
di Sabrina Trane
La prospettiva lineare è un sistema basato su precise regole matematiche che, nel XV secolo, alcuni artisti italiani hanno individuato attraverso diligenti studi. Brunelleschi per primo comprese che, per dare una rappresentazione verosimile dello spazio, era necessario adottare un punto di vista fisso. E alla fine lo trovò.
Masaccio, poi, passava le sue giornate a fissare le pareti bianche, in cerca di quel punto in cui convergessero tutti i raggi che si dipartono dall’occhio. Ecco che la realtà, nelle loro opere, si riconfigura: la bellezza esplode nella dimensione della verità. Perché finalmente, grazie a quel punto di fuga, la profondità ridona all’immagine la pienezza della sua tridimensionalità. Quanti capolavori sbocciati da quella scoperta! Piero della Francesca, Leon Battista Alberti, e poi la maturità delle opere rinascimentali, con Leonardo, Raffaello, Michelangelo, e tanti altri. Un’esplosione di bellezza che ha allietato l’umanità intera, attraverso i secoli, e uno dei massimi vertici che la bellezza abbia mai raggiunto, secondo i più. Vertici capaci di ferire il cuore, fino a generare in alcuni casi una sindrome, detta di Stendhal, con sintomi che vanno dall’agitazione, ai disturbi del pensiero, a quelli di panico. Insomma, una vera e propria patologia, per quanto transitoria. D’altra parte, Rainer Maria Rilke ebbe a dire che il bello è solo l’inizio del terribile, e queste reazioni contribuiscono a confermare la sua tesi.
Ma perché la bellezza, quella vera, ha il potere di turbare così profondamente?Forse per la sua capacità di aprire ad esperienze inedite, che sovrastano la dimensione ordinaria della coscienza, come esprime meravigliosamente Leopardi nei suoi versi: interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete.
Non a caso ha scelto di intitolare L’infinito la sua poesia, per sottolineare che l’emozione da cui è invaso si riferisce proprio a quella dimensione imperitura: e mi sovvien l’eterno.
Tornando agli inventori della prospettiva lineare, si può dire che si siano sforzati di trovare quel punto dello spazio che restituisce alla realtà tutta la sua profonda e misteriosa complessità, strappandola da raffigurazioni appiattite su due sole dimensioni. In un certo senso, hanno cercato l’infinito nel reale, convinti di poterlo trovare. In effetti il senso etimologico di inventare è proprio trovare. La dimensione della profondità, però, non è presente solo nello spazio esterno, ma esiste anche nella coscienza, come luogo di interiorità e intimità. Che la bellezza vada a toccare proprio quel punto? E una volta raggiuntolo, esattamente come in quei capolavori, tutto si riconfigura: la luce entra dallo squarcio che apre la tela del nostro cuore a un oltre e, lungi dal rovinare l’opera, le restituisce tutto il suo originario e vasto incanto.
