
Vi consiglio di non sottovalutare i film di genere. Molti di questi – alcuni veri capolavori – sono un pretesto per affrontare questioni importanti e delicate, pur divertendo. Per esempio, due registi sono maestri di questo schema, quasi un gioco allegorico con lo spettatore. Si tratta di David Cronenberg e M. Night M. Shyamalan. Il primo è ossessionato da alcuni temi: il doppio; le mutazioni della personalità; il corpo. Il regista indiano autore de Il sesto senso (1999), continuamente si confronta con quello di Dio e del deus ex machina. Eppure sono registi divenuti popolari per film di fantascienza o horror psicologici. La Mosca (1986) è un vero e proprio cult nel suo genere. Eppure, può anche essere visto come una drammatica e kafkiana allegoria sull’alienazione del corpo e della coscienza. In Signs (2002), Shyamalan, che non è neppure cristiano, addirittura riprende l’invocazione “beati coloro che hanno creduto senza aver visto”. Infatti, Mel Gibson, sacerdote in crisi di fede, verifica personalmente che pretendere di toccare per credere, talvolta, può serbare delle sorprese. Come trovarsi a tu per tu con un extraterrestre.


Ci sono poi alcuni film di genere che hanno saputo riproporre o creare personaggi di spessore shakespeariano per forza cognitiva e visionaria. Due di questi appartengono alla stessa saga, quella di Batman, ma sono realizzati di due registi molto diversi tra loro. Il Pinguino di Batman – Il ritorno (1992), interpretato da Danny De Vito nel film di Tim Burton, e Joker, interpretato da Heath Ledger ne Il cavaliere oscuro (2008) di Christopher Nolan, sono diventati due personaggi canonici secondo la definizione del grande critico letterario Harold Bloom. Il Pinguino di Burton è il paradigma della mostruosità post-moderna, terzo genere tra Bene e Male, oltre Frankestein, in quanto creatura non artificiale dell’uomo. Quanto allo Joker di Nolan raggiunge la vetta, grazie anche all’interpretazione di Heath Ledger, quale sintesi perfetta di tutte le figure di male umano puro e assoluto – secondo la lettura di Ivan Karamazov che se la giustizia non esiste tutto è permesso – che la letteratura e il cinema abbiano mai inventato. All’opposto, ancora una volta Tim Burton, giocando con il classico genere horror, crea un’altra figura canonica, questa volta benigna seppure ugualmente eversiva, quale Edward mani di forbice (1990). Ossessionato dal tema della diversità, Burton ci propone la sua versione della bontà evangelica: non tanto gli ultimi e i reietti della società, quanto i diversi e i “mostri” sono portatori della Buona Novella.



Nel cinema italiano pochi si sono cimentati con film di genere, a parte Sergio Leone con il western, la commedia e la parentesi dei kolossal mitologici. Per giunta, la critica li ha sempre snobbati se non postumi. Per questo, davvero sorprendente è Lo chiamavano Jeeg Robot (2015) di Gabriele Mainetti. Non era affatto facile fare un film credibile con i super poteri. Il film, però, c’è riuscito. E’ una versione pasoliniana e minimalista dei supereroi, presa in prestito da un manga giapponese divenuto molto popolare in Italia negli anni ’80, che diverte ed emoziona senza alcun imbarazzo. Altrettanto riuscito è stata un’altra prova di genere, Il racconto dei racconti – Tale of tales (2015) di Matteo Garrone (non a caso girato in inglese), film fantasy in costume ispirato alla raccolta di fiabe di Gimbaattista Basile Lo cunto de li cunti.


Bei film
Jeeg Robot non mi ha convinto molto, ma quello di Garrone è davvero un gran film. Oltre ad aver riscoperto un ottimo autore come Basile, che con grazia giocosa scopre gli abissi dell’animo umano, ho trovato bellissimi i costumi, le scene, gli effetti speciali. Un lavoro che ha mantenuto un sapore artigianale seppur di pregio.