
Marco Vitale
Gli anni
Nino Aragno editore, Torino 2018
Nota di lettura di Rosa Salvia
Trent’anni di versi e sei raccolte di poesia: Monte Cavo (1993), L’invocazione del cammello(1998), titolo originalissimo in riferimento alle Aventures prodigieuses de Tartarin de Tarascon,Il sonno del maggiore(2003): un racconto in versi diviso in sedici capitoli dal carattere fortemente autobiografico, Canone semplicedel 2007 (in riferimento al canone musicale a due voci) che si snoda in dieci sezioni, Diversoriumpubblicata nel 2016 per le Edizioni Il Labirinto e una silloge di inediti scritti nel corso del 2017 dal titolo Il tratto fermo e lieveracchiusi in questa sorta di libro mosaico in cui si muovono molti echi e ogni tessera trova una perfetta collocazione, allineandosi come i dipinti di un’esposizione da pittore del chiaroscuro.
Desidero iniziare questo mio viaggio nella poesia di Marco Vitale partendo dall’unico componimento in cui si risolve la quarta sezione della raccolta Diversorium: L’anonimo pittore (sequenza retica),una vera e propria dichiarazione di poetica, il filo rosso che cuce insieme in un armonico corpus tutte le poesie del libro, sul filo della luce e degli anni.
L’anonimo pittore (come osserva Giancarlo Pontiggia nel saggio introduttivo al testo) “è una figura di identificazione, in cui siannodano pensieri di vita e di poesia”: L’anonimo pittore che dipinse il Padre / e il trapasso del Figlio e il compimento / del mistero in sintonia sul Legno / li pensava innalzati nel silenzio / teso dei ghiacci e delle rocce / un’effrazione / al libro vasto del buio […]
Straordinario cantore del quotidiano, dei valori della memoria e degli affetti, come dei luoghi della sua vita raminga e delle voci dei tanti poeti amati, Marco Vitale accumula nei suoi componimenti un’infinità di immagini che possiedono la qualità della bergsoniana durée, di far durare il tempo passato nel tempo presente, in una moderna contaminazione fra poesia pura e narrazione.
Il ritmo melodicamente cadenzato, ma rarefatto e mentale, è costantemente trasfigurato dall’interno, bilanciandosi fra realismo e giocosità surreale; la poesia è tutta giocata fra assenza e presenza (come lo stesso Vitale sottolinea nelle Note per Gli Annia chiusura del libro), in una costante dimensione colloquiale e intimista, caratterizzata da un lato da un potente accoramento elegiaco, dall’altro da una pacata e sommessa riflessione.
La coscienza del quotidiano e del transitorio lotta con il bisogno di “infinito” attraverso una visività primaria che lo ancora soprattutto al paesaggio, all’esperienza dell’uomo, dell’amore, del dolore e della perdita, al nostro stesso mondo.
La lingua crea anacoluti, arcaismi, improvvise sinestesie e analogie; la tonalità vocativa, la punteggiatura quasi assente, ma con sovrabbondanza di punti esclamativi e ancor più interrogativi, non riescono a tenere distinti i campi della leggerezza e della pesanteur, della spiritualità e dell’ansia per una tensione panico-sensuale contraddetta da incipit particolarmente felici e pur verificabile ogni volta nella stessa dinamica dei versi.
La poesia è per Marco Vitale il limite illimite (oltre la leopardiana siepe) dove regna una triade onnipresente: misura del tempo, amore per gli altri e per la natura, silenzio:Umile privilegio è questo bianco / e questo transito / che lega ancora un anno / a un altro anno / un silenzio a un silenzio […] (Da Diversorium), tre figure essenziali che circondano il poeta in un ambiguo abbraccio, a volta a volta, di tenerezza o di sopraffazione.
La sintassi impressionistica e iterativa tende a disarticolarsi in forti scosse alogiche e in un panpsichismo di stampo telesiano. La compartecipazione affettiva fra esseri viventi e non viventi, fra figure umane e animali è infatti una costante nei versi di Marco Vitale. Ne cito alcuni: Fuori piove di nuovo il foglio è bianco / il sonno un tenue filamento/ che torni ad ascoltare[…] (Da Canone semplice); e ancora: Stese assorta la notte / sulla mensa / un drappo vivido / di piaghe, sul suo ligneo / incarnato / fu presto un vortice / di meraviglie (Da Monte Cavo); e infine: Fra diligenze e treni dromedario / in disarmo non è qui ombra di sorte / Sei tu l’ultimo Turco / dei cammelli l’epigono son io // Non lasciamoci più oh Tartarino mio! (Da L’invocazione del cammello)
Un repertorio di felici e quotidiane occasioni che viene profondamente rivisitato attraverso una graduale maturazione di temi e di personaggi, arricchendosi di valenze universali. Un io che sempre attraversa un sé che sempre muta, mi viene da dire. Una poesia che si snoda fra etica ed “oggetti”, fra nitore del visibile e perplessità interrogative in una sorta di spazio intermedio che non si oppone né alla terra né al cielo, ma tenta di cogliere una trascendenza dentro il reale, uno scorcio di ulteriorità nell’atto della presenza. A volte una poesia è soltanto un piccolo / commento su una foto / un soffio fatto di niente come dire / guarda, come sorridevate / qui quando la luce / dorava un giorno senza fine, guarda / come eravate giovani, che buffi / gli abiti di allora. Dove siete? (Da Diversorium)
Sempre più nelle raccolte più recenti la scrittura di Marco Vitale si popola di fantasmi: i fantasmi di sé si mescolano ai fantasmi della memoria, a ciò che è stato scritto e ai fantasmi degli stessi luoghi, quella natura che vive una propria vita parallela a quella degli umani, fatta anche essa di abbandoni e nostalgie.
E mi pare a riguardo possibile un accostamento con la poesia di Vittorio Sereni. In entrambi la lingua si muove in perfetto equilibrio fra prosa e improvvisi fulminei squarci lirici. Entrambi tendono a cogliere dentro le cose la molteplicità che le anima, a confrontarsi con i temi trattati nei libri precedenti (basti citare di Sereni la raccolta Stella variabile). In entrambi è la consapevolezza della precarietà dell’esistenza, di quella luce particolare, finitima, da giorno morente già dentro la notte, che ne rivela la realtà profonda, emozionale, in una disponibilità nuova all’oltranza e alla visione, che prolifera però, coerentemente, dalle cose stesse.
Nel ricordarle una per una / le indicavi / da un largo punto a un altro / a un altro ancora e così / poi su tutto quel silenzio / Saranno sempre lì, le penso / intanto, saranno come quando / le nominavi e il carro / più piccolo spariva / tra quel cinereo bianco / quell’estate // quel nero che su tutto / riluceva e il mare (Da Il tratto fermo e lieve)

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bene, ringrazio Rosa Salvia che nn so chi sia di un autore che confermo grazie all’inserzionista conosco – cé tutto in lui quello che egli stesso non avrebbe voluto potesse essere; il transito come tema d’addio diventa una circostanza ‘cifrato’ nel caso di che nn si può e nn si dovrebbe ignorare nell’aragno, casa editrice di spessore. Qualcosa si muove nn grazie a me. Che confermo ringrazia chi di dovere.