Frammenti di Cinema # 29

Prima dei numerosi e vari masterchef televisivi, già il cinema ha scoperto la fascinazione del cibo. Non solo mangiato. Anche guardato. Memorabile è la scena di Tom Jones (1963) di Tony Richardson in cui Albert Finney e Joan Greenwood sono seduti in una osteria l’uno di fronte all’altra e divorano un pasto di selvaggina con sguardi che alludono ad una voracità sessuale senza alcuna timidezza. Benché i corpi siano distanti, questa scena compete per erotismo con quella più recente e famosa di Nove settimane e ½ (1986) di Adrian Lyne, in cui Mickey Rourke imbocca Kim Basinger prendendo dal frigo, come fosse un pozzo dei desideri, ogni tipo di alimento.  Un anno dopo con Il pranzo di Babette (1987), Gabriel Axel prova a dimostrare che attraverso il cibo non si appaga solo il corpo, ma anche l’anima. La prova è affidata ad una cuoca, sfuggita alla repressione dopo la caduta della Comune di Parigi, Babette Hersant. Troverà ospitalità come governante di due austere sorelle puritane, Martina e Filippa, chiamate così in onore appunto di Lutero e Melantone. Per loro e per i loro ospiti, Babette preparerà un pranzo grazie al quale, come dichiara uno degli ospiti in un brindisi, “rettitudine e felicità si sono baciate.”  

Il tema del pranzo di Babette viene ripreso da Ang Lee che nel 1994 gira Mangiare bere uomo donna, richiamando un proverbio cinese (“Mangiare bere uomo donna… C’è altro?), sparecchiando la tavola di ogni residua remora o inibizione religiosa. Tutta la vita della famiglia del vedovo maestro Chu, il più rinomato cuoco di Taipei, ruota intorno alla sontuosa cena domenicale dove si sperimenta che il cibo e l’amore sono le cose più importanti della vita. Uguale e opposta è la centralità del pasto in Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante (1989) di Peter Greenway. Se la tavola è un punto radiale centripeto nel primo, nel secondo, invece, la forza è centrifuga, al punto da confondere, nell’atto del cibarsi, chi mangia e chi viene mangiato. Il film barocco del regista inglese, poi, introduce un’altra coppia tematica, il vuoto e il pieno. La tavola del ristorante Le Hollandais nel film di Greenway è sempre piena e abbondante, anzi ricolma come le nature morte nella pittura seicentesca. In un altro regista, Luis Bunuel, all’opposto, il cibo e il mangiare riguardano un’attività borghese che viene svuotata di qualsiasi contenuto intrinseco e di valore: è una mera liturgia che non si riesce mai di portare a termine, come ne Il fascino discreto della borghesia (1972); oppure finisce per assumere una funzione capovolta di svuotamento, anzi di vera e propria evacuazione, come ne Il fantasma della libertà (1974), dove delle famiglie borghesi si riuniscono a cena seduti sulle tazze del wc, e per mangiare devono singolarmente recarsi in bagno.

Questo capovolgimento ci introduce, infine, a La grande abbuffata (1973) di Marco Ferreri (che Mark Cousins definisce “regista spagnolo” nel suo docu-film sulla storia del cinema). In questo film ad essere ribaltata è la stessa funzione del cibarsi, non più come alimentazione, ma come strumento di morte. Un gruppo di amici, infatti, borghesi annoiati e stanchi della loro esistenza priva di senso, si riuniscono in una casa nei sobborghi di Parigi per mangiare fino a suicidarsi. Ecco che Ugo, chef famoso (ancora un altro, a conferma che il cucinare è ministero essenziale e il cuoco ne è il sacerdote), spiega, mentre guarnisce con uova un paté in preparazione, che per gli ebrei l’uovo è simbolo di morte. Origine e fine della nostra esistenza, del senso stesso del vivere, finiscono per coincidere in questa parabola insieme grottesca ed eloquente di ciò che siamo (o siamo sempre stati “ab ovo”).

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