
Al Signor S.
Cammino piano, qua sotto
al terzo piano dorme un condomino
morto. È tornato morto stasera
dall’ospedale, gli hanno salito
le scale, gli hanno aperto la porta
anche senza suonare, ha usato
per l’ultima volta il verbo entrare.
Ha dormito con noialtri condomini
essendo notte sembrava a noi uguale
ha dormito otto ore ma poi ancora
e ancora e ancora oltre la tromba
mattutina dei soldati, oltre il sole
alto nel cielo, ora che noi ci muoviamo
non è più a noi uguale. È un condomino
morto. Scenderà senza piedi le scale.
Era gentile, stava alla finestra
aveva un canarino, aveva i suoi millesimi
condominiali, guarda gli stanno spuntando
le ali.
da Poeti italiani del secondo Novecento, volume secondo, Milano, Mondadori, 1996, p. 941.

Dobbiamo decidere se la poesia è solo concetto o è anche sonoro. Qui c’è un bel concetto (finale), ma il sonoro delude. Fausto Carratù
Uguali nella vita e nella morte e poi ancora e ancora e ancora.
A camminare piano non si sbaglia mai.
Francesco Guccini – Il pensionato
Lo sento da oltre il muro che ogni suono fa passare,
L’odore quasi povero di roba da mangiare,
Lo vedo nella luce che anch’io mi ricordo bene
Di lampadina fioca, quella da trenta candele,
Fra mobili che non hanno mai visto altri splendori,
Giornali vecchi ed angoli di polvere e di odori,
Fra i suoni usati e strani dei suoi riti quotidiani:
Mangiare, sgomberare, poi lavare piatti e mani.
Lo sento quando torno stanco e tardi alla mattina
Aprire la persiana, tirare la tendina
E mentre sto fumando ancora un’altra sigaretta,
Andar piano, in pantofole, verso il giorno che lo aspetta
E poi lo incontro ancora quando viene l’ora mia,
Mi dà un piacere assurdo la sua antica cortesia:
“Buon giorno, professore. Come sta la sua signora?
E i gatti? E questo tempo che non si rimette ancora…”
Mi dice cento volte fra la rete dei giardini
Di una sua gatta morta, di una lite coi vicini
E mi racconta piano, col suo tono un po’ sommesso,
Di quando lui e Bologna eran più giovani di adesso…
Io ascolto e i miei pensieri corron dietro alla sua vita,
A tutti i volti visti dalla lampadina antica,
A quell’odore solito di polvere e di muffa,
A tutte le minestre riscaldate sulla stufa,
A quel tic-tac di sveglia che enfatizza ogni secondo,
A come da quel posto si può mai vedere il mondo,
A un’esistenza andata in tanti giorni uguali e duri,
A come anche la storia sia passata fra quei muri…
Io ascolto e non capisco e tutto attorno mi stupisce
La vita, com’è fatta e come uno la gestisce
E i mille modi e i tempi, poi le possibilità,
Le scelte, i cambiamenti, il fato, le necessità
E ancora mi domando se sia stato mai felice,
Se un dubbio l’ebbe mai, se solo oggi si assopisce,
Se un dubbio l’abbia avuto poche volte oppure spesso,
Se è stato sufficiente sopravvivere a se stesso…
Ma poi mi accorgo che probabilmente è solo un tarlo
Di uno che ha tanto tempo ed anche il lusso di sprecarlo:
Non posso o non so dir per niente se peggiore sia,
A conti fatti, la sua solitudine o la mia…
Diremo forse un giorno: “Ma se stava così bene…
Avrà il marmo con l’ angelo che spezza le catene
Coi soldi risparmiati un po’ perché non si sa mai,
Un po’ per abitudine: che, son sempre pronti i guai” .
Vedremo visi nuovi, voci dai sorrisi spenti:
“Piacere”, “È mio”, “Son lieto”, “Eravate suoi parenti?”
E a poco a poco andrà via dalla nostra mente piena:
Soltanto un’impressione che ricorderemo appena…