Gianluca Barbera, Mediterraneo. Intervista di Guido Michelone

Da alcuni mesi è in tutte le librerie Mediterraneo, il nuovo libro di Gianluca Barbera, che in quest’intervista esclusiva spiega le ragione di un romanzo assai originale.

 

– Gianluca, pur essendo Mediterraneo, un romanzo leggibilissimo e godibilissimo, per un recensore è difficile da sintetizzare in poche righe. Vuoi provare a farlo tu?

Lo scrittore Giovanni Belisario riceve un’inquietante email dal figlio, che si trova a Creta. Una richiesta di aiuto. Poi più nulla. Belisario parte alla sua ricerca. Una ricerca che lo condurrà attraverso tutto il Mediterraneo, sulle tracce di riti antichissimi, pratiche oscure, apparizioni. Creta, Istanbul, Gerusalemme, il Monte del Tempio o Spianata delle Moschee, il cuore del mondo, o se preferisci del “labirinto universale”. Alla scomparsa del figlio è collegato il ritrovamento di un oggetto misterioso nelle profondità marine, capace di abbattere le barriere del tempo, producendo un mescolamento di presente passato e futuro. L’enigma del tempo è al centro del romanzo. Tappa dopo tappa, Belisario incapperà in omicidi, rivelazioni scioccanti, andando incontro nell’ultimo capitolo a una verità sconcertante, eppure l’unica possibile.

 

– Uno dei tuoi filoni narrativi (forse il principale) è il tema del viaggio, presente anche in Mediterraneo, dove però è duplice o duale o dicotomico. I protagonisti si spostano tra Grecia, Turchia, Palestina, ecc., ma compiono anche un viaggio nel tempo, nel passato, nella storia delle religioni e della filosofia, giusto?

Sì, le varie dimensioni s’intrecciano fortemente. Del resto spazio e tempo, che sono al centro di ogni mistero fin dalle origini, sono facce della stessa medaglia, anche per la scienza. Mi inoltro, assieme al lettore, nel sancta sanctorum del paganesimo, nel cuore del Cristianesimo, raccontando del momento fondativo dell’Islam e dell’atto di nascita della scienza. Edificare questa complessa architettura – alla Gaudì, se permetti, quasi una sorta di Sagrada Familia – mi è costato un immane sforzo, ma il risultato mi lascia soddisfatto. Il colpo d’occhio mi pare notevole. Ovviamente l’ultima parola spetta al lettore.

 

– Hai riscritto in progress due storie di altrettante culture destinate a porre le basi dell’Occidente (e non solo) moderno e contemporaneo: la cultura greco-romana, e quella delle grandi religioni monoteiste. Quali fra queste ti affascina di più, quale ha maggior peso nel tuo romanzo e quale ha influenzato maggiormente l’oggi? Molti dicono la linea greco-giudaica, ma se siamo così sicuri?

Da sempre sono affascinato dalla cultura greca, culla della filosofia e dell’eccellenza umana. Ma anche le figure di Gesù e Maometto esercitano su di me una forte attrazione. Credo che l’episodio del ritrovamento del Quinto Vangelo, quello scritto da Gesù, sia un momento centrale del romanzo; così come il momento culminante in cui racconto l’incendio della Biblioteca di Alessandria e gli ultimi giorni di Maometto. Sono fatti che pochi conoscono, veri snodi della nostra storia.

 

– Il tuo libro in apparenza sembra riprendere quei filoni new age alla Paulo Coelho di moda 10, 20 anni fa, poi si riscatta subito con qualcosa di più complesso ed erudito. Nei eri consapevole? Cosa credi al proposito?

Non sei affatto fuori strada. Mediterraneo è anche un romanzo sapienziale, alla maniera – se vuoi – di Siddhartha. Ma i suoi/miei riferimenti sono soprattutto Il nome della rosa, Il pendolo di Foucault, se di riferimenti possiamo parlare. Mi piace molto la definizione di un critico: “Mediterraneo è il romanzo che avrebbe scritto Borges se avesse deciso di dedicarsi ai romanzi di avventura”.

 

– Un altro dei temi, anche qui in apparenza secondario, in realtà centrale è il rapporto padri e figli, inteso anche come elargizione di saperi e conoscenze: in tal senso che tipo di relazione s’instaura fra i due protagonisti?

In questi casi, per ottenere la giusta dose di verosimiglianza mi sforzo di immaginare cosa ci diremmo o cosa faremmo io e mio figlio se ci trovassimo sprofondati in un’avventura simile. Così tutto viene fuori spontaneo, filato. È un procedimento, questo, niente affatto scontato, ma che fortunatamente mi riesce facile. Il rapporto tra padre e figlio è naturalmente di scambio reciproco, ma a un certo punto della vita spesso la bilancia comincia a pendere dalla parte del figlio. Ed è quello che accade nel mio romanzo.

 

– Un altro argomento trasversale è l’astrofisica (oggi ad esempio di moda con i libri e i monologhi teatrali di Gabriella Greison) collegabili alla ricerca sulla nascita dell’universo e alla possibilità dell’esistenza di universi paralleli. Il tuo punto di vista nel romanzo e oltre?

Credo che avremo tutte le risposte che cerchiamo sul mondo, l’universo, la sua supposta origine, il suo destino, quando capiremo esattamente cosa sono spazio e tempo. Questo è il più grande enigma col quale ci confrontiamo e del quale ancora non veniamo a capo. Nel romanzo indago queste due dimensioni e contemporaneamente vado alla ricerca di Dio, inteso come Origine, in senso antico. Belisario, il protagonista, a un certo punto si sbilancia affermando che sarà la scienza a dirci, prima o poi, chi o cosa è Dio (inteso come Inizio, Causa…); subito aggiungendo che ben pochi, ahimè, saranno in grado di comprendere quella scoperta. Ne sono convinto anch’io.

 

– Più o meno alla fine c’è un bell’elenco di scienziati e ci sa hanno fatto per l’umanità in questi ultimi 2500 anni di Storia umana conosciuta. Come si concilia il mondo delle religioni con quello delle scienze esatte?

Una domanda che girerei al professor Zichichi. Scherzi a parte, credo che Einstein al riguardo abbia fornito una risposta ineguagliabile, che in parte cito anche nel romanzo: “Al cospetto della natura, del cosmo provo un forte sentimento religioso. Sono genuinamente religioso, ma non per questo sono un credente. Non credo in un Dio che si interessi alle faccende terrene. Se Dio esiste, esso si esprime attraverso le ferree leggi naturali, che gli scienziati si sforzano di scoprire. Se è vero come è vero che la legge della causalità regge l’universo, ne consegue l’impossibilità di credere in un Dio capriccioso che interferisce con le azioni dell’uomo e le manifestazioni della natura”.

 

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