
di Giorgio Galli
L’ironia e la leggerezza non devono far pensare a una poesia priva di passione. Al contrario, Il sistema solare di Diego Caiazzo (Diogene Edizioni, 2020) raccoglie limpide dichiarazioni d’amore e ustionanti riflessioni sulla malattia e la morte, snoda l’epica di un campione di scacchi degli anni Venti e dipinge scenari della Seconda guerra mondiale, quando il padre del poeta serviva in Marina. La pace che emana da questa poesia è la pace della sua forma. Una forma che si realizza in un’apparente rinuncia alla musica del verso che in realtà è scelta di una musica discreta, misurata eppure infallibile -si provi a cambiare qualcosa nella versificazione di queste poesie: si avvertirà subito qualcosa di stonato, la magia andrà subito persa- e poi scelta di un linguaggio privo di attriti, che smussa le punte espressive. È una scrittura per sedimentazione questa, una scrittura corallina, che se deve far ricorso a un termine insolito lo cerca nel lessico scientifico piuttosto che in quello letterario; che se deve trovare un’immagine la cerca nel mondo degli scacchi, grande passione dell’autore, o in quello della musica, altra sua passione, o la attinge dalla vita quotidiana, ma mai ricorre a topoi letterari. Una scrittura lavorata per sottrazione e per straniamento, che parla la cosa piuttosto che la parola e che al tempo stesso colpisce per la pacatezza della sua parola.
Avevamo trovato queste caratteristiche già nella raccolta precedente di Caiazzo, La via lattea (Lupi editori, 2017), di cui colpiva l’elegante bianconero che ricordava il suono del pianoforte di Benedetti Michelangeli. Qui, però, troviamo un più accentuato senso della morte, una più desolata constatazione dello scorrere del tempo, una più cosmica consapevolezza della caducità umana. Cosmica perché, anche se l’autore traduce questa consapevolezza in figure minime, intrise di vita di tutti i giorni, ha ragione Valentina Di Cesare quando parla, nella prefazione, di epica: perché c’è una particolare ieraticità nel timbro della voce di Caiazzo, e perché questi componimenti hanno una marmorea durezza, una levigatezza che ne fa degli oggetti senza tempo, degli oggetti mitici come mitiche sono la figura del padre e quella del campione di scacchi Capablanca. Sono figure concrete e al tempo stesso sottratte alla materialità dalla lingua lievissima di Caiazzo. Sono, tutte, figure della caducità e della morte, e quindi sono epiche perché riportano alla sfida suprema della persona umana, quella di essere nonostante la morte. Basta il titolo, del resto, a capire che la commedia umana di Caiazzo è proiettata su uno sfondo cosmico.
Da Il sistema solare
L’intercettazione di uno sguardo
è un problema classico
nella balistica dell’amore
ma bisogna tener conto
con la massima precisione
dell’errore di parallasse
da esso può dipenderne
la vita o la morte.
*
Sono come chiese sconsacrate
le poesie dedicate a donne
che non amo più;
ogni tanto mi aggiro
per le loro navate,
incredulo, ormai infedele,
con la tentazione della blasfemia;
alle pareti inchiodati luccicano
d’argento i miei ex voto
di un tempo – per grazia richiesta,
per grazia ricevuta.
*
Matricola 22247 – Classe 1911.
Nato il 14 settembre di quell’anno
arruolato volontario il 10 aprile 1929
nella Regia Marina
primo imbarco il 1° dicembre 1929
sul sommergibile Giovanni Bausan
poi fu sull’incrociatore
Giovanni Dalle Bande Nere
respirò la guerra sul
cacciatorpediniere Bersagliere
in seguito al cui naufragio fu ferito
l’ultima sua nave fu
dal 1948 al 1952
la corazzata Andrea Doria
al congedo aveva il grado di
Capo di Prima Classe
Croce di Guerra al Valor Militare
due Croci al Merito di Guerra
Cavaliere dell’Ordine Coloniale
della Stella d’Italia
Cavaliere dell’Ordine al Merito
della Repubblica italiana
aveva la Settima Elementare
ma non sbagliava un congiuntivo
ci teneva alle sue decorazioni
alle sue onorificenze
come un atleta alle sue medaglie
a 17 anni aveva scelto il mare
e di percorrerlo in armi
ma nella sua vita
non usò mai la violenza
il cui volto peggiore
più insaziabile
aveva visto da vicino.
*
Perché mi ama? Qual è
la mia imperfezione di cui
lei non riesce a fare a meno?
Interrogo gli dei per conoscere
la ragione della sua appartenenza
a me come a un gemello
e mentre attendo che l’oracolo
mi risponda le dono la mia
passione come un frutto.
*
Lei mi sorride con dolcezza
mista ad affanno fiorisce
sulle mie labbra annichilite
nella forma di un bacio
lentamente si apre ed io
la percorro come un pellegrino
toccato dalla grazia.
*
Magnificent desolation
Oggi qualcuno ne dubita,
ma nella notte fra il 20 e il 21 luglio
del 1969 Neil Armstrong metteva piede
sulla Luna, seguito poco dopo
da Edwin Aldrin, detto Buzz,
mentre Michael Collins li aspettava
nello spazio, girandoci intorno
nella sua scatola volante, l’Apollo 11.
Armstrong accolse Aldrin
ai piedi del LEM invitandolo a godersi
quella “magnifica vista”, ma Edwin
definì “magnifica desolazione”
il paesaggio che aveva di fronte;
anni dopo fu preda dell’alcool
e andò in depressione,
non sopportando di essere stato
il secondo a calpestare quel suolo;
ci fu chi disse che era impazzito.
Avevo tredici anni e tanto sonno
quella notte, ma rimasi fino all’alba
davanti al bianco e nero sfarfalleggiante
del televisore e credevo ai miei occhi
e ancora ci credo; così come credo che Neil
come Astolfo sia tornato sulla Luna
a cercare l’ampolla con il senno
del suo amico Buzz;
ed è lì che lo aspetta
per disseppellire il tesoro
che avevano lasciato ai piedi
dell’arcobaleno lunare.
