Frammenti di Cinema # 22

La famiglia come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi è una tipica istituzione borghese. Ecco che essa è risultata l’ambientazione ideale per le storie che, nella letteratura e nel cinema, ne hanno raccontato il modello sociale. La critica della società borghese è stata, quasi dogmaticamente, critica della famiglia. Come sempre accade in ogni analisi univoca, invece, non è stata colta la dimensione protettiva e la funzione potenzialmente antagonista che proprio essa può svolgere dentro un regime sociale oppressivo. Solo la Scuola di Francoforte, e Theodor Adorno in particolare, nella sua opera di revisione e arricchimento delle analisi marxiste, seppe coglierne questa inedita modalità di lotta. In Parasite, film sud-coreano di Bong Joon-ho, che ha vinto Cannes nel 2019 (altri film qui citati sono stati premiati a Cannes, prova, forse, della sensibilità per questi temi), infatti, è la famiglia Ki ha sferrare l’attacco al capitalismo, rappresentato dalla ricca famiglia Park. Purtroppo, come la storia, anzi la cronaca, ci insegna, la lotta al sistema, nella versione di semplice accaparramento di risorse, si tramuta in lotta di e tra poveri.

Il film è “una forma di cinema” (nel senso in cui Petrolio fu per Pasolini “una forma di scrittura”). Lo stile narrativo non si ispira alla realtà, ma al cinema stesso, attraversandone i generi, in modo compiaciuto e divertito (più che divertente). Al punto estremo di riuscire ad inglobare tre distinti (e possibili) finali. Il risultato finale è un canone, non originale, ma che richiama simmetricamente Happy End (2017) dell’apocalittico  Michael Hanecke. Un altro film che spolpa la forza distruttrice delle famiglie è Carnage (2011) di Roman Polanski, tratto da una pièce teatrale di dell’indiana, Yasmina Reza, Il dio del massacro. Solo in apparenza, tuttavia, in tutti questi film, questa energia è centrifuga e, quindi, realmente sovversiva. All’opposto, ciascuna famiglia-clan difende coerentemente le proprie posizioni: è disfunzionale ma perfettamente organica. Ancora una volta, come spesso accade nel cinema di questa generazione, si tratta di film duri solo nella confezione, ma rassicuranti nel messaggio. Un modello di questo punto di osservazione pessimista è un film di Ettore Scola (ancora lui!) con Brutti, sporchi e cattivi (1976). Così pessimista che ancora oggi in Via Baldo degli Ubaldi a Roma girano i cinghiali.

In questi anni molti altri film hanno gettato lo sguardo dentro le dinamiche familiari, più interessati al privato, però, che agli esiti sociali. E francamente la visione è stata tutt’altro che rassicurante. Si parta da Segreti e bugie (1996) di Mike Leigh, fino al Sacrificio del cervo sacro di Lanthimos (di cui abbiamo già parlato), passando per I segreti di Osage County (2013) di John Wells. Abbiamo così finito per smentire Adorno, la famiglia, borghese o meno, può davvero essere il nostro inferno quotidiano. Troviamo la conferma, invece, che è dentro questo nucleo che riusciamo a capire cosa stiamo diventando come singoli esseri umani. Se il “dio del massacro” non spaventa i ricchi e potenti, per raccontare la società dovremmo uscire di casa.

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