Marco Polo secondo Gianluca Barbera

di Guido Michelone

Lo scrittore reggiano, ma senese d’adozione, è in libreria con il suo nuovo romanzo Marco Polo, in cui descrive le avventure del celebre viaggiatore veneziano nel periodo della trasversata asiatica e della permanenza cinese, che dura circa un quarto di secolo di peripezie, scoperte, esperienze, abilmente tradotte in un romanzo del quale parla volentieri lo stesso autore in quest’intervista esclusiva per La Poesia e Lo Spirito.


Gianluca, il tuo nuovo testo Marco Polo sembrerebbe un sequel del precedente Magellano come idea di romanzo storico. Condividi quest’ipotesi?

Non molto. Il precedente è prima di tutto un romanzo storico. Questo è innanzitutto un romanzo d’avventura, calato in una dimensione epico-fiabesca, con infinite concessioni all’invenzione. Più “Le mille e una notte” che “Il Milione”. Più salgariano del precedente. Più “mio” dal punto di vista formale.


Hai affrontato la storia di due grandi personaggi, delle cui celebri imprese esistono testimonianze dirette, sia pur trasposte da altri scrittori: come ti sei rapportato a questi ultimi?

Con Pigafetta ho intrattenuto un rapporto fruttuoso. Dal “Milione” mi sono spesso allontanato. Il Milione, libro stupefacente e modello inarrivabile per secoli, è pur sempre un’opera statica, povera di azione e dalla quale Marco Polo è quasi assente. Il mio è un romanzo di grande dinamismo, nel quale Marco Polo è figura totalizzante. Un romanzo pieno di avventure, meraviglie, mistero, prodigi. Quasi unico, in tal senso. Una sfida al lettore. Non vi è pagina in cui non accada qualcosa: un colpo di scena, una rivelazione, un aneddoto, un dialogo succoso. Una specie di scatola magica, dalla quale ogni volta che infili la mano salta fuori qualcosa di sorprendente. Un “romanzo delle meraviglie”.

Magellano e Marco Polo secondo Barbera: eroi o persone (o altro ancora)?

Se l’eroe è colui che affronta con coraggio il destino avverso sapendo di andare inevitabilmente incontro alla morte, allora la definizione di eroe si adatta parzialmente a Magellano ma in nessun modo a Marco Polo. Personalmente non amo parlare di eroi. Gli esseri umani sono così vulnerabili, provvisori, mal rifiniti che etichettarli come eroi mi fa sorridere. Su di loro però si possono costruire miti: che in molti casi è ciò che ci resta del passato.


Sia Magellano sia Marco Polo appaiano, nei tuoi libri, comunque quali uomini destinati ad agire contro un destino avverso che nel primo riguarda i suoi stessi ufficiali e marinai nel secondo alcune popolazioni straniere (o singoli loschi figuri). Sei d’accordo su questa specularità?

Marco Polo non agisce contro un destino avverso. Marco Polo, mosso dalla curiosità di conoscere il mondo (e in questo modernissimo), è in buona parte artefice e padrone del proprio destino. Magellano parte per la sua spedizione spinto dalla sete di gloria e di ricchezza: è un uomo rapace. È semmai Pigafetta, che s’imbarca all’ultimo sulla nave di Magellano, a somigliare a Marco Polo. Ancora una volta un italiano. Entrambi animati dalla sete di conoscenza, non dal desiderio di conquista.

I contesti sembrano decisamente favorevoli più a Marco Polo che a Magellano: uno procede quasi al sicuro lungo le piste carovaniere, l’altro naviga nell’ignoto, rischiando ogni volta la morte. È così?

Marco Polo sta in viaggio per quasi ventiquattro anni. Tre anni per coprire la distanza da Venezia alla Cina. Diciassette anni avanti e indietro per lo sconfinato impero del Gran Khan come suo inviato. Altri tre anni per fare ritorno a casa. Sempre in viaggio: dall’Europa alla Cina, all’India, alla penisola arabica. Nessuno è andato incontro a tante avventure come lui.

Focalizzando ora l’attenzione su Marco Polo, sembra che tu abbia fatto di lui già un precursore dell’umanesimo, un giovane razionale che diffida di ciò che gli viene raccontato, in fondo ancora appartenente a un oriente da favola (e perciò fasullo).

Se per ritrarre Magellano mi sono ispirato a un mio ex datore di lavoro da me profondamente detestato ma nel quale riconoscevo una certa qual grandezza, per Marco Polo non ho avuto bisogno di guardarmi in giro: Marco Polo c’est moi. O almeno la mia parte migliore. Comunque basta leggere il Milione per rendersi conto che il modo in cui l’ho tratteggiato non si distanzia molto dalla realtà. Non per niente il Milione è stato preso a modello da gran parte degli autori di resoconti di viaggio nei secoli a venire, specie dagli esploratori e viaggiatori inglesi di Sei, Sette e Ottocento. Soprattutto per il suo spirito libero, pragmatico e per l’attenzione agli aspetti psicologici, antropologici, sociali riguardanti i popoli incontrati da Marco Polo sul suo cammino.

Il libro procede come un flashback cinematografico: è lo stesso Marco Polo, vecchio e disilluso, a portare in scena ogni volta lo stesso spettacolo, trovando reazioni anche molto diverse. Cosa funziona e cosa no dei suoi racconti nei salotti buoni?

Una volta tornato a Venezia, dopo ventiquattro anni di assenza, Marco Polo trova che casa propria è occupata da estranei (parenti lontani). Nessuno crede a ciò che racconta. La stessa veridicità del Milione è stata più volte messa in discussione. Nelle cronache cinesi dell’epoca di Marco Polo non si fa menzione. Se è stato davvero così intimo del Gran Khan come è possibile? Contrariamente a quanto si pensa, il popolo è spesso più diffidente (quando si mette in testa che lo si voglia fregare) e perciò nel mio romanzo è il primo a sentire puzza di bruciato nei racconti di Marco Polo. Nobili e cortigiani non chiedono che di divertirsi, di essere allietati dai suoi racconti fantastici, assetati come sono di esotismo e pettegolezzi, e disposti a pagare per questo: perciò non si pongono il problema della veridicità di ciò che racconta. Inoltre, per loro l’Oriente è il luogo in cui tutto è possibile e dove la logica normale non vale. Ecco perché non faticano a credere a tutto ciò che esce dalla bocca di Marco Polo.

Sul piano linguistico, hai compiuto studi o ricerche per trasformare l’italiano corrente in un lessico e in una sintassi adattabili alla narrazione di avventure medievali?

Dopo aver letto decine di libri sull’argomento, molti dei quali scritti da quasi contemporanei di Marco Polo, la lingua giusta viene fuori da sola. Tra tutti il libro che più mi ha ispirato è stato scritto circa trent’anni dopo la morte di Marco Polo e ha rivaleggiato in fama con Il Milione. Parlo dei Viaggi di Sir John Mandeville. Il suo autore ha fatto credere a lungo di aver compiuto un viaggio simile a quello di Marco Polo salvo poi scoprire che non si era mai mosso di casa inventandosi tutto.

Dopo Magellano e Marco Polo ci sarà ancora un viaggiatore nei tuoi progetti letterari?

Il prossimo sarà un romanzo corale che avrà per protagonista non un uomo in carne e ossa ma un luogo: il Mediterraneo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *