
Enrico Barbieri è nato a Pavia nel 1976, ha frequentato la Scuola Paolo Grassi e ha fatto l’attore per 25 anni, ora, come lui stesso dice, “è fermo e allo stesso tempo non lo è.” Ha pubblicato quattro libri di poesia dal 2014, uno dei quali per la CFR di Gianmario Lucini con prefazione di Pasquale Vitagliano, Il Tremore della Terra. Con Ladolfi Editore, Provincia; con Zona Contemporanea, Terra Incognita. La sua ultima raccolta è Ore nere nell’utero della Bassa, Il Seme Bianco, 2017. Nel 2015 ha pubblicato un memoriale sulla guerra in Bosnia, La Tigre e La Morte, Giallomania Edizioni, grazie alla testimonianza dei parenti materni di origine croata.
Corpo e Pietra
Dovrei scarnificarmi
Nutrire di me le rocce,
Scavare una buca
Nel terreno fertile, qui
Attendere, attendere
Ai confini delle parole
Dei mercati e dei corpi,
Aspettarti. Vedere
Il tuo tempo nel mio
Per l’eterno poi disceso
Tra le ferite di un albero.
*
Corpo e Risposta
Ognuno, ogniuomo
per poco sul palco
a parlare così tanto,
meglio lo scatto
delle rocce senzienti
e i cristalli dei nervi,
silenzio prima del colpo
del taglio portato
all’avversario,
saremo ancora nel dopo
oltre il ventricolo
che soffia nelle vene
vuote di sabbia,
i denti ricorderanno
i nostri corpi.
Niente, nessun giudizio
per sempre uniti
privi di tutto.
*
Corpo e Niente
Perdiamo il linguaggio, io
e i miei genitori stanchi,
cerco di spiegare sul tavolo
davanti a loro una storia
e nulla: particole di parole, la
lingua cerca il respiro
dalle corde vocali alla bocca,
di articolare, sparge mollica secca.
Come ogni cane, il mio prova
ad aiutarmi, imita triste
la mia deficienza, si copre
le orecchie e gratta le pareti
ma niente! Nessuna storia!
Allora esco e gioco a qualche
possibile rincorsa: prede
da catturare, cacciatori da
seguire e strangolare, ma nulla!
Ridotto al principio del ritorno
da due anni, non uno, così è
dall’anno duemilaediciannove
persa la fiducia nell’amore,
non del sangue e non del corpo
trasceso, ma del sesso e
di tutto il latrato da giostraio.
Io ora mi diverto a disfarmi
di chilometri in un altro idioma:
una scatola di sabbia, demenza,
solitudine benedetta, freddo
e salite roventi fino al ventaglio
dove vedo le Alpi Liguri
e il Monte Lesima, l’Osservatorio
che fotografa una testa di cavallo
muta e pantagruelica, tutta
ossa e silenzio, forse come me.
Sono testi che fanno parte di una raccolta, di futura pubblicazione. Gli anni sono passati in modo strano, veloci, senza una parabola precisa. Ho cercato come tutti amore e accettazione, ho perso di nuovo, ho cercato e perso di nuovo. La mia ex moglie è morta, è arrivata una pandemia, il mio ego è uscito da me e non sono più, forse, un attore. Cammino moltissimo, sono in mezzo alla natura, osservo, parlo poco. Non leggo quasi più e continuo a prendere libri. Ascolto molta musica. Sui testi non so dire altro. Sono parte di una solitudine che sentono tutti, ora. Non ci sono risposte e sono preoccupato per le sorti delle persone, della cultura, dell’arte, della musica.
(Nota dell’Autore)
Se ci fermassimo a ciò che appare, rischieremmo di non comprendere l’efficace rappresentazione poetica di Barbieri. Questa potrebbe persino sembrare, all’opposto, espressionista, eccessiva, sarcastica. Abbiamo bisogno del medium poetico per accedere al disadattamento dell’autore. Questa Provincia è orribile perché questo è lo sguardo di Barbieri. Ed è questa condizione di orrore che ha un respiro collettivo, anche se pochi saranno mai disposti ad ammetterlo. L’autore non esprime, lungo la linea morta della sociologia e dell’ideologia, una frattura tra l’individuo e il suo ambiente esterno, trasformato e reso invivibile. Indica piuttosto una slogatura, una deviazione tutta antropologica. Siamo noi che ci siamo trasformati e siamo diventati orrendi, lo sappiamo ma non voglio ammetterlo. Ecco che l’autore ce lo rivela con ironia ma senza pietà.
(Pasquale Vitagliano)
