
Dateci
Dateci qualche cosa da distruggere
Una corolla , un angolo di silenzio,
Un compagno di fede, un magistrato,
Una cabina telefonica,
Un giornalista, un rinnegato,
Un tifoso dell’altra squadra,
Un lampione, un tombino, una panchina.
Dateci qualche cosa da sfregiare,
Un intonaco, la Gioconda,
Un parafango, una pietra tombale,
Dateci qualche cosa da stuprare,
Una ragazza timida,
Un’aiuola, noi stessi.
Non disprezzateci: siamo araldi e profeti.
Dateci qualche cosa che bruci, offenda, tagli, sfondi, sporchi,
Che ci faccia sentire che esistiamo.
Dateci un manganello o una Nagant,
Dateci una siringa o una Suzuki.
Commiserateci.
La denuncia della violenza come stile di vita diventa icona in questa poesia di Primo Levi, che di una violenza inaudita – quella dei campi di concentramento nazisti – è stato vittima. Il lungo elenco di persone e di cose su cui imprimere il marchio del proprio passaggio distruttivo è una sorta di necrologio, di cimitero dei valori, fino a quel verbo finale, che come sempre lasciamo all’approfondimento personale del lettore: commiserateci.

Commiserateci
Non riconoscere la propria colpa, sentirsi vittime degli eventi: la stessa pretesa di molti dannati, incontrati da Dante durante il suo viaggio nell’ abisso infernale.
“ È il mio sogno più cupo: sparire nella folla dei peccatori, fitta e silenziosa
come una migrazione di sardine.
E so che dopo più nessuno
potrà tirarmi fuori, né sapere qual è il mio nome.
Signore, il mio nome
è la parola della Maddalena
in San Giovanni 20,16. Se vuoi ricordalo, per poco
che lo meriti il cuore.”
G. Raboni