
Paolo Ruffilli
Le cose del mondo
(Mondadori, gennaio 2020)

La poesia di Paolo Ruffilli prende possesso del lettore con l’arte della seduzione, per ammaliarlo con la minuziosa esposizione della propria proliferazione (la raccolta comprende testi scritti nell’arco di tempo che va dal 1978 al 2019) e con la concretezza dell’osservatore sensibile e rigoroso. Poesia così adulta e composta da apparire inerme, aperta a qualsiasi forma di interpretazione o di interrogazione. Poesia fedele alla visione della musicalità della comunicazione poetica che si dipana attraverso composizioni tutte monostrofa, per lo più brevi, la propensione per l’endecasillabo con alcune deviazioni in ipermetri, l’uso equilibrato delle rime, rimealmezzo, assonanze, analogie.
Poesia gremita di oggetti espressi in un ricco plurilinguismo definitorio e non evocativo con una puntualità lessicale al limite della tecnica allo scopo di unire i valori formali a quelli concettuali, la lirica al discorso, il rigore filosofico al rigore musicale: la via maestra dei più autorevoli poeti moderni e contemporanei.
Nella prima parte del libro Nell’atto di partire, versi liberatori inneggiano ad una condizione di umana solitudine, di spaesamento: E mi ritrovo solo, di nuovo / in posti alieni, straniero fra la gente, di una porta che si apre sulla dimensione della distanza. Sembra un gioco di allontanamento da ciò che pulsa vivido, qui ed ora; il gioco della coscienza che scivola e si nasconde dal coinvolgimento, si sposta ai margini, si dirige verso l’esterno, nei vicoli nascosti della riflessione. Luogo da cui prende avvio un processo fluido di pensieri che vanno incontro alla parabola del viaggio “carico di gente, di storie e luoghi /di sapori…” che il tempus edax travolge e sradica.
Più di tutto, vibra il desiderio di rincorrere questa sorta di distanza voluta: il solco fra la vita e la ricerca del suo senso e della sua pienezza.
Ad una lettura, i pensieri di Ruffilli scorrono, agganciano le poesie dall’interno, evocandone l’intrinsecità dei sentimenti.
I versi non solo si percepiscono, ma possono essere toccati; si assiste ora all’impersonificazione dei pensieri nella condizione umana: […] Scoprendo che la vita ci precede / nel mentre stesso che rimane indietro /, ora, invece, gli stessi si fondono o confondono nel ruolo autobiografico, del poeta in prima persona: […] Picchio nel muro / e lì mi rendo conto, dentro il percorso / cieco e uguale, specchio di me / a una mia spoglia, di ciò che è stato / di come, in fondo e contro ogni / mia voglia, io sia cambiato.
Ma il rimpiattino fra distanza ed esistenza sboccia in una sintesi, fluidità risolutiva, autocontrollo mediatore fra il fermo immagine della sofferenza, aggrappata a se stessa ed ai propri limiti, e la rinnovata partecipazione al coraggio della vita e dell’azione: Non aver fretta, sii paziente, aspetta / e, proprio quando non t’importa più / di niente lascia che ti attraversi / l’aria della vita.
Nella seconda parte del libro Morale della favola è la figura della figlia a dominare l’universo poetico di Ruffilli: una personcina straniata e riflessiva che talora diventa una sorta di alter ego del poeta: Anche a me, come del resto a tanti, / la cosa è capitata: il venir meno / dell’appoggio diretto della luce, / il terrore di orchi, streghe e mostri / che si cuce al bordo del tuo letto. / Il buio sordo che pesa e cala giù / dall’occhio in gola e sopra al cuore… / travalicate, tutte le dighe, e rotte / nel tuo pensarti sola, senza difesa / all’abbandono della notte.
Andrea Galgano nella sua recensione uscita il 24 febbraio 2020 (Cultura – Le cronache lucane) scrive: “il rapporto con la figlia è un altro viaggio, lungo come un dono commosso, dove ogni scoperta si sente addosso, dove l’amore è così grande da essere senza misura, per dare modo alle cose di accadere e lasciarsi sorprendere, e alle anticamere di schiudersi.”
Nelle poesie raccolte con il titolo La notte bianca, si fa ancor più marcata l’ambivalenza di una scrittura apollinea per il nitore procedurale delle parole e dionisiaca per la intima innata drammaticità del logos poetico mentre gli interrogativi esistenziali risorgono, assillanti e ossessivamente privi di risposte (cosa ancor più evidente nell’ultima sezione del libro) e in sintonia con la desolazione dei nostri tempi: […] L’ombra e l’odore / neppure più il colore / il pensiero pensato della rosa. E’ la consapevolezza del vuoto, della perdita di quel fremito o alone che circonda le cose, segno della loro vitalità. Il reale si dissolve in frammenti lividi e insensati e il peso dell’alienazione si fa opprimente: Le falsità dell’intelletto / gli oscuri mostri del pensiero, / l’effetto delle vane immagini / sul cuore, l’eterno ricorso / alle risorse dell’amore, / l’ombra del vero eluso / senza reale soluzione… / Con solo dato certo in fondo, / neppure più la previsione, / di tutto il tempo usato e perso / per servire il mondo.
Le poesie comprese nelle sezioni Le cose del mondo, Atlante anatomico, Lingua di fuoco, Interrogativi rientrano in una sorta di originalissimo canzoniere il cui filo conduttore è orientato in senso rigorosamente nominalistico. Solo l’esistenza delle realtà individuali è possibile senza contraddizione e l’universale non è che un segno capace di sostituire un certo numero di enti individuali che presentano fra loro un certo numero di somiglianze e di caratteri affini. Eccolo, il nome della cosa; / l’oggetto della mente / che è rimasto preso e imprigionato / appeso nei suoi stessi uncini / disteso in sogno, più e più inseguito / perduto dopo averlo conquistato /e giù disceso sciolto e ricomposto / rianimato nella sua corrosa forma e / riprecipitato nell’imbuto dell’immaginato.
A questi versi segue una sequela di efficacissime descrizioni di quelle che sono le cose del mondo (dall’anello all’armadio, dall’astuccio alla bambola e via discorrendo) fino a giungere all’ Atlante anatomico attraverso cui Ogni parte del corpo chiede di essere / stanata e nominandola scaldata / sottratta al vuoto ripresa e rianimata: / il collo, le caviglie, il tenero che sta / sotto le braccia, la curva della schiena, / là dove il ventre sbocca nella sua vallata / la rosa nera e l’ombra delle ascelle…/ è con il nome nel suo stesso pronunciarlo / che il desiderio riesce a concretarsi / spinto con foga sulla pelle a invaderne / e permearne ogni rilievo e anfratto / con le parole che aprono la carne / amplificando la vista e il gusto / l’udito, l’odorato e il tatto.
Si impone in tutta la sua importanza questa insolita metafisica dell’immanente dove le cose del mondo si impongono fulminee, nella frammentarietà totalizzante dei significanti, dissipando qualsiasi velleità ordinatrice del soggetto. Ma la mobilità di questa poesia è soltanto apparente, nasconde una fissità di sguardo concentrata, in modo particolare in Atlante anatomico, sul mistero del corpo, sull’eros, ancora una volta attraverso la leggibilità del segno, dei processi di significazione di fronte al livellamento di senso costituito dalla morte.
La sezione Lingua di fuoco si apre con questi versi: L’universo, a diversi gradi di verbalizzazione, / è costruzione simbolica del nome. Dunque, come ci suggerisce peraltro Umberto Eco con la sua Semiotica del linguaggio, il simbolo costituisce una mediazione tra le nostre rappresentazioni mentali e le caratteristiche reali di un determinato oggetto, mettendone in risalto volta per volta delle proprietà particolari, scelte secondo qualche criterio di pertinenza: Emerge su dal fondo, esonda la parola / lingua di fuoco a rompere il silenzio / e pronunciare netto al mondo / ciò che aspetta ancora nell’assenza, / ciò che fluttua nell’andare più indistinto / ancora lì senza la forma né i contorni / e che di colpo cessa di essere in procinto / e si fa vivo da incolore, si assume e circoscrive / dentro il magico reticolo del nome / come contenuto del suo contenitore.
Ad un’ultima riflessione, queste poesie mi paiono come tanti pezzi di un puzzle da ricostituire, dietro il quale si nasconde un uomo spoglio, nel suo sentirsi incompleto, insoddisfatto, ma eterno attraverso la lingua poetica. Danno l’impressione di essere state battute al computer, impresse sulla luce bianca artificiale che illumina il buio dello spazio della scrittura. Sullo schermo della propria mente, Paolo Ruffilli seleziona i testi che lo tormentano, lo perseguitano, lo ispirano di più, li copia e li incolla su un file riportando alla luce del giorno la propria poesia.
E’ come ricostruire un testo antico con le tecnologie moderne, trasportato dalle fonti personali alla memoria del computer. Lo schermo diventa uno specchio che gli rimanda la propria immagine, una immagine in cui riconoscersi, interrogarsi, perdersi, sdoppiarsi, talvolta amarsi o amare l’altro da sé, che si tratti di persone o cose, attraverso la valorizzazione numinosa dei particolari.

Con questo articolo si conclude la mia conduzione di questa rubrica. Vi ho lavorato per tre mesi, ma l’impegno è troppo gravoso per me. Non me la sento di continuare. Ringrazio di cuore Fabrizio Centofanti per avermi offerto questa opportunità e tutti coloro che mi hanno seguito in questo viaggio.
Grazie di cuore a te, cara Rosa, per questo tuo prezioso contributo, che resterà tra le cose importanti di Lpels.
Ringraziando per l’ospitalità segnalo questo mio scritto sulla poesia di Paolo Ruffilli: https://rebstein.wordpress.com/2020/03/06/le-cose-del-mondo-e-il-loro-oblio/
L’ha ripubblicato su Paolo Ottaviani's Weblog.
Ma grazie a Lei! gentile, era un punto di riferimento, si riveda sulla sua posizione. con affetto, certo, suo giorgio stella. [che le vuole bene]
____________________________________________________