’intreccio con la scrittura, è frequente vedere storie di ghostwriter, di intriganti vicende di sostituzione d’autore. Se il tuo “doppio” è tua moglie, la vicenda può caricarsi di implicazioni psicologiche e private imbarazzanti. E’ il caso di Wife di Bjorn Runge, interpretato da Glenn Close e Jonathan Pryce. Lui addirittura ha vinto il premio Nobel grazie alla penna nascosta di sua moglie. Immaginate quale conflitto latente o solo celato può star dietro un rapporto di questo tipo. E’ la storia di Francis Scott Fitzgerald e Zelda Sayre, su cui Hollywood sta realizzando due film di prossima uscita.

Anche Una storia senza nome di Roberto Andò tratta questo tema. Qui il ghostwriter, una giovane segretaria di produzione (Micaela Ramazzotti), viene addirittura pagato dallo sceneggiatore in crisi di ispirazione (Alessandro Gassmann). In realtà, il film parla anche d’altro, in quanto al centro della vicenda c’è la storia del furto della Natività del Caravaggio dall’Oratorio di San Lorenzo di Palermo. Anche Silvio Orlando ne Il portaborse di Daniele Luchetti è un ghostwriter ma di un politico, interpretato da Nanni Moretti. Il film è del 1991, e addirittura prefigurò il terremoto politico che di lì a poco ci sarebbe stato con Tangentopoli. Anche L’uomo nell’ombra di Roman Polanski è un pretesto per parlare della seduzione del potere, ma in realtà cela una domanda fondamentale per la scrittura: è davvero possibile narrare la Storia?

Il rapporto tra autore e opera resta dunque centrale. Con quest’ultima che rischia sempre di essere privata del suo autore. Questo azzardo interessa Tim Barton. In Big Eyes ha raccontato la storia di Margaret Keane, i cui quadri, realizzati fra gli anni ’50 e ’60, sono stati a lungo attribuiti al marito Walter Keane. La “contumacia” dell’autore è un tema tipicamente post-moderno, al quale il regista visionario si oppone, rivendicando la centralità della narrazione e della sua paternità (o maternità). Perfettamente simmetrico infatti è il film Big fish. La narrazione può orientarsi solo entro questi due poli, senza ciascuno di essi non c’è che estraniazione e smarrimento.

